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Chiedono asilo, l’accoglienza cambia

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Chiedono asilo, l’accoglienza cambia

 

 

Il sistema lombardo di accoglienza dei rifugiati si è trasformato negli ultimi anni. Sulla scia di una realtà in costante evoluzione

di Alberto Rizzardi

Era il 26 luglio del 2001. A tre anni dall’entrata in vigore della legge 40 del 1998, nota come Turco-Napolitano, a Varese veniva presentato lo sportello per i rifugiati politici, che sarebbe stato attivo dal giorno seguente all’aeroporto internazionale di Malpensa, affidato alla prefettura di Varese con una concessione a carico di Caritas e del Consiglio italiano per i rifugiati. Lo sportello, dove all’atto dell’apertura lavoravano sette operatori per fornire ai rifugiati accoglienza, assistenza giuridica e aiuto nella sistemazione in centri comunali convenzionati, rispondeva a forti esigenze sociali, certificate anche dai numeri.
Nei primi due anni di vita del valico di frontiera di Malpensa si era, infatti, registrato un deciso aumento nelle richieste di asilo politico: dalle 5 del 1998 alle 137 del 2000. Dati che poi sono saliti costantemente negli anni, fino a toccare quota 354 nel 2005, 1.039 nel 2006 e 1.082 nel 2007. Poi, dall’anno seguente, un cospicuo calo (516 nel 2008, appena 147 nel 2009).
La causa? Il depotenziamento dell’aeroporto di Malpensa, che nel marzo 2008 cessò la sua funzione di hub internazionale per Alitalia, con la maggior parte dei voli del vettore provenienti da molte località del sud del mondo dirottati allo scalo romano di Fiumicino. A cinque anni da quel de-hubbing, come funzionano i servizi d’accoglienza per i rifugiati in Lombardia?

Sempre più “casi Dublino”
«La situazione è piuttosto diversificata a seconda dei territori – spiega Luca Bettinelli, responsabile della segreteria stranieri di Caritas Ambrosiana –. Varese per molti anni è stata un modello, con una filiera di servizi che partiva già dall’accoglienza in aeroporto e arrivava fino alla piena autonomia del rifugiato, passando per la varie procedure di formalizzazione della domanda, con un inserimento parallelo in strutture di prima accoglienza. Questa eccellenza varesina si è, però, un po’ persa negli anni, per una serie di motivi: da un lato sono cambiati alcuni appalti, dall’altro c’è stato un mutamento nella tipologia di richiedenti».
Se, infatti, fino a qualche anno fa la maggior parte di richieste alle frontiere erano nuove domande per lo status di rifugiato, negli ultimi tre anni sono aumentati considerevolmente i cosiddetti “casi Dublino”, ovvero rifugiati e richiedenti asilo rinviati da altri paesi europei perché si sono allontanati dal paese che li ospita.
Rifugiati, nel caso italiano, che già hanno goduto della prima accoglienza e che, dunque, non possono accedere una seconda volta alla stessa. «Al momento si è cercato di tamponare la cosa con il Fondo europeo per i rifugiati – spiega Bettinelli – ma occorre un ripensamento del sistema.
L’anno scorso, solo dalla Svizzera, sono arrivati in Italia oltre tremila “dublinanti” e il sistema d’accoglienza non sempre è ingrado di dare risposte».
Nel resto della Lombardia il quadro è ancor più frammentato. Sparsi nel territorio ci sono piccoli-medi esempi di Sprar, il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati, nato nel 2001 con un protocollo d’intesa tra ministero dell’interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, Anci (l’Associazione nazionale dei comuni italiani) e Acnur (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati).
Enti locali e realtà del terzo settore si uniscono, sotto l’egida dell’Anci, per realizzare progetti di accoglienza integrata, nell’ambito del Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, che è, di fatto, un trait d’union tra prima e seconda accoglienza dei rifugiati, della durata di sei mesi.
A Varese è attivo un progetto Sprar gestito da Caritas Ambrosiana, con una ventina di posti. In provincia di Varese progetti territoriali analoghi sono a Samarate, Saronno, Cardano al Campo, Caronno Pertusella, Sesto Calende e Malnate. Così come Sprar esistono a Lodi, Lecco, Bergamo, Mantova e nel Bresciano, a Cellatica e Breno, per un totale di circa 150 posti.
E poi c’è Milano, dove, nel dettaglio, i servizi d’accoglienza si snodano seguendo due binari paralleli: di nuovo un progetto Sprar, gestito dal consorzio Farsi Prossimo, con 44 posti a disposizione; e il cosiddetto “Accordo Morcone”, attivato nel 2007 dal ministero dell’interno in quattro città (Roma, Milano, Torino e Firenze) e scaduto nel maggio di quest’anno, ma prorogato di un anno.

Le strutture di Milano
«A Milano – spiega Paolo Grassini, responsabile dell’Area stranieri e prima accoglienza del consorzio Farsi Prossimo – sono 400 i posti in cinque centri d’accoglienza (quattro dedicati a uomini adulti, uno a mamme single o con bambini), più una struttura in viale Ortles gestita direttamente dal comune».
Qui le persone che non hanno goduto finora di servizi di prima accoglienza possono restare per un massimo di 300 giorni con vitto e alloggio garantiti, più altri servizi volti all’integrazione: abbonamenti per i mezzi pubblici, corsi di lingue e percorsi ad hoc per l’attivazione di tirocini e borse lavoro.
«Al termine dei dieci mesi di permanenza – continua Grassini – se la persona è autonoma e autosufficiente, prosegue il suo percorso d’inserimento nel tessuto sociale da sola; in caso contrario, può entrare in strutture del terzo settore per un percorso di ulteriore sostegno».
Sono circa 600 le persone che annualmente ruotano nelle varie strutture milanesi, anche se il numero è ondivago e segue, va da sé, l’andamento delle crisi internazionali (si pensi alla recente ondata di arrivi dal nord Africa), con picchi comunque certificati nei mesi invernali e cali in estate, quando si cerca spesso lavoro al sud.
Dai dati del terzo Rapporto annuale sui rifugiati, pubblicato dal comune di Milano nel 2012, le persone accolte nel 2011 sono state 887, di cui 498 entrate nei centri, con un incremento del 3% di presenza rispetto al 2010, dovuto, tuttavia, a un maggiore turn over degli ospiti accolti.
E lo sportello di Malpensa? Esiste ancora. Il depotenziamento dello scalo ne ha ridotto sensibilmente l’attività, oggi concentrata sui già citati “casi Dublino”. A gestirlo oggi è la cooperativa varesina Mediazione-Integrazione, che ha preso il posto di Cir e Caritas, usciti di scena rispettivamente nel 2009 e a fine 2011.