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Tacchetti rosa

La grande lezione del calcio femminile, dove lo sport è ancora passione, e dove sono sempre di più le allenatrici donne.

di Stefania Culurgioni

Suo padre la porta a fare una partitella con i suoi colleghi. È una ragazza, e loro istintivamente ci vanno piano. All’inizio non la marcano stretta, le lasciano spazio, sorridono quando lei ruba palla. Solo che lei ruba palla quasi sempre, scatta in area, segna. Che smacco. Il gioco comincia a farsi duro, anzi “uguale”, la ragazzina è pericolosa, i colleghi si ritrovano a vederla come avversaria. È solo uno degli episodi nella carriera di Marina Rogazione, attaccante del Pink Bari, 26 anni e calciatrice dall’età di dieci. Si è appena laureata in giurisprudenza, si allena quattro sere alla settimana, ha segnato 11 gol nel campionato dell’anno scorso, compreso quello decisivo, che è valso il passaggio in A. Dice che deve a tutti i costi imparare la “rabona”, una specie di colpo di tacco al contrario, e che il calcio è la sua valvola di sfogo, la sua gioia, la sua carica vitale. Che importa dei pregiudizi. Eccolo, lo spirito del calcio femminile italiano di serie A. Quattordici squadre in campionato, cinque delle quali allenate da donne (e il gergo non cambia: anche loro si chiamano Mister), il Bari, il Brescia, il Mozzanica (Bergamo), il Tavagnacco (Udine) e l’Orobica di Azzano San Paolo (Bergamo). Zero soldi, perché nonostante la serie più alta viene ancora relegato alla lega dei dilettanti, zero trasmissione in televisione e persino qualche scivolone da parte di chi dovrebbe promuoverlo: era stato proprio Carlo Tavecchio, in procinto di essere eletto presidente della Fgci, a dire nel maggio scorso: «Si pensava che le donne fossero handicappate rispetto al maschio, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili». Un’uscita infelice poi superata da una bella dichiarazione d’intenti: «Bisogna rilanciare il calcio femminile – si corresse lo stesso Tavecchio – su 31 milioni di donne in Italia, le tesserate sono soltanto 20mila. In Norvegia sono 110 mila. Pensate come sarebbe bello se, ad esempio, prima di Roma-Lazio di serie A all’Olimpico si giocasse un Roma-Lazio femminile. Lo stadio sarebbe pieno, ci sarebbe più attenzione per la manifestazione sportiva». Perché in effetti, le differenze ci sono. Meno velocità, meno potenza fisica, meno acrobazie, meno esasperazione ma anche più autenticità, nessuna scommessa, zero partite a tavolino, meno soldi che girano, nessuna pressione mediatica e quindi più purezza, più verità. Un calcio romantico, privo di eccessivi tatticismi, fatto di improvvisi capovolgimenti di fronte, fatto di passione nuda e pura, fatto di storie di donne che sono mamme, lavoratrici, studentesse e poi, solo poi, calciatrici. Nonostante siano in serie A.

Una passione tutta in rosa
Prendiamo per esempio il Pink Bari: la cosa più controcorrente di questa società sportiva è che non ha squadre di maschi. «Forse ne apriamo una l’anno prossimo», dice la mister Isabella Cardone. Forse. La seconda cosa quasi controcorrente è che il Bari (maschile) è scivolato in B, il Pink Bari è risalito in A: ma il Bari si allena nello stadio della città, le ragazze invece devono allenarsi e giocare a Bitetto. Il motivo? Su un campo in erba non si possono giocare più di due partite, quando c’è da scegliere, si sceglie al maschile. Ovvio. «Alleno queste ragazze da 13 anni – dice Cardone – mi chiamano la Ferguson del calcio femminile (ndr considerato uno dei più grandi allenatori al mondo, Ferguson ha guidato il Manchester United ininterrottamente dal novembre 1986 al maggio 2013). Sono sposata da 14 anni, non ho figli, il calcio è la mia passione da quando sono bambina. Mia madre mi aspettava nella pancia, era il 1970, guardava la finale Italia – Germania e io tiravo calci da dentro. Ho giocato qualche anno, poi mi sono rotta il crociato e ho smesso. Ho messo su uno studio da commercialista e alleno per passione, anche se ormai per passione faccio la commercialista e lavoro come allenatrice». Isabella ci mette tutta la sua grinta: sotto la sua ala 24 ragazze dai 15 ai 34 anni. Sono donne e adolescenti che studiano tutto il giorno, vanno all’università, o fanno le operaie, le impiegate, le mamme e poi la sera, a costo di portarsi i figli al campo, si allenano. Quando ci sono le trasferte, si giocano le ferie, e se non hanno le ferie, devono sperare che il datore di lavoro chiuda un occhio e gli dia il venerdì per partire. Quanto ai soldi: nessuno stipendio. La società al massimo rimborsa i viaggi, ma vuoi mettere quei 500 tifosi fissi che ogni domenica vanno alla partita? Sono da pelle d’oca. «È ovvio che il calcio femminile è diverso da quello maschile – continua mister Cardone – ma lo sport è sport, e il calcio è il calcio. Esiste una palla al centro e si corre». Ha fatto scalpore la recente notizia che in Francia sia stata scelta una donna per allenare una squadra di serie B (Ligue 2), cioè il Clermont Foot 63. Corinne Diacre, questo il suo nome, è una ex calciatrice di 40 anni e da quando è stata nominata è stata talmente bersagliata di domande su come sia, per una donna, allenare una squadra di uomini, che ad un certo punto ha chiuso i microfoni: «Siamo desolati – hanno risposto dal club – ma Corinne Diacre ha già risposto a troppe interviste e ora vuole solo concentrarsi sull’aspetto sportivo, sulla preparazione delle gare, sulle sedute di allenamento. Il messaggio è chiaro: donna o uomo, il calcio è uno, e l’importante è vincere.

Nessuna è stipendiata
Anche l’Orobica di Azzano San Paolo in provincia di Bergamo è una squadra femminile di serie A allenata da una donna. Marianna Marini ha 33 anni e lavora nell’ufficio ragioneria e tributi del comune di Sorisole. Ha giocato a calcio per 22 anni, in A, B, C e D e da quest’anno ha sotto la sua responsabilità una rosa di 24 giocatrici: «Il calcio femminile è etichettato come calcio dilettantistico – dice – ma noi ci mettiamo tutta la nostra professionalità. Io per esempio ho fatto il corso di allenatore alla scuola di Coverciano». Coverciano è un quartiere di Firenze dove ha sede il Centro tecnico sportivo federale della Figc, che è anche sede del ritiro della nazionale. «Certamente il fatto che il calcio femminile non possa essere un lavoro per le giocatrici, ci penalizza. Possiamo allenarci solo la sera, dopo una giornata di lavoro, studio o famiglia e questo accade perché non siamo stipendiate. Se fossimo pagate potremmo vivere di questo, allenarci ogni giorno, migliorare le prestazioni atletiche, migliorare il nostro calcio». Bisognerebbe insomma rilanciarlo, questo calcio verace, dargli visibilità, notorietà, pubblico. E allora arriverebbero gli sponsor, e i soldi, e con i soldi gli stipendi, e una preparazione tecnica diversa. Perderebbe la sua purezza? Intanto, sarebbe sempre calcio, e se la differenza la fanno gli interpreti, le donne saprebbero comunque interpretarlo alla loro maniera: da donne, combattenti, grintose, appassionate.