Scarp Settembre – Minori e comunità
Quando lo Stato scarica i propri figli

Diventare autonomi a 18 anni è difficile per qualsiasi ragazzo. Figuriamoci per chi proviene da realtà familiari difficili ed ha vissuto, fino al compimento della maggiore età, in comunità di accoglienza o famiglie affidatarie. Eppure per lo Stato italiano i neomaggiorenni possono cavarsela benissimo da soli e devono lasciare il “sistema” di protezione dell’infanzia, abbandonando percorsi di formazione, cure di psicoterapia od altro. Una visione miope che rischia di far “perdere” nuovamente migliaia di ragazzi quasi del tutto “salvati”

di Ettore Sutti

Se non è un’emergenza, poco ci manca. Il problema è che, salvo qualche addetto ai lavori, del problema sembra non importare a nessuno. Stiamo parlando dei neomaggiorenni in uscita dalle comunità per minori o dalle famiglie affidatarie. Oltre tremila ragazzi che, ogni anno, al compimento del 18esimo anno di età diventano ufficialmente “grandi” e, in quanto tali considerati in grado di cavarsela da soli. In altre parole vengono“scaricati” dalle istituzioni e lasciati a se stessi. Ma se a 18 anni diventare pienamente autonomi è estremamente difficile per ogni ragazzo pensate quanto può essere difficile per chi proviene da realtà famigliari complesse, da abusi o da violenze. «Questo è il nodo fondamentale – spiega Liviana Marelli, referente nazionale del Cnca (comitato nazionale comunità di accoglienza) per le politiche minorili e le famiglie nonché direttore della cooperativa sociale la Grande Casa di Milano –. Stiamo parlando di ragazzi fuori famiglia per motivi gravi e che stanno seguendo percorsi di tutela e accompagnamento importanti. Ebbene, per mere carenze economiche, quando raggiungono i 18 anni, in particolare se sono stranieri, vengono letteralmente “scaricati” dalla società». In verità alcuni di loro, anche se sempre di meno riescono ad ottenere il “proseguo amministrativo”, un istituto giuridico emesso dal Tribunale dei minorenni che estende l’accompagnamento verso l’autonomia fino ai 21 anni. Per tutti gli altri c’è il nulla.

Uno spreco infinito
«Il problema sono sempre i costi – continua Liviana Marelli –: il proseguo amministrativo è sempre meno usato perché impone al comune che ha la competenza di continuare a sostenere il minore. E quindi pagare. Ma siccome non sono più minorenni e, quindi per legge la responsabilità giuridica non è più di nessuno, la maggior parte dei comuni, tranne qualcuno particolarmente sen sibile, se ne frega bellamente. Il risultato è che la quasi totalità delle famiglie affidatarie delle comunità di accoglienza continuano ad occuparsi dei ragazzi fino alla loro autonomia. A titolo gratuito. Come Grande Casa, ad esempio, abbiamo continuato ad accogliere ragazzi maggiorenni che non sapevano dove andare o cosa fare fino a 23-25 anni come scelta di solidarietà e di cittadinanza attiva». Tra i comuni particolarmente sensibili c’è quello di Torino che nel lontano 2001 ha attivato un “Progetto Autonomia”, da prenotare prima del compimento del 18esimo anno e che si deve concludere non oltre i 25 anni in cui sono previsti fondi (unatantum di 5.000 euro) e progetti di accompagnamento per concludere gli studi, formarsi al lavoro ed ottenere autonomia abitativa. Altro servizio virtuoso è quello offerto dalla cooperativa “Spes contra Spem” che a Roma gestisce diverse case famiglia. La cooperativa ha attivato una serie di borse lavoro garantendo un fondo di 3 mila euro per ogni ragazzo che viene messo a disposizione del datore di lavoro per 3 mesi. In questo modo il ragazzo inizia a lavorare senza “pesare” sull’azienda. I risultati non mancano: nel 90% dei casi alla fine del periodo di prova i ragazzi inseriti con le borse lavoro ottengono un contratto a lungo termine.

