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Case all’asta, tante ombre tra chi specula.

Il giudice antimafia Gianfranco Donadio: «Le aste giudiziarie sono uno dei più vasti coni d’ombra del nostro sistema giudiziario In quella zona grigia senza nessuna fatica, si infilano capitali ingenti senza che nessuno riesca davvero a controllare chi compra cosa».

di Francesco Chiavarini

I fratelli Milesi erano impresari edili e avevano una bella villa con magazzino annesso a Sorisole, nella bergamasca. Dieci anni fa, per finanziare l’azienda, chiedono in prestito alla banca 180 mila euro e mettono a garanzia la casa. Poi un grosso affare non va come deve, loro pagano in ritardo un paio di rate del mutuo. Ma nel frattempo, l’istituto di credito manda all’asta l’immobile. Per 22 volte l’asta va deserta, alla fine viene acquistata a un decimo del suo valore. Oggi, Giovanni 55 e Demetrio 46 anni, per ripagare il debito fanno i muratori. Gilberto, 49 anni, è morto a marzo. In famiglia sono tutti convinti che sia stato per il dispiacere. Dietro alle aste giudiziarie si nascondono storie come queste. Enormemente cresciute nell’ultimo decennio restano un business molto lucroso. Secondo l’ultimo report realizzato da Astasy insieme a NPLs Re-Solutions, nell’anno 2019 gli immobili che sono stati oggetto di incanto sono stati ben 204.632, per un controvalore di quasi 30 miliardi di euro. Un giro di denaro, dunque, che nonostante una flessione rispetto all’anno precedente (-16,5% sul 2018) rimane su livelli ancora superiori a quelli che si registravano nel decennio precedente. Ma se qualcuno guadagna, altri piangono. E con la crisi prodotta dalla pandemia, la sofferenza sociale potrebbe traboccare. Secondo la Consulta Nazionale Antiusura Giovanni Paolo II, che riunisce 32 fondazioni, sarebbero 120 mila le famiglie in Italia che rischiano di perdere l’abitazione in cui vivono. Piccoli commercianti, professionisti, impiegati, appartenenti al ceto medio, avevano contratto mutui negli anni passati contando sui propri stipendi. Con il lockdown i loro redditi sono precipitati e non sono più riusciti ad onorarli. Finora hanno potuto godere della sospensione delle esecuzioni immobiliari decisa dal governo. Ma quando questo scudo cadrà, si troveranno a fare i conti con la realtà.


Problema di illegalità

Come se non bastasse, oltre a generare drammi personali e familiari difficilmente sanabili, la bolla speculativa che è nata attorno alle aste giudiziarie, solleva anche un preoccupante problema di illegalità. Qualche anno fa destarono un certo scalpore le parole del giudice antimafia Gianfranco Donadio secondo il quale «le aste giudiziarie sono uno dei più vasti coni d’ombra del sistema giudiziario. In quella zona grigia – sosteneva il magistrato – senza nessuna fatica, si infilano capitali ingenti senza che nessuno riesca davvero a controllare chi compra cosa». Da allora la situazione non è cambiata e, anzi, c’è il sospetto che le esecuzioni immobiliari nascondano anche affari poco chiari. Ne è convinto, per esempio, il senatore Daniele Pesco per il quale «esistono sufficienti motivi per ritenere che molto spesso la criminalità organizzata utilizzi il canale delle aste per riciclare i proventi delle attività illecite cui è dedita». Per chi, come la malavita non ha problemi di liquidità, acquistare una casa o un negozio all’incanto è un ottimo modo per portare alle luce proventi che altrimenti non potrebbe giustificare. «La pulizia di tale denaro sporco – spiega il senatore – può avvenire sostanzialmente con due diverse modalità. Si può acquistare l’immobile a un prezzo molto basso, alcune volte anche con metodi intimidatori o più semplicemente ci si può limitare a versare il deposito cauzionale previsto, per poi recuperarlo “ pulito” successivamente all’aggiudicazione dell’immobile a terzi».


