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Rifugiati: Il bello di accogliere in famiglia

Il nostro ruolo è stato quello di aiutarli a orientarsi. All’inizio abbiamo deciso dove fare la spesa, come trovare le offerte, abbiamo steso insieme delle liste delle cose che non avevano e avrebbero potuto servire loro. Ma abbiamo fatto tutto sempre insieme, mai sostituendoci: in questo modo hanno potuto iniziare a costruire le loro conoscenze.

di Marta Zanella

A volere fortemente che la famiglia Chiavarino aprisse la porta di casa è stata Emma, 9 anni. Quando i bambini decidono di essere generosi a volte la fanno fin troppo facile, di certo senza stare a pesare i pro e i contro sulla bilancia. Ma in questo caso Chiara e Giovanni, i genitori di Emma, invece di frenarla hanno assecondato il suo slancio e hanno deciso di buttarsi in questa avventura. Così, da qualche mese, Emma si trova con due “cuginetti” in più, come li considera lei: Joyce, di tre anni, e il piccolo Franklin, che oggi ha 14 mesi. «Io lavoro nel sociale e mia figlia ha sempre sentito parlare di progetti di accoglienza in famiglia. Da tempo ci chiedeva che anche noi vivessimo un’esperienza di questo tipo – racconta mamma Chiara –. Un giorno il prete della parrocchia ha proposto al nostro gruppo famiglie di accogliere e accompagnare alcuni rifugiati». Hanno sondato le disponibilità di ciascuno, e alla fine si è creata una cordata in cui un paio di nuclei hanno dato la disponibilità più ampia in termini di presenza, mentre altri si sono offerti per necessità più mirate, come il prestito di lettini e passeggini.


Esperienze condivise

I Chiavarino sono diventati quindi una delle famiglie tutor del progetto “ProTetto – Rifugiato a casa mia”, promosso dalla Caritas Ambrosiana con l’obiettivo di creare modelli virtuosi di accoglienza diffusa e di integrazione, attraverso la reciproca conoscenza tra persone rifugiate e famiglie disposte ad accogliere e accompagnare all’autonomia. E così Clarissa, Lawrence e i piccoli Joyce e Franklin sono entrati nella loro vita. «Il nostro ruolo è stato quello di aiutarli a orientarsi, soprattutto in città e nel nostro modo di vivere. All’inizio abbiamo deciso dove fare la spesa, come trovare le offerte, abbiamo steso insieme delle liste delle cose che non avevano e avrebbero potuto servire loro – spiega Chiara ricordando i primi giorni di affiancamento –. Li abbiamo accompagnati allo sportello lavoro, ci siamo occupati insieme delle domande e dell’iscrizione al nido e alla scuola dell’infanzia. Ma abbiamo fatto tutto questo sempre insieme, mai sostituendoci: e così hanno potuto iniziare a costruire le loro conoscenze». Clarisse è scappata dal Congo diversi anni fa, mentre Lawrence è nigeriano. Si sono conosciuti in Sudan, dove lei lavorava come biologa e lui come architetto. In Italia sono arrivati separatamente, prima lei, con la primogenita e il pancione, e qualche mese più tardi li ha raggiunti anche il marito. Quando hanno ottenuto lo status di rifugiati, qui a Milano, hanno trovato in fretta lavoro: entrambi come ausiliari delle pulizie.


Come dei parenti

«Hanno lavorato molto, fin da subito, così è capitato molte volte che andassimo noi a prendere i bambini all’asilo, e li tenessimo nel pomeriggio e per la cena, fino a quando i genitori non finivano il turno di lavoro e potevano tornare e riprenderli. Proprio come si fa con una sorella che ti chiede una mano, e tu tieni i nipotini finché ce n’è bisogno. Non è stato un impegno gravoso. Abbiamo considerato bene cosa potevamo dare senza snaturare la nostra famiglia. Ed è accaduto che, in un certo senso, anche loro ci hanno accolti nella loro storia. È davvero una relazione di scambio». Scambio avvenuto anche con le altre famiglie della parrocchia: Clarisse, che è cattolica, la domenica partecipa con i figli alla messa dei bambini, nella centralissima parrocchia “bene” di San Vincenzo al Prato, e al momento di condivisione con un caffé organizzato per le famiglie subito dopo. Al momento abitano in uno spazio della parrocchia riadattato per l’accoglienza, ma stanno cercando un appartamento in affitto tutto loro. Il progetto di accompagnamento targato Caritas formalmente finirà a novembre, ma le relazioni che si sono create, invece, resteranno. «Ormai sono entrati nella nostra vita – chiude Chiara, – come dei lontani parenti venuti a vivere vicino a noi. Il legame si è rafforzato, l’amicizia continua».