Abbandonati due volte
«Le fatiche e i tagli dove non c’è obbligo di intervento sono ormai all’ordine del giorno – racconta Federico Zullo, presidente e fondatore di Agevolando, formata da giovani che hanno trascorso parte della loro vita “fuori famiglia” e che, una volta finita l’esperienza di accoglienza, si sono scontrati con le difficoltà di diventare autonomi –. Ma per tanti di questi ragazzi questo significa essere abbandonati di nuovo. Per questo motivo come associazione stiamo lavorando, insieme alla Commissione parlamentare infanzia, a un disegno di legge che garantisca il diritto dei neomaggiorenni in uscita da comunità o affidi ad accedere a percorsi di accompagnamento personalizzato predisposti dai servizi. Il disegno di legge prevede che al neo maggiorenne in uscita da una comunità o da una famiglia vengano garantite una serie di opportunità: facilitazioni nell’inserimento lavorativo (grazie a corsi professionali e a sgravi fiscali per le aziende), un fondo di 15 milioni di euro per progetti di accompagnamento sociale e di continuità di terapie sanitarie (chi ha iniziato un percorso di psicoterapia non deve abbandonarlo per forza a 18 anni), il diritto alla conclusione degli studi superiori e una sorte di dote scuola, agganciata ai risultati, per gli studi universitari». Il disegno di legge parla, non a caso, di diritto e non di gentile concessione. Perché la civiltà di un Paese si misura anche da come tutela i propri figli più deboli. «Agevolando ha tre sedi operative (Bologna, Verona e Trento) e sta progettando nuove aperture a Milano e Napoli – spiega ancora Federico Zullo –. Siamo un centinaio di soci, tra cui molti ex ospiti di comunità (tra cui Zullo stesso ndr) o famiglie affidatarie. L’associazione ha aperto tre sportelli (a Rimini, Bologna e Ravenna) e uno online (www.agevolando.org). L’obiettivo è quello di accompagnare i ragazzi e sostenerli, cercando di riempiere quel buco che si è creato al compimento dei 18 anni. Come associazione gestiamo anche 5 appartamenti, che ci hanno garantito in comodato d’uso, in cui i ragazzi, pagando una quota di partecipazione, iniziano a sperimentare la vita al di fuori delle comunità. Abbiamo anche promosso progetti di inclusione lavorativa – appena rifinanziati dalla regione anche per il prossimo anno – e coinvolto i ragazzi nella realizzazione di una guida cartacea ai servizi per neomaggiorenni in quasi tutti i capoluogi dell’Emilia Romagna. Cerchiamo poi di fare educazione sull’argomento ma è difficile coinvolgere chi non è dell’ambiente. Noi non molliamo, però, consapevoli del fatto che il compimento dei 18 anni deve essere visto come una festa e non come un momento di paura e angosciaper il futuro. Per tutti».

Un problema di tutti
«Di fatto – conclude Liviana Marelli –, per scelte di tipo economico facciamo ilminimo indispensabile fino ai 18 anni epoi ognun per sè. Se crescono povertà,disoccupazione giovanile, dispersionescolastica, numero dei neet (neet è la si-gle che indica quei ragazzi che non stu-diano nè lavorano, ndr), è ovvio che inquesti numeri sono compresi questi ra-gazzi che uscendo da situazioni proble-matiche partono svantaggiati rispettoagli altri. È come se lo Stato dismettesseil proprio compito. Noi abbiamo ragazzi che sono stati seguiti per anni in percorsi anche importanti. Anni di lavoro, di attenzione, di progettualità che vengono buttati alle ortiche solo perchéragazzo diventa maggiorenne. Una visione che definire miope è riduttiva. Il problema è che le politiche dell’infanzia sembrano essere sparite nel nostro Paese. Si parla davvero di tutto tranne di quello che dovrebbe essere più garantito di tutti perché i minori sono il futuro del nostro Paese. Ci si riempie la bocca con parole come minori e famiglia ma di fronte al mancato finanziamento del piano nazionale dell’infanzia nessuno tendenza. ha detto nulla. Ne vaServe del nostro un’inversione futuro».