Scarp Ottobre
La scelta di prendersi cura

Scarp ha incontrato chi si è preso cura delle persone più fragili durante la pandemia. Perché va bene parlare di spazi, separatori e tavoli distanziati ma l’impatto più grande del cambiamento, quando si ha a che fare con persone dai bisogni speciali, resta quello emotivo. Il lavoro è fatto anche e soprattutto di vicinanza fisica, di intimità e di accudimento. Alla scoperta di come cambia tutto questo oggi, quando una carezza o la semplice vicinanza sembrano non essere più possibili.

di Daniela Palumbo

“La tempesta inaspettata e furiosa”, così ha chiamato Papa Francesco la pandemia che ha messo in ginocchio l’intero mondo. La crisi sanitaria planetaria ha sconvolto tutti i settori del business e del welfare. In particolare, i servizi del welfare socio-sanitario sono stati – e sono tuttora – fra quelli più colpiti, proprio per la particolare proprietà della loro azione di prossimità e di vicinanza alle persone vulnerabili: anziani, malati di Alzheimer, minori in comunità, orfani, persone affette da dipendenze, malati psichici, homeless, persone disabili. Lo ha raccontato nel suo libro Welfarevirus (edizioni Erickson) Fabio Folgheraiter, coordinatore dei corsi di laurea triennale e magistrale di servizio sociale di Milano e Brescia, all’Università Cattolica. «Le considerazioni contenute nel libro , che raccoglie lezioni a distanza tenute in fase di emergenza sanitaria – racconta Folgheraiter –, sono state anche un modo per aiutare i giovani ad elaborare, non solo intellettualmente, ma anche emotivamente, quello che stava succedendo. Dalle riflessioni è emerso il tentativo di comprendere le logiche profonde dei nostri sistemi di welfare che risultavano sollecitate dalla nuova sconvolgente realtà delle cose. In generale, il distanziamento sociale ha prodotto uno shock che ha avuto un impatto di sofferenza “bilaterale”, sia sul versante delle famiglie/comunità, che dei servizi. Si sono infatti evidenziati i limiti di quella idea consolidata secondo cui gli utenti hanno i problemi e i servizi hanno le soluzioni. In realtà, nella cura delle fragilità esistenziali, un certo grado di “fare assieme” – o di condivisione di potere (empowerment) – è la condizione imprescindibile affinché gli operatori sociali/sanitari possano costruire una vera relazione di aiuto».


Il tema del “lavorare assieme” richiama anche la collaborazione auspicata tra comparto sanitario e comparto sociale entro i sistemi del welfare locale. Gli operatori del comparto sanitario, lei scrive, sono esperti di salute. Gli operatori sociali sono esperti del senso del vivere…

L’emergenza sanitaria ha posto in primo piano la necessità di tutelare la salute. In nome di quel valore primario abbiamo sacrificato, comprensibilmente, la libertà di movimento, il lavoro, gli svaghi e lo sport, le relazioni sociali. È chiaro che vita e salute hanno potuto coincidere, come in questo caso, nel momento in cui la nostra salute fisica è stata messa in serio pericolo. In generale, gli operatori sociali si preoccupano del fatto che la vita altrui sia pregna di significato e di senso e, qualora questo senso si smarrisca, sia possibile con fatica, attraverso il sostegno, recuperare i valori e le gioie essenziali dell’esistenza. Quando le difficoltà esistenziali sono legate alla presenza di malattie, l’auspicata guarigione sanitaria può apportare benefici al senso della vita. Ma, benefici alla pienezza del vivere (care), possono giungere anche se l’eventuale malattia non possa, come nel caso delle cronicità, essere curata con mezzi tecnici (cure). È, dunque, un aiuto inteso come care l’apporto specifico al welfare che gli operatori sociali possono fornire. Gli operatori sanitari dal canto loro garantiscono la funzionalità degli apparati biologici che consentono al nostro corpo di funzionare. Spesso, per il benessere della persona, gli interventi devono essere garantiti congiuntamente, ed è perciò che peroriamo, non sempre con gli esiti sperati, la necessità della cosiddetta integrazione socio-sanitaria.


Oggi che si sta cercando di tornare a una seppur precaria normalità, a che punto si è con la riorganizzazione dei servizi sociali?

Per dare una risposta adeguata è necessario attendere i risultati delle diverse ricerche empiriche che si sono attivate in questi mesi, per capire come si sia modificata (in meglio o in peggio?) la realtà operativa dentro i servizi sociali italiani. Al momento, io temo che il principale insegnamento metodologico della pandemia – e cioè che la sinergia effettiva tra tutti gli attori terapeutici sia un valore assoluto da preservare e incentivare ad ogni costo – non sia stato assimilato. Si tende a pensare che quella parità nelle condizioni di relativa impotenza sia una momentanea disgrazia della pandemia e che occorra fare di tutto per ripristinare l’ordine naturale delle cose: ossia una condizione in cui gli operatori del welfare possano presumere ancora di sapere esattamente cosa fare, e come farlo, per risolvere i problemi degli altri. Molte pratiche di riorganizzazione dei servizi, in questi mesi, vanno in questa direzione, purtroppo. L’efficienza unilaterale è anche figlia della paura, oggi ancor di più, di tutelarsi sul piano legale, per evitare ricorsi e denunce.


La tecnologia, protagonista del lockdown, può diventare un surrogato di relazione dentro la professione di social worker?

Un completo e imbarazzante azzeramento delle capacità d’azione dei servizi sociali, in questi mesi di pandemia, è stato evitato proprio dalla possibilità di potersi relazionare in maniera surrogata attraverso le tecnologie. Collegamenti in videochiamata, mail, riunioni su varie piattaforme, eccetera sono stati essenziali per garantire un minimo di contatto diretto con molte persone sofferenti, utenti dei servizi, altrimenti abbandonate a se stesse, paradossalmente a termini di legge. È chiaro che le relazioni mediate dallo schermo di un computer vanno bene qualora ci sia l’impossibilità o la grave difficoltà a riunirsi di persona. Non dovrebbero mai essere usate per la comodità degli operatori, per evitare spostamenti o spese aggiuntive, risparmi di bilancio. Pur apprezzando il contributo delle tecnologie, va ribadito con forza che gli operatori sociali debbono rivendicare sempre il diritto/dovere di facilitare relazioni vere tra persone che si pongono una di fronte all’altra senza barriere.


Il Terzo settore ha un ruolo chiave nei servizi socio-sanitari, ma tutti i soggetti sono uguali. Non ci dovrebbe essere un sistema di controllo e valutazione del lavoro sul campo più serrato?

Purtroppo i sistemi per una valutazione oggettiva della qualità delle organizzazioni sociali, non solo quelle private, non funzionano come ci si aspettava, anzi addirittura essi di fatto lavorano al contrario e creano spesso impacci e ostacoli alla qualità che dicono di promuovere. Anche il ricorso alla concorrenza, caro ai liberisti, si è rivelato poco fecondo nel sociale. In ogni caso, io credo che qualche mela marcia non possa mai arrivare a poter screditare l’enorme lavoro, spesso umile e nascosto, di un comparto di straordinario valore civico.

 
 

 

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