Scarp Settembre – Social street
Vicini di casa, vicini di vita

Una volta si chiamava buon vicinato quella cortesia, tipica dei piccoli centri, che garantiva una sorta di “protezione sociale” non solo da parte di amici e famigliari ma anche di vicini di casa. Oggi, ai tempi di internet, in pochi avrebbero scommesso sulla voglia delle persone che vivono nella stessa zona di conoscersi e stare insieme. Il successo delle social street, nato grazie soprattutto all’uso di internet e dei social network la dice lunga sulla voglia delle persone di socializzare. Nella grandi città ma non solo. Nata a Bologna, in via Fondazza il concetto di social street si è presto espanso in tutta Italia e all’estero

di Alberto Rizzardi e Generoso Simeone

Il buon vicinato ai tempi dei social network. Può sembrare un’eresia, visto tutto quel che è stato detto in questi anni sulla contraddizione, più che sulla cooperazione, tra questi due aspetti della vita moderna e sulla capacità delle nuove tecnologie di distrarre e astrarre dalla realtà, con milioni di utenti che sono in contatto ogni giorno con decine di amici in giro per il mondo, salvo poi non rivolgere la parola e magari non sapere neanche il nome del dirimpettaio. Tutte cose vere. Ma c’è anche l’opposto. Ovvero la tecnologia che si mette a disposizione della realtà. Un social network, il più popolare, che diventa la chiave virtuale per aprire le porte reali del vicinato 2.0. Social street è un’idea nata a Bologna un anno fa, nel settembre 2013, quando il giornalista Federico Bastiani, toscano di nascita ma felsineo d’adozione, cercava bambini con cui fare giocare il figlio, dopo essersi trasferitosi in quella via Fondazza in cui visse anche il pittore Giorgio Morandi. Un’iniziativa partita da un bisogno privato e rivelatasi ben presto una felice intuizione: è bastato qualche volantino affisso nella via per dare il via a un rapido e positivo contagio, che ha dapprima interessato le poche centinaia di metri di via Fondazza (più di 900 oggi gli iscritti al gruppo su un totale di circa duemila residenti) per poi estendersi al resto d’Italia e, addirittura, al mondo, con esempi in Portogallo, Brasile e Nuova Zelanda.

Ben 300 social street in Italia
Sono 300 oggi le social street mappate sul portale nazionale di riferimento www.socialstreet.it. Con un motto che ben sintetizza lo spirito che anima l’iniziativa: dal virtuale, al reale, al virtuoso. E un obiettivo ben chiaro: partire da un’interazione in rete per arrivare a socializzare nella vita reale con i vicini della propria strada o quartiere di residenza, instaurando un legame, condividendo necessità, scambiandosi professionalità e conoscenze, portando avanti progetti collettivi d’interesse comune. Qualche numero (in costante aggiornamento): sono 58 le social street attive a Bologna e in provincia; 45 a Milano (da Lambrate a piazzale Gambara, da via Sarpi al quartiere Isola), con i primi esempi anche nell’hinterland; 26 a Roma e dintorni. Ma non ci sono solo le grandi città: il fenomeno social street è arrivato anche nei centri più piccoli, da nord a sud. La Lombardia è la regione che, dopo la natia Emilia, sembra aver meglio risposto alla sollecitazione con una settantina di gruppi di quartiere creati in pochi mesi. In ognuna di queste realtà il meccanismo è il medesimo. E piuttosto semplice: si apre un gruppo chiuso su Facebook, si sparge la voce e si distribuisce qualche volantino in zona. In breve tempo la bacheca diventa una piccola, grande piazza virtuale dove poter chiedere consigli, offrire servizi, dare indicazioni, ma anche organizzare incontri, eventi e attività comuni. Sì, perché le social street non servono solo per chiedere una mano per un trasloco e per dipingere casa o per scovare il parrucchiere e il ristorante migliori della zona. Sono anche un vivace incubatore di idee e proposte per migliorare gli spazi e la vita della zona in cui si vive.

 

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