Scarp Maggio
Gli altri sıamo noı

Le grandi firme del giornalismo italiano raccontano un Paese profondamente cambiato. Con uno sguardo all’Italia che vorremmo e che immaginiamo come una casa accogliente e ospitale. E con un posto di riguardo per gli ultimi della fila. Da 25 anni con la polvere sotto le scarpe.

di Carlo Verdelli

Povero è una parola triste, che ha perso dignità nel tempo. Povero non è più il contrario di ricco ma l’opposto di vincente. Chi è povero ha perso e quindi sta fuori dal gioco, nessuna o pochissime possibilità di rifarsi, sempre meno. L’ascensore sociale si è bloccato da anni e ormai funziona solo in discesa, dai piani bassi ai sotterranei. Barbone è una parola ancora più umiliante, coglie un dettaglio, la barba lunga e sporca, come i capelli e le unghie, e ci seppellisce dentro chiunque sia uscito dai margini e lì sia rimasto finché non sparirà senza che nessuno se ne accorga o lo pianga. Il giornale che state leggendo è l’unico in Italia dalla parte della “gente senza”, gli invisibili senza una casa né un domani, che aiutano anche a farlo, che vanno in giro a venderlo. Si chiama Scarp de’ tenis in onore di una canzone scritta nel 1964 da Enzo Jannacci, all’anagrafe Vincenzo, voce jazz e fuori coro di una Milano col cuore più in tasca che in mano. Racconta l’ultimo miglio di un vagabondo, con le scarpe da tennis e gli occhi buoni, che parla da solo ma perde la voce davanti a una donna “bianca e rossa che pareva il tricolore”; poi arriva un tipo con una bella macchina e gli chiede la strada per l’aeroporto Forlanini, lui la conosce, riesce a convincere il signore a farlo salire, poi lo prega di fermarsi all’Idroscalo che è il parco appena prima, scende rincorrendo “il suo sogno d’amore”, lo ritroveranno sotto dei cartoni, che sembrava dormisse, l’hanno toccato, non si è svegliato. El portava i scarp del tennis. Con questo numero, maggio 2021, il mensile della strada compie 25 anni. Tante cose, capitate nel 1996, sono finite nell’archivio della Storia: l’Ulivo di Prodi che vince le elezioni, il secondo mandato alla Casa Bianca di Clinton e il primo di Eltsin al Cremlino, la morte insopportabile di Giuseppe Di Matteo, figlio piccolo e innocente di un pentito, e l’arresto di uno dei suoi carnefici, Giovanni Brusca, detto il porco, il manovale della morte condannato anche per la strage di Capaci.


Occasione di lavoro

Un altro secolo, anche per questo giornale, che debuttò grazie alla Caritas e a un’intuizione di don Virginio Colmegna, che lo vide come una piccola occasione di lavoro e una preziosa piattaforma di espressione per i più fragili: potevano scriverci poesie e pensieri, e poi preoccuparsi di andarlo a distribuire fuori dalle parrocchie, tenendo per sé la metà del costo della rivista, che era allora di 3 mila lire. Il numero del debutto, tutto in bianco e nero, su carta da ciclostile e con appena 18 pagine, aveva in copertina la foto un po’ sfuocata di un barbone come quello di Jannacci, con lunghi capelli bianchi, un giaccone sopra una specie di soprabito, che cammina a testa bassa, un sacchetto di plastica in mano, senza un’anima intorno, incurvato nella sua solitudine. Il titolo, Vittoria, sembra paradossale ma non lo è: celebra la conquista, dopo lunga battaglia, del riconoscimento presso i centri di accoglienza della residenza anagrafica per i senzatetto, il che significa dare loro il pieno diritto di cittadinanza, per esempio avere la carta d’identità, la tessera sanitaria o entrare negli elenchi per le case popolari. Uno spiraglio di dignità, come spiega l’articolo di Paolo Lambruschi, il primo direttore di Scarp, e uno dei due redattori in forza al momento del varo. L’altro, Stefano Lampertico, prenderà il timone nel 2014 e ancora bravamente e con sapiente bontà guida questa nave dei folli, la follia di mettersi dalla parte più scomoda e in ombra della società. Ma c’è molto metodo in questa apparente follia. Da Milano, dove tutto è cominciato, la voce dei senza voce è diventato un giornale vero, con colori e pagine e redazione e firme da giornale vero. Il raggio d’azione si è allargato di molto: in Lombardia ma anche a Genova, Torino, Vicenza, Venezia, Rimini, e il compasso è arrivato fino a Napoli, dove la sede ospita anche un laboratorio di scrittura creativa. Merito della passione e della costanza dei folli, certamente. Ma la crescita è anche il frutto di un deprimente vuoto di umanità che qualcuno, con azioni e opere e pure giornalismo, sta cercando di riempire. Gino Strada, medico delle emergenze di frontiera, lo spiega bene: «Viviamo in un mondo capovolto che fa sembrare straordinario aiutare chi ha bisogno».


