I ripartenti
mi alzo e batto la crisi

Maledetta crisi,
ti metto alle spalle

Non si tratta di fare dell’ottimismo a buon mercato. Anche perché poi arrivano i numeri (dacci oggi la nostra pena statistica quotidiana) e sembra di stare sotto la bufera del secolo con l’ombrellino acquistato dai bengalesi del metrò. Infatti i dati – gli ultimissimi, inizio dicembre, fonte Eurostat, l’istituto continentale di statistica – dicono che ben 119,6 milioni di europei sono a rischio di povertà o di esclusione sociale: rappresentano il 24,2% della popolazione dell’Unione a 27, erano il 23,4% nel 2010 e il 23,5% nel 2008. Come dire: l’impoverimento è un fantasma che cammina veloce, in tutta l’Europa, e specialmente nei suoi paesi meridionali. Italia, va da sé, compresa: la crisi azzanna economia, produzione, occupazione, consumi, e alla fine l’unico indicatore in sicura crescita è la lunghezza delle file ai centri d’ascolto. Dunque, niente ottimismo scriteriato e, soprattutto, non giustificato dalla realtà delle cose. Però l’ombrellino esiste davvero. E la sua area d’asciutto la ritaglia, netta e rincuorante. In quell’area si possono piantare semi di un futuro diverso, incardinato su modelli economici più inclusivi e su un sistema di protezione sociale più partecipato, e anche per questo sostenibile. Se abbiamo scelto di raccontare storie di “ripartenti”, in questo numero di Scarp, non è soltanto perché si approssima il Natale, e la speranza è – come dire? – un atto dovuto. Piuttosto, abbiamo registrato, nel nostro piccolo, storie di resistenza “attiva” alla recessione, irrorate di ragionamenti che aprono scenari nuovi. Pontificare che la crisi è un tempo fecondo, è tirare uno schiaffo in faccia a chi la patisce nel portafoglio, nell’umore, nella carne. Ma di sicuro siamo in un’epoca di trasformazione: e allora perché rifiutarsi di registrare che esistono cittadini e comunità, associazioni e aziende che non solo galleggiano con successo, non solo cadono e si rialzano, ma sanno tracciare rotte di sviluppo nuove, più attente alla qualità delle relazioni, meno ossessionate dai grafici delle rendite finanziarie? Caritas Italiana ha intitolato ai “ripartenti” il suo recente Rapporto sulle povertà in Italia. Non manca, oggi, chi si apre sentieri di futuro, nella giungla dei fallimenti. Ripercorrerne il cammino, serve anche a vedere dove esso incrocia altre storie di speranza. Merce da condividere: una nuova fase, di sviluppo più equilibrato e giusto, nasce anche così.

Melvin, stipendiata dal quartiere

Famiglie solidali pagano lo stipendio. Lei assiste anziani nella periferia milanese

La crisi continua a colpire duro. E la coperta degli aiuti è sempre più corta. Così, in mancanza di un intervento pubblico, talvolta sono le comunità a riorganizzarsi, inventandosi risposte nuove a vecchi bisogni. A Rogoredo (Milano) un gruppo di famiglie è l’esempio di quello che si può fare dal basso, senza aspettare che a tirarti fuori dal tunnel sia qualcun altro: lo Stato, il Comune, la Politica, una Nuova Classe Dirigente, il Governo dei Tecnici o dei Politici. E via elencando. Non che queste famiglie abbiano la pretesa di dimostrare che del welfare si può fare a meno, così come Grillo cerca di convincerci che si può fare dei partiti. Le famiglie solidali hanno poco a che spartire, con i rottamatori in voga di questi tempi. Con impegno e intelligenza, piuttosto, fanno sperare in una possibilità di ripresa. Punto di partenza, condivisione Il gruppo di Rogoredo è nato 17 anni fa. Le famiglie all’inizio si ritrovano per «condividere un cammino di fede comune». Dunque preghiera, cene comunitarie, gite con i bambini. Poi, nel 2010, la crisi economica colpisce anche alcune di loro. «A messa, in oratorio, in parrocchia ci siamo sempre riempiti la bocca di parole impegnative: solidarietà, condivisione. E così quando qualche papà ha perso il lavoro, abbiamo pensato che fosse venuto il momento di dimostrare a noi stessi che sapevamo anche essere coerenti con quello che dicevamo di professare», racconta Antonio Contro. Le famiglie decidono allora di autotassarsi. Ognuna, secondo le proprie possibilità, versa un contributo mensile significativo a un fondo di solidarietà che viene ridistribuito a chi ne ha bisogno, sotto forma di piccoli prestiti. è il modello del microcredito. Niente di nuovo. Ma le famiglie non si fermano a questo. «Gli appartenenti al gruppo, fortunatamente, nell’arco di qualche mese si erano rimessi in piedi. Abbiamo allora pensato che sarebbe stato bello continuare l’esperienza. Anzi, chi aveva ritrovato il lavoro, ha voluto contribuire a sua volta al fondo, trasformandosi da beneficiario in donatore. Quindi a un certo punto ci siamo chiesti come potevamo impegnare le risorse raccolte», spiega Antonio.

