Scarp Settembre
Schiave, un mercato che non tramonta

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Prostituite.
Destini tragici di donne schiave

Il fenomeno cambia. Si sposta al chiuso.
Così denunciare gli sfruttatori è sempre più difficile

di Ettore Sutti

Vittime, non prostitute. Secondo l’ultimo Rapporto mondiale sugli abusi sessuali pubblicato dalla francese Fondation Scelles, la stragrande maggioranza delle donne che nel mondo si prostituisce è alle dipendenze di uno sfruttatore. Quindi non prostitute, ma prostituite. Secondo l’Unodc (l’ufficio Onu sulle droghe e la criminalità) e l’Icmpd (International Centre for Migration Policy Development), la tratta a scopi sessuali ha fatto in Europa 52.340 vittime in soli cinque anni (dal 2003 al 2007); nel mondo, secondo l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim), le vittime di tratta sono dai 2 ai 4 milioni, l’80% donne, di cui il 70% destinate allo sfruttamento sessuale. Cifre approssimate per difetto: sempre secondo Icmpd, si riesce a intercettare solo una vittima su 60. Non sono molti i paesi che si sono dati legislazioni contro la tratta e le risorse messe a disposizione per la prevenzione e il contrasto del fenomeno non sono altissime. D’altro canto le vittime sono restie a denunciare i propri sfruttatori, anche dove esistono leggi che potrebbero tutelarle. Nel nostro paese, continuano a essere tantissime le donne, molte giovanissime, destinate al mercato del sesso a pagamento. Secondo il Gruppo Abele, sono circa 70 mila (l’8% minorenni) le prostitute in Italia, operanti per 9 milioni di clienti (un’enormità), con un giro di affari di milioni e milioni di euro. Di queste donne, circa l’80% sarebbero vittime di tratta. Eppure sono sempre di meno le ragazze che decidono di denunciare i propri sfruttatori e di accedere alle agevolazioni che la legge prevede. Al punto che molte comunità di accoglienza sono mezze vuote.

Senza una regia

silva3«L’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione del 1998 – spiega Mirta Da Pra Pocchiesa del gruppo Abele – era una delle leggi migliori al mondo, frutto di un lavoro tra associazioni operanti sul campo e i ministeri di affari sociali, pari opportunità e interno, per aiutare le vittime e contrastare il traffico di esseri umani. Per un certo periodo l’Italia era diventata una terra difficile per i trafficanti: le ragazze denunciavano e le forze dell’ordine potevano colpire duramente le organizzazioni criminali. Da un certo punto in avanti, però, è stato uno sfacelo. C’è stato un disinvestimento generale, enti e associazioni che lavorano sul tema si sono trovati senza una regia, senza un coordinamento. La decisione di chiudere le postazioni del numero verde anti-tratta (funziona ancora a livello nazionale col 800290290), pensate per lavorare sul territorio sollecitando le questure e incentivando gli enti, è stato un errore enorme. Non a caso sono drasticamente diminuite le chiamate al numero e le conseguenti richieste di aiuto». Intanto il fenomeno sta cambiando radicalmente. Ormai buona parte del mercato della prostituzione avviene al chiuso (appartamenti, centri massaggi, night club) e ciò rende ancora più difficile il contatto con le vittime di tratta, complicando non poco il lavoro di inquirenti e operatori sociali.

Ragazze “trattate bene”

«L’articolo 18 resta un punto fondante per il nostro lavoro – spiega il capo della squadra mobile di Milano, dottor Alessandro Giuliano –, anche se l’entrata nell’Unione europea di Romania e Bulgaria ha, di fatto, inertizzato l’impatto di tale strumento sulle ragazze che provengono da quei paesi. Senza denuncia da parte delle ragazze, non più incentivate dalla possibilità di ottenere permessi di soggiorno, diventa difficile provare che siano sfruttate. é anche cambiato il modus operandi di chi sfrutta: ora la tendenza è “trattare bene” le ragazze, garantendo loro vestiti e parte dell’incasso, per disincentivare le denunce. Altra complicazione deriva dal passaggio in appartamento della prostituzione. Abbiamo casi in cui gli sfruttatori intestano il contratto di affitto direttamente alle ragazze: così è quasi impossibile intervenire. Noi continuiamo a fare il nostro lavoro. Le indagini si allungano un po’, perché necessitano di solide basi su cui poggiare le accuse (serve la prova del passaggio di denaro tra ragazze e sfruttatori). Il vero problema, però, è che la prostituzione non si risolve certamente con l’intervento delle forze dell’ordine. Noi lavoriamo per far finire in galera gli aguzzini. Ma come sanno bene le associazioni che operano nel settore, e con cui noi collaboriamo in un proficuo lavoro di rete, le soluzioni stanno altrove».

Investire, non criminalizzare

«Se esiste una grande richiesta di sesso a pagamento – dice ancora Mirta Da Pra Pocchiesa –, è evidente che c’è un problema circa le modalità di relazione tra i sessi: una parte dei clienti cerca un rapporto a pagamento per non avere impegni. Esiste poi un problema di divario tra nord e sud del mondo: la percentuale di persone migranti che si prostituiscono è molto alta. E c’è un problema di genere: la prostituzione fa emergere lo scarso accesso al mercato del lavoro da parte delle migranti e, oggi, anche delle donne italiane, che stanno tornando a vendere il proprio corpo. Di queste cose bisognerebbe parlare, perché la prostituzione è un fenomeno che ci è molto più vicino di quanto non sembri. Perché i clienti non sono solo “quelli lì”, ma magari sono compagno, nostro padre, o il nostro vicino di casa…». Come combattere il fenomeno allora? «Innanzitutto senza criminalizzare nessuno a priori: né i clienti né le prostitute – conclude Mirta Da Pra –. L’unico criminale è chi traffica esseri umani. Quindi è importante distinguere tra vittima (consapevole o meno) e carnefice. Poi credo, dato l’altissimo numero di clienti nel nostro paese, che sarebbe importante iniziare a discutere in maniera seria su come si fa educazione sessuale e affettiva nella nostra società. E poi bisogna che la politica abbia la volontà di investire risorse in progetti di formazione-lavoro e di inserimento lavorativo davvero efficaci, da mettere a disposizione di chi ha bisogno. Le donne che incontriamo in strada hanno tutte una grande volontà di riscatto ed emancipazione – molte sono fuggite da situazioni terribili –, e lo stesso vale per alcune donne italiane escluse dai circuiti del lavoro e finite sulla strada perché non hanno altre possibilità. Se noi fossimo in grado di garantire opportunità di inclusione davvero percorribili, avremmo persone inserite nella società: non più assistite, anzi in grado di impegnarsi nel lavoro e generare ricchezza».

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