Una marea che monta

Gli “aventi bisogno” sono una marea che monta e che, sulla spinta di un anno di pandemia, ormai esonda. La povertà assoluta, quella dove ogni bisogno minimo è un problema (mangiare, curarsi, coprirsi), si allarga come una macchia senza argini: nel 2010 riguardava il 4,2 per cento della popolazione, nel 2020 era più che raddoppiata (9, 4 per cento, 5 milioni e 600 mila persone), e chissà dove arriverà nel 2021, con la fine del blocco dei licenziamenti a luglio e l’eredità pesante di 500 mila posti di lavoro già persi da quando il virus ha accelerato brutalmente la divisione già in corso nel Paese tra salvati e sommersi, tra chi ce la farà e chi ha smesso anche di sperarci. Il sismografo della Caritas, piazzato sulle strade d’Italia, registra che quasi una persona su due di quelle che chiedono aiuto non era mai venuta prima alle mense o nei centri d’ascolto. Una bomba sociale, per ora sottotraccia e taciuta, che meriterebbe non degli artificieri per disinnescarla o degli illusionisti per farla scomparire. Meriterebbe, questa umanità sempre più indifesa, una presa di coscienza forte del Governo, delle amministrazioni sul territorio, delle Istituzioni con la maiuscola. Servono progetti per ridare dignità e servono fondi per attivare quei progetti. Quanti dei miliardi in arrivo dall’Europa verranno indirizzati per non lasciare andare alla deriva un pezzo d’Italia che, tra i vari gradi di disperazione, arriva a comprendere una decina di milioni di esseri umani, un sesto di quanti siamo? Chi si batterà per questo obiettivo minimo di civiltà e di democrazia? Chi aiuterà chi aiuta a non dover smettere di aiutare? Povero viene dall’unione di due parole latine: paucus, poco, e parere, cioè produrre. Povero è quindi, almeno in origine, chi poco produce. Adesso il concetto si è di molto esteso. Povero è anche chi poco consuma, chi ha figli a cui può garantire un pasto solo al giorno, quello che offre la scuola quando non è in assenza. Povero è chi non credeva di esserlo fino all’altro ieri e improvvisamente, causa Covid, si è accorto che non avere un computer o la possibilità di connettersi è diventato un motivo di repentina retrocessione nella scala sociale, soprattutto per i minori, i più esposti al rischio di non essere neanche ammessi alla linea di partenza della vita adulta. Quando Scarp de’ tenis cominciava il suo viaggio, venticinque anni fa, il popolo della strada era ugualmente schivato e schifato ma aveva un altro profilo e una dimensione più affrontabile. Il barbone di Jannacci era qualcuno o qualcuna che i debiti avevano spinto giù dal treno della società, o la droga, i disagi psichici, una sventura irreparabile dell’esistenza. E poi i primi casi di migrazione dall’Albania, il miraggio del grande Nord restato tale per chi ci aveva puntato risalendo dal Sud. Un’umanità sparpagliata e solitaria, ridotta alla passività tanto da non chiedere, spesso, neanche l’elemosina. Occuparsi di loro, scrivendone, era già un atto rivoluzionario: invece di stornare lo sguardo, e magari coprirsi il naso per non sentire la puzza dei derelitti, qualcuno cominciava a sollevare le misere protezioni di cartone e a raccontare l’essere umano che si riparava sotto. Scarp da Milano, ma anche Zebra in Alto Adige, Piazza grande a Bologna, Fuori binario a Firenze: il buon giornalismo non significa giornalismo buono, quanto piuttosto illuminare quello che si nasconde nel buio, battere le piste che gli altri trascurano, ingaggiare battaglie civili (come quella, recentissima, per vaccinare gli ultimi) nell’interesse di chi non può combatterle. E insistere, insistere, insistere. Le scarpe da tennis più si consumano e più ci si sta comodi. E quando te le metti una volta, finisce che non te le togli più. Figurarsi adesso, con tutta quella strada affollata di incubi da denunciare e di piccoli sogni da raccontare.

 
 

 

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