Paga qualcun altro
Ed è qui che entra il gioco il centro di ascolto della Caritas del territorio. Le volontarie, interpellate dalle famiglie solidali, si ricordano di una giovane mamma boliviana che qualche mese prima aveva chiesto aiuto. Melvin Dolores Torricos Rodiguez, si chiama la donna. Dopo la nascita della bambina, l’anziana che l’aveva assunta come colf e tuttofare, le aveva fatto intendere che non le avrebbe rinnovato il contratto. Così Melvin si era trasferita dal fratello che abitava nel quartiere. Quando poi anche il marito aveva perso il lavoro, aveva bussato alle porte della parrocchia. «Era venuta da noi chiedendo non la carità, ma il lavoro. Quando le famiglie ci hanno chiesto di individuare qualcuno da aiutare, tutte noi abbiamo pensato a lei», ricostruiscono le volontarie. A questo punto della storia ci sono ancora soltanto i benefattori e il potenziale beneficiario. Ma perché questa generosità non diventi soltanto elemosina, serve un’idea. E l’idea le famiglie la concepiscono con l’aiuto di una cooperativa sociale. Nelle vecchie case operaie di Rogoredo l’età media è piuttosto alta. Non è difficile per gli operatori della cooperativa trovare anziani che accettino assistenza domestica. Soprattutto se l’assistenza è gratuita, perché a pagare è qualcun altro. Oggi Melvin ha sei anziani da visitare. Va a casa loro, fa loro compagnia, li accompagna ai giardinetti, li porta dal medico. Lo stipendio glielo pagano le famiglie solidali, il contratto regolare che le consente di rinnovare il permesso di soggiorno lo ha sottoscritto con la cooperativa. «Quando me ne vado, le signore mi ringraziano. E questo mi fa molto piacere, mi fa sentire utile», sottolinea Melvin. Sono state probabilmente anche le gratificazioni ricevute a spingerla a investire su di sé. Per professionalizzarsi, Melvin ha deciso di frequentare un corso per conseguire il titolo di ausiliaria socio assistenziale, che le permetterà ad esempio di lavorare nella case di riposo o nei centri per anziani e portatori di handicap. E proprio grazie ai consigli degli operatori della cooperativa, ha potuto chiedere e ottenere un prestito di duemila euro, che le permetterà di coprire il costo delle lezioni e di sperare in un futuro migliore.

Sei mesi, per ora
Risultato? Con una somma pari a circa ottomila euro è stato creato un posto di lavoro per una persona che ne aveva bisogno e offerto un servizio che non c’era agli abitanti del quartiere. Il contratto di Melvin durerà sei mesi. Ma non è detto che non continui oltre, se magari qualche anziano, o qualche suo familiare, nel frattempo deciderà anche di mettere mano al portafoglio…

Francesco Chiavarini

Dieci disoccupati al bar: «Ci compriamo la fabbrica»

In pochi mesi la vecchia modelleria Quadrifoglio è andata a rotoli. Ma i dipendenti se la sono presa, investendo le liquidazioni e livellando gli stipendi. E l’azienda va..

