Scarp Aprile
Ragazzi interrotti

In un anno sono aumentati in maniera significativa in tutta Italia i ricoveri di adolescenti nei reparti di psichiatria: crescono i tentativi di suicidio, i casi di autolesionismo ma anche gli attacchi di panico e le patologie legate alla depressione. Colpa della pandemia ma anche di scelte che hanno relegato tra le mura di casa i ragazzi in un periodo particolare della loro vita, in cui, normalmente, la maggior parte di loro riesce a gestire le criticità grazie ai legami con gli amici, al supporto di un allenatore, di un educatore o di un insegnante. Chiusi in casa, il malessere ha rotto gli argini. Alla scoperta della Generazione off.

di Marta Zanella

Lo scoppio della pandemia ha segnato un prima e un dopo nella nostra società. Lo ha segnato per tutti, ma gli adolescenti meritano un discorso a parte. Educatori, psicologi e medici sono concordi nel denunciare a gran voce l’ennesima emergenza che questo tempo ha portato con sé, che non è quella strettamente sanitaria da Covid e nemmeno quella economica. È l’emergenza, silenziosa ma pesantissima, che riguarda il disagio psichico esploso tra i giovanissimi. L’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ha richiamato l’attenzione sul fenomeno dichiarando che, da dopo la prima ondata della pandemia, hanno avuto un aumento dei ricoveri del 30% in neuropsichiatria. Nel 2011 erano stati 12 i ricoveri per autolesionismo, ragazzi che si tagliano sulle braccia, sulle gambe, alcuni anche per tentare il suicidio, nel 2020 sono saliti ad oltre 300, quasi uno al giorno. «Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo», ha dichiarato il responsabile di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Stefano Vicari. In questi mesi di pandemia, però, non sono aumentati solo gli episodi più gravi, ma sono esplosi anche problemi di sonno, irritabilità, crisi d’ansia e attacchi di panico, depressione e i casi di ritiro sociale. Insomma, un quadro di sofferenza psicologica a trecentosessanta gradi. L’Amico Charly è una associazione che dal 2001 si occupa di preven- zione al disagio sociale, nata dalla tragica storia di Charly Colombo che si tolse la vita a sedici anni. Oggi lavorano attraverso un centro di aggregazione giovanile, che supporta gli adolescenti nella crescita grazie ad attività educative e aggregative, e un servizio psicologico, dedicato a ragazzi che chiedono aiuto perché stanno vivendo un periodo di sofferenze psicologiche. «Fin da marzo e aprile scorsi abbiamo riscontrato nei ragazzi che ci chiedevano aiuto, sintomi di tipo ansioso legati alla paura del virus: paura di contagiarsi e soprattutto di contagiare. Poi, dopo mesi di isolamento, sono aumentate le situazioni di tipo depressivo – raccontano Giulia Meloni e Naomi Aceto, rispettivamente responsabile e psicoterapeuta del servizio psicologico di Amico Charly –. Forme di insonnia, difficoltà di attenzione e concentrazione, irregolarità alimentare, frustrazione, stress e nervosismo». Chi avevano già in carico per disturbi alimentari si è aggravato, molti sono arrivati per la prima volta, alcuni si sono resi conto di non farcela senza un supporto e hanno chiesto ai genitori di trovare qualcuno che li aiutasse. A L’Amico Charly non sono arrivati i casi più gravi, come invece accade negli ospedali. «Però sono giovanissimi che hanno già manifestato sintomi di sofferenza e che vanno accolti prima che degenerino». Su tutto ha pesato, oltre all’isolamento, anche la mancanza di routine e di progettualità. «Dopo un anno possiamo dire che i ragazzi sono più tristi, ansiosi, demotivati, senza interessi. La mancanza di una quotidianità regolare ha contribuito alla costruzione di abitudini poco sane e disfunzionali. In molti vediamo una tendenza a rimuginare continuamente sugli stessi pensieri negativi, il che non fa altro che peggiorare le cose. Sono ragazzi fragili».


Colpevolizzati dai media

A partire dall’estate, i giovanissimi sono stati additati nei media come i trasgressori, quelli che stavano nei parchetti senza mascherina, i responsabili dei contagi della seconda ondata. «In realtà, noi abbiamo visto degli adolescenti estremamente responsabili, anzi, con la paura di contagiare i nonni e chi stava loro vicino – continuano Meloni e Aceto –. Una paura così forte che è stata amplificata anche dal bombardamento mediatico che fin dall’inizio li ha additati come veicolo di contagio, colpevolizzandoli». Ragazzi che vivono perennemente connessi, che non possono o non riescono a sfuggire ai flussi di informazione, spesso senza nemmeno saper distinguere tra tutte quelle che arrivano. «È proprio un aspetto dell’adolescenza di oggi quello di essere iperconnessi e sovraesposti a quello che circola in rete. Se un adulto, arrivato a un certo punto, era in grado di spegnere la tv e smettere di ascoltare i telegiornali perché si rendeva conto che l’incessante comunicazione sulla pandemia era ansiogena, un ragazzo non sapeva né poteva semplicemente spegnere il telefono. Anche perché era l’unico strumento che gli restava per rimanere in contatto con il suo mondo, i suoi amici». E proprio gli strumenti tecnologici, tra l’altro, non sono stati un male assoluto. Anzi. «Così come la Dad, la didattica a distanza, è stata uno strumento importante perché ha portato avanti l’aspetto didattico. Ma assolutamente insufficiente, perché ha lasciato indietro quello relazionale. Sono mancati i legami fisici con i compagni, e questo ha generato sentimenti di grande solitudine e disorientamento».


È rimasto solo il dovere

È rimasto solo il dovere Così, se alla vita di un adolescente si toglie la scuola, gli intervalli, gli amici, le attività del pomeriggio, lo sport, resta soltanto il dovere. «Questo è un punto importante – riprende Giulia Meloni, – non è rimasto nessuno svago al di fuori del dovere. Anche la scuola, che rappresenta non solo l’istruzione e la cultura, ma anche un luogo di crescita, di confronto, di sperimentazione, è stata svuotata di questi significati ed è diventata solo il luogo di apprendimento didattico puro. Abbiamo poi tolto lo sport, che è altrettanto importante in questa fase della vita». Filippo, seconda media, abituato prima della pandemia a fare due allenamenti di rugby a settimana, poco tempo fa si è confidato con lei: «Il rugby mi manca terribilmente. E intanto sono sempre aggressivo, continuo a litigare con mia madre e con i miei fratelli. Sono spaventato da come sono diventato, non mi piaccio e non riesco a capire da dove mi arrivi tutta questa rabbia». «È solo un esempio dei tanti – spiega Meloni, – d’altronde l’adolescenza è proprio il momento in cui si costruisce la propria identità in opposizione ai genitori, è necessario e fisiologico il bisogno di autonomia, di uscire di casa, di staccarsi, e il periodo che stiamo vivendo che all’opposto ci chiude tutti insieme nella stessa casa è un passo indietro grosso, è un dramma». Anche per questo, L’Amico Charly ha consigliato ai genitori di lasciare anche momenti di isolamento, di «non intraprendere battaglie contro internet e i social network, perché in questo momento sono l’unico modo che hanno per poter stare nel gruppo di pari». Non sarà facile ricucire gli strappi. «Quando sarà finita l’emergenza ci vorrà tempo prima che i ragazzi ristabiliscano rapporti sereni – dichiara da Roma Stefano Vicari, – in molti casi sarà difficile anche farli uscire da casa».

 
 

 

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