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Stavolta (forse) sapremo accoglierli

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Stavolta (forse)
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Ondati di profughi dalla Siria: ci metteranno in crisi, come quelle dalla Libia? Premesse migliori, tocca ai comuni attuarle

di Francesco Chiavarini

L’Italia si farà trovare impreparata di fronte alla nuova emergenza umanitaria che già si delinea, con gli arrivi sulle nostre coste dei profughi siriani in fuga dalla guerra? E gli altri paesi europei faranno la loro parte? La domanda circola da mesi nei palazzi delle istituzioni e tra i vertici delle principali organizzazioni umanitarie. Perché nessuno sa prevedere che piega prenderà la crisi siriana.
Ma è certo che la guerra tra Damasco e gli oppositori del regime di Assad, come tutte le guerre, ha già prodotto un effetto collaterale: i profughi. Dall’inizio del conflitto uomini donne e bambini hanno cercato rifugio nei paesi confinanti: Libano e Giordania. Da mesi lo cercano anche in Europa. E in Italia in particolare. Siamo pronti ad accoglierli? E come lo faremo? Il nostro paese non ha dato, di recente, una grande prova di sé. Il sistema sperimentato durante la cosiddetta Emergenza Nord Africa, tra il luglio del 2011 e il febbraio di quest’anno, ha fatto acqua da tutte le parti. È costato parecchio (quasi un miliardo di euro), ha dato scarse se non nulle chance di integrazione ai circa 28mila profughi giunti dalla Libia, e ha in alcuni casi trasformato l’accoglienza in business.
In quella circostanza, nemmeno l’Europa ci fece una gran figura. Nessuna linea comune, paesi in ordine sparso, timorosi di aprire le frontiere, sotto la pressione di opinioni pubbliche indifferenti, se non ostili.

Sprar quadruplicato
Questa volta, tuttavia, piccoli segnali paiono indicare che si imboccherà un’altra strada. Ma andiamo con ordine, e iniziamo dall’Italia. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati stima che più di 4.600 siriani siano giunti via mare nel nostro paese dall’inizio dell’anno. I due terzi, tra agosto e settembre. In quaranta giorni, questa estate, sono stati accolti soprattutto in Sicilia, ma anche in Calabria, 3.300 profughi in fuga dal regime di Damasco, tra i quali più di 230 bambini non accompagnanti.
E dall’inizio dell’anno al 6 settembresempre secondo l’Unhcr, 21.870 persone di varie nazionalità sono arrivate nel sud Italia: un aumento considerevole rispetto ai livelli del 2012, quando si registrarono 7.981 ingressi. Coloro che sono approdati quest’anno arrivano principalmente da Eritrea (5.778, erano 594 nel 2012), Somalia (2.571, 1.280 nel 2012) e Siria, appunto (gli arrivi dal paese mediorientale, lo scorso anno, erano stati meno di 400).
Se insomma non siamo ancora all’esodo di massa dalla Libia, indotto e utilizzato dal regime di Gheddafi come ritorsione contro l’intervento militare occidentale al fianco dei ribelli, i flussi cominciano a essere significativi. E potrebbero diventare presto allarmanti, se la crisi continuerà o avrà un’escalation. Proprio in previsione di questo scenario, il 30 luglio il ministero dell’interno ha approvato un decreto legge, passato in sordina, ma destinato a gettare le basi di un sistema di accoglienza finalmente adeguato.
Il provvedimento quadruplica lo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, gestito dagli enti locali), portandolo da 4 mila a 16 mila posti, implementabili, in caso di emergenza, fino a quasi 20 mila. Costo dell’operazione: 200 milioni di euro, messi a bilancio, nonostante i tempi di vacche magre. I posti, in realtà, sono ancora solo sulla carta.
Perché diventino effettivi, occorrerà che i comuni aderiscano al bando e richiedano i finanziamenti per creare i centri e gestirli. Ma le norme e la copertura economica ci sono per fare dello Sprar, sistema collaudato e specializzato nell’accoglienza, il pilastro di qualsiasi piano straordinario.

