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Roberto e i messaggi in bottiglia

Dei segreti e delle aspirazioni profonde di sognatori di tutto il mondo ormai il dottor Roberto Regnoli ha una certa esperienza: la categoria più comune sono i messaggi d’amore. Le persone affidano al dio Nettuno le loro pene d’amore e le loro felicità più sconfinate. E del resto quale confidente migliore a cui affidare le proprie pene.

di Maria Teresa Santaguida

All’inizio di questa storia c’è un cagnone a pelo lungo che proviene dalle steppe del Caucaso. Una razza usata dal Kgb per aggredire e uccidere chi cercava di valicare il muro di Berlino, e ancora prima per difendere le greggi da lupi e orsi. Compito difficile quello di allevarlo alla docilità della vita domestica. Compito che però ha cambiato letteralmente la vita al dottor Roberto Regnoli, ortopedico riminese di stanza a Termoli, in Molise. Per rendere docile il suo pastore caucasico, Dago, senza usare museruola e guinzaglio, nel 2005 ha cercato un luogo semideserto in cui fare lunghe passeggiate e correre assieme a lui in libertà. La spiaggia più vicina e più solitaria era quella lingua di terra che separa le acque del lago di Lesina da quelle del mare di fronte alle Tremiti, nel Gargano. «Chilometri e chilometri di sabbia che si possono percorrere senza incontrare anima viva. Decisi di portare il mio cane lì, ogni giorno. E mi accorsi che per uno strano gioco di correnti, molta della spazzatura dell’Adriatico si raccoglieva su quella costa», racconta. Dal punto di vista ambientale non un bel vedere: «Notai che c’era quasi una discarica a cielo aperto, mi impressionai a pensare quanto inquinati fossero i mari e le coste». Eppure fu proprio nel 2005, in una di quelle lunghe passeggiate solitarie, che in un cumulo di spazzatura il dottor Regnoli notò una bottiglia contenente un pezzo di carta: «La ruppi ed estrassi il foglio, ma c’erano scritte solo delle parolacce, non ci feci molto caso».


Centinaia di messaggi

All’occhio che, dopo quel ritrovamento casuale, si era fatto però, forse inconsciamente, attento e curioso, non sfuggirono nei giorni seguenti altre bottiglie che sigillavano pezzi di carta. «Fu così che cominciai a raccoglierle». E ad aprirle. I messaggi si facevano via via più interessanti, parlavano di vita, attese, amore. Inintelligibili alcuni pensieri, scritti pure in lingue lontane. «Ad aiutarmi, incuriosito, arrivò il mio amico del cuore, Piero. E dopo i primi ritrovamenti casuali, iniziammo a cercare noi le bottiglie. Solo nel primo anno ne portammo a casa 80». Da quel giorno i bigliettini raccolti sono diventati, ad oggi, oltre 800, e da un piccolo sito web creato per pubblicare i ritrovamenti e sperare che i proprietari li leggessero, la storia del dottor Regnoli, di Piero e di Dago è finita a riempire perfino quattro pagine del Times di Londra. «Poi abbiamo organizzato mostre e abbiamo cominciato a collezionare e catalogare i manoscritti, numerandoli progressivamente e dividendoli per anno». Sedici anni di messaggi dal mare, «non solo in bottiglia – precisa il dottor Regnoli –. Il più lontano che abbiamo ricevuto veniva da Nottingham, nel Regno Unito, ed era contenuto in un palloncino di plastica». A scriverlo un bambino di una scuola elementare inglese, che lo aveva lasciato volare in cielo, forse senza aspettarsi il lungo viaggio che avrebbe compiuto. Il più curioso? «Una pagina scritta in greco proveniente da Panormitis, città dell’isola di Simi. Lo tradusse un cassiere di un supermercato di Bologna e mi spiegò la tradizione a cui si riferiva: i devoti alla Vergine chiedono un miracolo, sperando che sia esaudito quando qualcuno troverà la bottiglia che lo contiene». Dei segreti e delle aspirazioni profonde di sognatori di tutto il mondo ormai il dottor Regnoli ha una certa esperienza: «La categoria più comune sono i messaggi d’amore. Le persone affidano al dio Nettuno le loro pene d’amore e le loro felicità più sconfinate. E del resto quale confidente migliore…». Poi ci sono i bambini: «Il mare è un po’ come la mappa del tesoro, con i loro slanci affidano al vento la sfida: “Quanto lontano arriverà il mio messaggio?”». In questi anni di storie d’amore strappalacrime nei piccoli pezzi di carta consumati dal sale ce ne sono state tante. Come nel messaggio numero 13: «Ti amo nonostante il male che mi hai fatto, con questo addio ti do l’ultima prova del mio amore». Impensabili alcune casualità, che fanno proprio pensare all’opera del destino: «Un giorno trovammo due bottiglie a distanza di 100 metri. Erano state lanciate in mare da due bambini la mattina stessa sulla spiaggia di Numana, vicino ad Ancona. Avevano percorso 200 chilometri restando sempre vicine, come le mani dei due bimbi che le avevano gettate». C’è anche chi si affida alla sorte per far arrivare un messaggio a una persona precisa, lasciando indirizzi e numeri di telefono: «Tutte le volte che succede cerchiamo di metterci in contatto, e ne sono nate anche lunghe corrispondenze epistolari». Ma chi è lo scrittore tipo di messaggi in bottiglia? «In generale penso sia un gesto da ultimi dei romantici». Nel mondo della comunicazione veloce e digitale e della doppia spunta blu che, ci rassicura su quando sono stati letti i nostri WhatsApp. Prendere un pezzo di carta e lasciarlo fluttuare senza sapere dove andrà è davvero un gesto antico, quasi di fede.

 
 

 

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