La fabbrica fallisce, e loro se la ricomprano. Sembra un’avventura, un’impresa impossibile, un colpo di testa o un sogno che si avvera grazie a qualche benefattore facoltoso. E invece non è così. È successo a Padova, in un paese di poco più di 12 mila abitanti che si chiama Vigodarzere, dove dieci operai trovatisi all’improvviso senza lavoro hanno raccolto tutti i soldi che avevano e si sono buttati. E non solo galleggiano: dopo due anni cominciano a vedere ricavi. Insieme hanno ri-fondato una modelleria che adesso si chiama D&C e che fa stampi per fonderie. È una storia di ripartenti, di persone over 40 rimaste col muso sull’asfalto, che se la sono vista brutta e che già s’immaginavano un futuro cupo assai: cassa integrazione e poi vita da spiccioli, magari l’aiuto dei vecchi genitori, magari qualche lavoro in nero e stagionale, ogni mese una stretta sulla spesa. La storia ce la racconta il più giovane, Luca Damian, che ha 26 anni ed è stato assunto da poco come ragioniere insieme a un altro operaio di origine marocchina, perché tutti gli altri dieci sono gli stessi che con la tuta stavano piegati sui macchinari otto ore al giorno, prima che i titolari dell’azienda non la facessero fallire e che loro se la ricomprassero diventando i nuovi soci fondatori.

Dalle ceneri della chiusura
«La modelleria nasce dal fallimento della vecchia ditta, che è stato decretato nel maggio 2010 – spiega Luca –. A giugno gli ex dipendenti si sono ritrovati in un bar e si sono detti: cosa facciamo? Poi, confrontandosi anche con i sindacati, hanno deciso di provarci. Hanno costituito la cooperativa e ad agosto già avevano cominciato a lavorare. In pratica hanno rilevato l’attività della vecchia azienda e tutto è ripartito». Il crollo della vecchia modelleria Quadrifoglio, così si chiamava, era arrivato all’improvviso, anche se le prime avvisaglie c’erano da mesi. L’azienda esisteva da 40 anni ma da poco erano subentrati nuovi titolari, la cui gestione non era delle più felici. «Diciamo che pensavano ad altro – racconta Luca –, avevano altri interessi. Più che a far andare bene l’attività, la vedevano come una fonte di guadagno per investire da un’altra parte». Quando il primo fornitore ha fatto istanza perché non gli venivano pagate da mesi le fatture, tutto è cominciato ad andare a rotoli. Intanto gli operai non ricevevano lo stipendio da cinque mesi. E non era proprio vita facile: la maggiorparte di loro ha più di 40 anni, moglie e bambini da mantenere. Alberto, per esempio, ha 38 anni e sei figli, Simone ne ha 40 ma erano 25 anni che lavorava nella modelleria. Alcuni di loro si ricordano di quando, nel Natale 2009, i dipendenti furono chiamati nello stabilimento per ricevere parte della tredicesima e almeno cinque mensilità in arretrato, ma i proprietari non si presentarono. Fu il Tribunale di Padova a decretare, il 20 maggio 2012, il fallimento della ditta. «Gli operai volevano conservare il loro posto di lavoro, ma non sapevano come fare – racconta Luca – e fu grazie al contatto con il sindacato che prese piede l’idea di riavviare l’attività ex novo in forma di cooperativa. I dipendenti hanno sfruttato una legge che permette di costituire una nuova cooperativa, investendo come capitale sociale le liquidazioni della mobilità anticipata. Se la sono fatta dare subito, insomma, e hanno messo insieme un primo fondo di 140 mila euro. Con il curatore fallimentare hanno poi fatto proposta di acquisto di ramo d’azienda e hanno aggiunto un’altra somma grazie all’apporto di due soci finanziatori: CoopFond, il fondo mutualistico di Lega Coop, che è entrata nel capitale sociale con 250 mila euro, e Cfi Cooperazione finanza e impresa, che ha messo altri 250 mila euro. Hanno acquistato i macchinari, il capannone invece è rimasto in affitto. Per finire, si sono appoggiati alla Banca Etica di Padova».

Da operai a cooperatori
L’ultima, fondamentale cosa che hanno fatto è stata forse la più rivoluzionaria: si sono abbassati gli stipendi, livellandoseli senza differenze tra chi era responsabile o no. Quindi, se prima c’era chi prendeva tremila euro lordi, ora ci sono 12 operai che prendono tutti 1.800 euro lordi. La ditta funziona su una sorta di autoregolazione interna: esiste il consiglio di amministrazione, esistono un presidente, un responsabile, ma ognuno è consapevole del contributo che dà, e se c’è da prendere una decisione la si prende tutti insieme, perché il voto è a persona, e non dipende dal capitale, diverso, che ciascuno ha investito. Ultimo dato: oggi gli operai della D&C sono riusciti a recupare 25 mila euro. Vedono la luce. E se la vedono, devono ringraziare se stessi.

Stefania Culurgioni