Scarp Ottobre
Storie di ordınaria povertà

Quattordici milioni. Tanti, secondo l’Istat, sono gli italiani che vivono al di sotto o nelle immediate vicinanze della linea che delimita la povertà assoluta. Tra loro, gli insospettabili che hanno sempre fatto parte della cosiddetta classe media, quella cioè che poteva contare su una bella casa, un lavoro con possibilità di carriera e poteva garantire un futuro migliore ai propri figli. Oggi, però, la situazione è cambiata: secondo l’Ocse la classe media sta scomparendo schiacciata tra poveri e super-ricchi. Una polarizzazione che viene sfruttata dai populisti e rischia di minare le basi stesse della democrazia. In occasione della Giornata mondiale di lotta alla povertà, Scarp vi racconta la storie di chi ha perso tutto ma sta cercando di risalire la china

di Francesco Chiavarini

«L’ultima vacanza? 11 anni fa. I vestiti? Un tempo mi piaceva fare shopping nelle boutique, ora frequento solo negozi di abiti di seconda mano. All’auto ho rinunciato: il bollo costa troppo, non ce la facciamo. Fortunatamente questo appartamento è nostro, ma c’è stato un momento in cui abbiamo rischiato di perderlo». Lo racconta con schiettezza, come a voler esorcizzare un incubo che ancora lo inquieta, Felice Scirea seduto con la moglie Raffaella Cirri al tavolo della cucina. Quarto piano senza ascensore di un vecchio palazzo di inizio secolo. Un edificio con ancora i fregi Liberty sulla facciata che deve aver conosciuto, come questa coppia di signori milanesi, tempi migliori. Agente di commercio per alcuni noti marchi alimentari lui, traduttrice e segretaria di direzione in una grande impresa chimica lei, nel 2000 scelgono di aprire un’edicola in via Padova a Milano a poche centinaia di metri dalla casa dove abitano da quando si sono sposati e dove Felice è nato. «Mia madre si era ammalata e non potevo più contare sul suo aiuto per badare ai miei due bambini che nel frattempo erano nati. Felice al lavoro aveva alti e bassi. Pensammo che mettere su bottega vicino a dove vivevamo, poteva essere una soluzione. Con l’aiuto di mamma e con la mia liquidazione mettemmo insieme i soldi necessari per acquistare la licenza: 163 milioni di vecchie lire. Con il senno di poi, oggi non rifarei più quella scelta, perché tutti i nostri guai cominciarono da lì», racconta Raffaella. In realtà all’inizio gli affari vanno piuttosto bene. La via è frequentata, c’è molto passaggio. Si vendono bene anche libri e articoli di cancelleria agli studenti e agli alunni delle scuole del quartiere. Poi, però, il vento inizia a cambiare.


La crisi ha colpito duro

«Quando? Se dovessi indicare un anno, direi il 2008 – risponde Felice –. Ma non è stata soltanto la crisi economica. Certo già nei primi mesi di quell’anno, si era capito che la gente aveva qualche problema. I clienti che avevano perso il lavoro a tutto pensavano tranne che a venire in edicola ad acquistare il giornale. Però penso che sul calo delle vendite abbiano influito anche altri fattori: la trasformazione tecnologica, la possibilità di informarsi gratuitamente sui siti on line, la politica scellerata delle case editrici a favore degli abbonamenti che ha tagliato completamente le gambe a noi edicolanti». Nel frattempo si era anche trasformato il volto del quartiere. «L’immigrazione – ragiona Felice – ha avuto un grande impatto qui. Sono venute ad abitare giovani coppie di stranieri che certo non erano interessate ai quotidiani di carta, tanto meno a quelli in lingua italiana». Inizia così la china discendente. Fino a che, ad un certo punto, gli introiti non sono più nemmeno sufficienti a pagare il canone di affitto del locale. Per tenere aperto Felice e Raffaella attingono ai risparmi. Ogni anno ne bruciano una parte. Il gioco non vale la candela. Lo sanno benissimo. Ma mollare il colpo, chiudere, non è una scelta facile. Significa trovarsi dall’oggi al domani senza un impiego. Quel banco coi giornali pare la sola scialuppa di salvataggio cui aggrapparsi. Sperando che la burrasca passi e arrivi il sereno. Ma il sole tarda a spuntare all’orizzonte. Quando si decidono a vendere la licenza è forse ormai troppo tardi. «Mettemmo annunci dappertutto, anche sui giornali in lingua cinese, ma nessuno si fece avanti. Venne solo un vigile per consegnarci una multa perché qualcuno aveva appeso abusivamente il nostro annuncio su un cestino ornamentale in via Paolo Sarpi, nella Chinatown di Milano», sorride amaramente Raffaella.


Pochi gli aiuti ricevuti

A marzo 2019 la resa. Una sera la saracinesca viene abbassata per l’ultima volta. Il sipario cala. Fine dello spettacolo. «Ogni volta che ripenso a quel giorno mi si stringe il cuore. Per me è stato il segno di una sconfitta. Per quanto mi sforzi faccio ancora fatica a superare quella sensazione di fallimento», abbassa lo sguardo Felice picchiettando nervosamente le dita sulla credenza. Chiusa l’edicola, senza più risparmi, iniziano giorni molto duri.«Depositata la licenza in Comune, immediatamente chiedemmo all’Inps l’indennizzo. Dopo 4 mesi non avevamo visto un euro. Nel frattempo però dovevamo pagare le bollette, fare la spesa. Ce la siamo vista davvero brutta. Per andare avanti ed evitare di perdere anche la casa abbiamo sacrificato l’orgoglio e chiesto aiuto. Prima a mio figlio, che nel frattempo si è diplomato, lavora ed è sempre pronto a fare qualche sacrificio per i suoi. Poi alla parrocchia, dove ho trovato le sole persone che si sono date davvero da fare per aiutarci», sottolinea Raffaella. Oggi il peggio sembra essere alla spalle. Anche se sarà comunque difficile andare avanti. Da settembre Felice riceverà la pensione. Sarà un assegno sociale, «una miseria», precisa, perché ha scoperto che i contributi pagati alla cassa professionale degli agenti di commercio non fanno cumulo con quelli incassati dall’Inps. «Diciotto anni di versamenti regolari che si sono come volatilizzati; me li restituiranno un po’ alla volta, chissà quando, ma non andranno a sommarsi agli altri per il calcolo contributivo, quindi alla fine non aggiungeranno molto». Nel frattempo Raffaella è in attesa di ricevere il suo primo stipendio da addetta alla reception, il nuovo lavoro ottenuto dopo un primo colloquio che le ha procurato la Fondazione San Carlo, la no profit legata alla Diocesi di Milano. Un contratto di soli tre mesi, in realtà, ma forse un nuovo inizio. Un’altra boccata di ossigeno dovrebbe arrivare dal Reddito di cittadinanza. Anche se non è ancora chiaro di quanto sarà effettivamente, se si sommerà, o integrerà, al reddito e che cosa comporterà. Certo è che nulla sarà più come prima. «Non mi faccio sconti – commenta Felice –. Riconosco di avere commesso degli errori. Ma posso dire una cosa con certezza: le leggi di questo Paese non ci hanno minimamente aiutato. Al contrario. Spesso ci siamo sentiti assolutamente soli e abbandonati a noi stessi. E questo non me lo aspettavo davvero».

 
 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>