Addio ai Cara
Il provvedimento, varato dal governo, consente anche il superamento dei Cara, i centri di prima accoglienza dove i richiedenti asilo vengono identificati e rimangono fino a che non ricevono una risposta alla domanda di protezione.
Oggi in queste strutture sovraffollate si può rimanere intrappolati per mesi. Il decreto istituisce, invece, hub di smistamento regionali, centri diffusi sul territorio, più piccoli e più efficienti. Tutto questo ci metterà al riparo dagli errori del passato? «A un’emergenza bisognerà rispondere con misure emergenziali – osserva Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione di Caritas Italiana –. Tuttavia, oggi il governo consegna agli enti locali uno strumento e le risorse per adoperarlo.
Spetterà ai sindaci imparare a utilizzarlo bene e agli operatori di cooperative sociali ed enti non profit, che spesso hanno in appalto i servizi, fare la loro parte». Certamente, una dotazione di “potenziali” ventimila posti dovrebbe evitare di imbarcare sulla scialuppa di salvataggio, anche in caso di emergenza, realtà che con l’accoglienza hanno poco a che fare.
Come accadde durate la cosiddetta Emergenza Nord Africa, quando, per la fretta, si decise di affidarsi agli albergatori, o peggio a cooperative improvvisate, che avevano più a cuore gli indennizzi che il futuro dei loro ospiti.

Clima mutato in Europa
Ma gli spiragli di speranza non vengono solo dall’Italia. Il clima sembra essere cambiato anche altrove, in Europa. In Germania, ad esempio. Già a marzo il ministero dell’interno tedesco, in accordo con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, ha aperto un canale umanitario per i siriani scappati nei paesi vicini, soprattutto in Libano.
L’intesa permetterà, a regime, di offrire assistenza e protezione sociale in Germania a cinquemila persone particolarmente bisognose di aiuto. I rifugiati, che possono beneficiare del programma, sono individuati dai funzionari Onu presenti nei campi profughi, in base a requisisti stabiliti dal governo tedesco. Dopo l’esame della domanda, che può durare qualche mese, le persone vengono trasferite in Germania, dove per le prime due settimane vengono ospitate in una struttura di accoglienza centrale. Qui ricevono informazioni e sostegno. Dopodiché vengono ripartite tra i Länder (le Regioni federali) e i comuni, secondo quote fissate in proporzione alla popolazione residente, adottate anche per la distribuzione degli altri rifugiati.

La Germania che accoglie
Grazie a questo accordo, all’inizio di settembre in Germania sono arrivati i primi 107 rifugiati siriani, provenienti dal Libano. Per le prime due settimane sono stati ospitati nel centro di accoglienza di Friedland, nel Land Niedersachsen. Inoltre, il governo centrale ha istituito un secondo canale di accoglienza su base regionale e familiare. In aggiunta al programma nazionale, i Länder possono accogliere altri profughi che hanno parenti residenti nel loro territorio (ogni Land decide quanti rifugiati accogliere in più).
I parenti residenti in Germania che presentano la domanda devono provare di avere i mezzi per coprire tutti i costi riguardanti i rifugiati. Nel caso non possano ospitarli a casa, devono affittare un appartamento. E assumersi i costi della mutua e delle cure mediche. Per il momento, sono solo sei le regioni che hanno aderito a questa proposta e nessun profugo è stato accolto.
L’impegno della Germania (che peraltro, normalmente, accoglie molti più rifugiati di quanto faccia l’Italia) è comunque un risultato da non sottovalutare, se si considera che la decisione di aprire le frontiere è avvenuta in piena campagna elettorale, momento certamente non tra i più favorevoli per promuovere appelli all’accoglienza. «Questo sistema è troppo oneroso per le famiglie e secondo noi non avrà molto successo. Ma il solo fatto che sia stato istituito è indice di un cambiamento di atteggiamento dei tedeschi verso i profughi – sostiene Roberto Alborino, responsabile per l’immigrazione di Caritas Germania –. Sono sempre più frequenti nel territorio federale azioni di protesta e scontento, a causa del crescente numero di rifugiati e richiedenti asilo: si prevedono circa 100 mila domande di asilo politico entro fine 2013, quasi il doppio del 2012. Tuttavia nei confronti dei siriani si registra maggiore comprensione. La gente conosce le atrocità della guerra ed è anche rimasta profondamente colpita dalle parole di papa Francesco».
Non è forse un caso, che tra i sei Länder che hanno aderito all’accoglienza in famiglia c’è la Baviera, dove i cattolici sono in maggioranza.