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Solidarietà: la sfida del Terzo Settore

Più si era poveri e oppressi più ci si sentiva parte di uno stesso destino, come il coro verdiano del Nabucco. Non vi era migliore scuola di vita del riconoscere nella sofferenza altrui la nostra e quella dei nostri simili. Questa umile consapevolezza è venuta meno nell’uomo contemporaneo, reso arrogante dalla tecnologia o invincibile dal benessere.

di Ferruccio De Bortoli

Prima della pandemia del 2020 le chiese milanesi erano rimaste deserte a Pasqua, desolatamente serrate, solo nel 1576. Anche quest’anno i riti della Settimana Santa sono stati rarefatti nel distanziamento sociale e resi purtroppo freddi dall’osservanza delle norme igieniche. Quando ormai mezzo millennio fa la paura della peste, almeno momentaneamente, fu dissolta, san Carlo Borromeo incitò i suoi concittadini a promuovere «buoni istituti e usanze». Non si hanno buoni istituti e altrettanto buone usanze senza le virtù della buona amministrazione e del buon senso della socialità, senza il volontariato. Ho reiterato apposta l’aggettivo buono perché quando è autentico è formidabile nei risultati e rivoluzionario nei gesti. C’è più forza in una carezza vera che in un pugno. Carità e carisma sono parole con la stessa radice. Non a caso. In caso contrario, quando il buono è posticcio e ambiguo, si tramuta in un subdolo strumento di inganno collettivo. Non si distingue più tra chi è sinceramente proteso verso gli altri e chi fa di questi ultimi la merce della propria vanità, l’ingrediente per la costruzione della propria immagine o il lavacro della propria coscienza. Carlo Cattaneo nelle Notizie naturali e civili su la Lombardia descrive in questo modo la ripresa della città all’epoca dei lumi: “I bastioni solitari e paurosi, ove si seppellivano i giustiziati, divennero morosi passeggi, si tolse il lezzo dalle strade… e a poco a poco non si videro più nella città piedi nudi o abiti cenciosi. Si apersero teatri ove le famiglie inselvatichite impararono a conoscersi e gustarono le dolcezze del vivere civile, della musica, della poesia”.


La cultura come vaccino

La bellezza di questo scritto sta nel fatto che illumina lo spirito solidale di una comunità. Con una sorprendente attualità. La Milano dei lumi risorge e ripulisce le strade, non dimentica i suoi poveri, dà loro ricoveri e vestiti, ma soprattutto riconosce il valore universale della cultura. I nostri teatri sono ancora chiusi, desolatamente. Non sono nemmeno aperti alla frequentazione rarefatta dei fedeli, come avviene per i luoghi di culto. Colpisce il lettore contemporaneo che Cattaneo, icona novecentesca di un federalismo leghista ormai spento (vittima anch’esso del virus), individui nei teatri il vaccino culturale per emancipare famiglie inselvatichite da decenni di privazioni e malattie. Non possiamo dire che nei tanti mesi del lockdown, le nostre famiglie si siano, come a quel tempo, inselvatichite, ma certo solitudine e depressioni sono state contagiose quanto il virus. E anche oggi vorremmo tornare presto a conoscerci, a frequentarci, e a “gustare le dolcezze del vivere civile, della musica e della poesia”. Come desiderio primario della persona umana, non secondario ad altre pur legittime libertà (una vacanza o godersi le seconde case). Non dovremmo mai dimenticare – e la considerazione non ha latitudini, né lingue o dialetti – che quando eravamo più poveri la solidarietà era il collante popolare della cittadinanza, nonostante la natura dei regimi o la nazionalità degli invasori. Più si era poveri e oppressi più ci si sentiva parte di uno stesso destino, come il coro verdiano del Nabucco. Non vi era migliore scuola di vita del riconoscere nella sofferenza altrui la nostra e quella dei nostri simili. Non vi era una pagina di storia più assimilata della memoria di lutti e privazioni del passato. E l’ansia di trovarsi in futuro, ancora una volta, indigenti o privati della libertà, una preoccupazione condivisa, nella certezza di essere tutti parte di uno stesso destino. Questa umile consapevolezza è venuta meno nell’uomo contemporaneo, reso arrogante dalla tecnologia o invincibile dal benessere (ricordiamoci, non è eterno, non è un diritto soggettivo) e dall’internazionalizzazione del proprio lavoro. «Ho successo nel mondo perché dovrei preoccuparmi di quello che accade all’angolo di una delle tante strade che vivo solo di sfuggita?». Se diamo solo uno sguardo sommario agli istituti del bene milanese, ci accorgiamo che i Martinitt e le Stelline, per l’accoglienza degli orfani, c’erano già nel Cinquecento, ai tempi di san Carlo e, per fare un altro celebre esempio della Milano con il coeur in man, l’Istituto dei Ciechi fu fondato da Michele Barozzi nel 1840, prima delle Cinque Giornate. Alla fine della Grande Guerra, pur nei fermenti sociali e nelle violenze che precedettero l’avvento del fascismo, la municipalità milanese, con la prima giunta a guida socialista di Emilio Caldara, sostenne i costi delle colonie marine offerte agli orfani del conflitto, figli degli ex nemici. Eppure vi erano emergenze sociali drammatiche, periferie impoverite, mutilati un po’ ovunque. Si poteva a ragione dire: “Ma prima veniamo noi”.


Dono, slancio dell’anima

Il capitale sociale di un Paese cresce in atti solidali come questi. In gesti disinteressati, frutto della buona volontà e di un cuore aperto. Non di un calcolo di convenienza o nella fredda determinazione dell’ipotetico risultato. Il dono è anche uno slancio dell’anima, non solo un investimento nel bene. Esistono sempre alternative migliori, ma spesso non c’è il tempo per valutarle. E chi ha bisogno è una persona, solo una persona. Il dolore non ha nazionalità. «Perché dovrei aiutare gli immigrati quando anche i miei connazionali si impoveriscono?». Quando un capitale sociale è robusto, diffuso – come testimoniano le tante realtà del Terzo Settore – non stanno bene soltanto le persone assistite, ma vivono meglio anche i donatori e la società di cui fanno parte. Marco Garzonio nel suo libro La città che sale ricorda che nel Medioevo i frati, provenienti da Clairvaux, scoprirono la bellezza delle risorgive milanesi “ne raccolsero il fluire, le trasformarono in fontanili, in nutrimento costante e copioso dei campi”. Ecco, il volontariato, le tante persone che offrono il loro tempo, che contribuiscono con le loro donazioni a questo immenso esercito del bene, sono come quelle acque che fluiscono dalle risorgive e nutrono la nostra civiltà.

 
 

 

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