Sistema in rapida crescita

Sistema in rapida crescita Il sistema delle aste giudiziarie è cresciuto enormemente tra la fine del primo e l’inizio del secondo decennio degli anni 2000. In seguito alla crisi finanziaria del 2008, generata dallo scoppio della bolla dei prestiti subprime, su indicazione delle stesse istituzioni europee, le banche furono spinte a liberarsi da crediti deteriorati che avevano in pancia. In gran parte quei titoli vennero ceduti a società controllate da fondi esteri di natura speculativa. Tali società investono nei cosiddetti Npl, not performing loans, e per ottenere il pagamento da parte del debitore quasi sempre attivano procedure esecutive come la vendita all’asta degli immobili a garanzia. In questo modo le esecuzioni immobiliari sono negli anni esplose generando un vero e proprio mercato nel quale, in mezzo a tanti operatori che seguono regole e procedure, si sono mescolati altri attratti dalla possibilità di far emergere fiumi di denaro di inconfessabile origine. Cosa fare? Per complicare il lavoro ai malavitosi, Pesco ha presentato al Senato il 29 gennaio di quest’anno un disegno di legge che prevede l’introduzione di misure antiriciclaggio: si va dalla verifica dell’acquirente della casa all’asta già previsto per chi opera sul mercato finanziario, all’istituzione di una banca dati degli offerenti presso il Ministero della Giustizia per consentire alla magistratura di esercitare un maggiore controllo. Ma è chiaro che per affrontare in maniera radicale il problema non ci si può limitare a contrastare le sue degenerazioni criminali. «Andrebbe più in generale ristabilito un maggiore equilibrio tra debitore e creditore», sostiene Giovanni Pastore dell’associazione Favor Debitoris.


Salvare le prime case

Per proteggere le prime case dei lavoratori dipendenti ed autonomi dall’aggressione delle esecuzioni fallimentari, il Parlamento ha approvato in aprile un emendamento al Decreto sostegni di marzo, con il quale consente al debitore insolvente di rinegoziare il mutuo con la banca, accendendo al Fondo di garanzia per la prima casa. «Si tratta di una norma giusta, che abbiamo sollecitato insieme ad altre organizzazioni della società civile – commenta Pastore –. Ma rischiano di restare lettera morta e di non salvare davvero nessuno se non si trovano giudici disponibili ad accogliere le istanze e banche che facciano la loro parte». Per ridimensionare il business degli immobili all’incanto, la vera e definitiva soluzione sarebbe creare un sistema alternativo alle aste giudiziarie. «L’ipotesi non è fantascientifica e va sotto il nome di cartolarizzazioni sociali – afferma la prorettrice della Cattolica di Milano Antonella Sciarrone Alibrandi, presidente dell’Associazione dei docenti di diritto dell’economia (Adde) –. Grazie a questa norma, sostenuta dalle Acli e dal senatore Pesco e già contenuta nella legge di bilancio 2020 – sostiene la professoressa – anziché vendere all’asta giudiziaria gli immobili a garanzia dei crediti deteriorati ceduti, il debitore può cederli ad una società-veicolo (detta ReoCo) che compra i beni del debitore consentendogli, però, di continuare a viverci o di utilizzarli per svolgere la propria attività produttiva, in previsione di un riacquisto dopo un certo numero di anni». In questo modo si otterebbe un duplice risultato: chi è in difficoltà avrebbe a disposizione una seconda chance e il mercato delle aste sarebbe in qualche modo, più controllato. «È una sorta di lease-back – sintetizza Sciarrone – ma per far sviluppare questo mercato, ancora del tutto inesplorato, bisogna coinvolgere investitori istituzionali che siano disposti a investimenti a lungo termine ma di forte ritorno sociale». Ancora una volta una questione di prospettiva.

 
 

 

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