Scarp Ottobre
IUS SOLI: Italiani di fatto

L’Italia resta al palo sul tema dei diritti. Il ritiro del progetto di legge sullo ius soli temperato, per evitare una crisi di Governo, ha mostrato come sul tema immigrazione si innestino ancora troppe questioni politiche e identitarie. Questo nonostante la proposta fosse tutto tranne che permissiva (ius soli temperato) e che, addirittura, si parlasse per la prima volta di ius culturae. Viaggio di Scarp tra i ragazzi nati o cresciuti in Italia che continuano a sentirsi (e ad essere considerati) stranieri, nel Paese che vivono come loro.

di Francesco Chiavarini

La mancata legge sul riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati nati in Italia (ius soli) è stata una sconfitta per il Paese e per il mondo cattolico su cui la Chiesa dovrebbe interrogarsi. Averla trasformata in una battaglia di civiltà è stato controproducente. Serve più informazione corretta, un lavoro culturale capace di emancipare il Paese da una visione ottocentesca dell’identità nazionale e una maturazione della mentalità che ci porti a ritenere normale che un carabiniere possa avere gli occhi a mandorla o la pelle scura. Maurizio Ambrosini, sociologo delle migrazioni, tra gli autori dell’ultimo Rapporto immigrazione Caritas Fondazione Migrantes, analizza l’esito della battaglia sullo ius soli intrapresa in Parlamento e nel Paese, senza fare sconti a nessuno.


Il Governo ha scelto di ritirare, almeno per il momento, la proposta di legge sullo ius soli per scongiurare una crisi. Perché tanta resistenza da parte dell’opinione pubblica e del mondo politico di fronte a questa legge?

Una volta in Parlamento scoppiavano i tumulti per l’adesione al Patto atlantico. Ora non sono più le alleanze internazionali o le questioni socio economiche a dividere ma, insieme ai temi bioetici, quelli che attengono all’identità: la nazione, i confini. Le migrazioni sono parte di questo capitolo: sono diventate una bandiera identitaria sventolata dai partiti per definire il proprio orientamento elettore. Mi ha colpito che Matteo Salvini, capo della Lega Nord, abbia detto che il rientro di Angelino Alfano e dei centristi di Alternativa popolare nello schieramento di centrodestra era subordinato al loro atteggiamento sullo ius soli. Messaggio, che come si è visto, è stato prontamente recepito facendo venire meno i numeri in Parlamento e convincendo quindi il Governo a rinviare la discussione. Si è fatta la stessa cosa anche nell’area politica del Pd e del centrosinistra, presentando questa legge come una grande battaglia di civiltà. Il che non ha aiutato: toni più dimessi avrebbero permesso una maggiore convergenza programmatica.


Dai sondaggi sembrerebbe che siano stati più convincenti i partiti contrari alla legge. Sono stati più persuasivi?

La forza degli oppositori è stata mettere insieme tutto. Le migrazioni, l’asilo, le seconde generazioni, gli sbarchi. Si è arrivati a dire che bisognava opporsi allo ius soli perché il solo parlarne stava già facendo aumentare gli arrivi di donne incinte. Questo messaggio benché grossolano è passato. Non essendo riusciti né gli informatori più consapevoli, né gli studiosi, né le forze politiche più disponibili a spiegare come stanno esattamente le cose, si è finiti, tutti, con il subire la rappresentazione fuorviante del fenomeno che ne danno le forze ostili. Il ritiro di questa legge, che difficilmente potrà essere approvata all’interno di questa legislatura, è stata una grande sconfitta culturale.


Come recuperare terreno?

Facendo un’informazione corretta. I dati dicono che non siamo di fronte ad alcuna invasione. Il numero di migranti è diminuito, perché il numero di persone giunte con gli sbarchi, in crescita, incide pochissimo sui flussi complessivi. Poi dovremmo smetterla di parlare in generale e piuttosto sottoporre all’opinione pubblica questioni specifiche. Non bisogna quindi chiedere agli italiani se sono d’accordo su accogliere o no gli stranieri, ma invece, ad esempio, se sono favorevoli agli studenti stranieri, alle badanti, ai lavoratori stagionali. Un approccio meno ideologico aiuterebbe ad avere una percezione del fenomeno più aderente alla realtà e quindi a trovare anche soluzioni concrete.


Lo ius soli puro non esiste in nessun Paese europeo anche se il principio è accettato benché con diverse limitazioni. La proposta di legge arenatasi al Senato sarebbe stata più generosa di altre?

In realtà era una proposta meno permissiva dei provvedimenti in vigore in Francia, Inghilterra, Belgio e Olanda. In Europa, negli ultimi anni la tendenza è stata di allontanarsi dallo ius soli secco in favore però di una progressiva liberalizzazione del processo di acquisizione della nazionalità, specie verso i figli degli immigrati. Con quella legge ci saremmo avvicinati a questo modello.


Sarebbe auspicabile che si pronunciasse l’Unione Europea…

In astratto forse. Ma così come è stato proposto, il coinvolgimento delle istituzioni comunitarie è un evidente diversivo, un modo per non fare le cose che dovremmo fare. Viste le posizioni in materia di immigrazione dei Paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, n.d.r), non vedo quale accordo si potrebbe raggiungere. In questo contesto appellarsi all’Europa, vuol dire soltanto perdere l’occasione di mettere mano alla nostra legge nazionale come altri Paesi hanno fatto in anni più o meno recenti.


Sul piano culturale che cosa chiama in causa una legge sulla nazionalità?

È una questione che ha a che fare con il nostro senso di identità. Rifletterci e discuterne significa riconoscere che si può essere italiani con la pelle scura, portando un velo, adorando un Dio diverso. Questo non è un passaggio banale, veniamo da una concezione ottocentesca della nazione, quella definita dal Manzoni in Marzo 1821: “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”. Dovremmo imparare che possiamo essere una nazione diversa dove, ad esempio, ci possono essere carabinieri con la pelle scura e gli occhi a mandorla.


Il mondo cattolico, che è molto impegnato sul fronte dell’accoglienza, sta affrontando adeguatamente questa sfida?

Vorrei far notare che la forza politica che più delle altre ancora rivendica un radicamento nell’identità cattolica è proprio quella che ha affossato il provvedimento sullo ius soli. A mio modesto parere la Chiesa con le sue articolazioni non ha educato abbastanza a vedere il tema dello straniero e dei suoi diritti come un tema essenziale per definire l’identità del cristiano. In fondo l’immigrazione è sempre stata relegata a questione per addetti ai lavori, per specialisti, per operatori della Caritas e non un tema di centrale rilevanza. Se si confrontano le parole spese per i diritti degli stranieri dai pulpiti più elevati, rispetto alla famiglia, alla bioetica e al diritto alla vita, non si può certo affermare che i diritti dei migranti siano una delle questioni non negoziali. Ed infatti è una questione che viene continuamente negoziata e anche calpestata, come è accaduto con il provvedimento mancato dello ius soli. La vicenda di questo provvedimento ci dice che si può essere contro i diritti dei migranti e sentirsi buoni cattolici. È una constatazione amara su cui la Chiesa dovrebbe interrogarsi.


Mi dica tre motivi pratici perché sarebbe giusto riconoscere la cittadinanza a chi nasce nel nostro Paese da genitori stranieri.

Perché è pericoloso alimentare un senso di esclusione e ingiustizia in ragazzi nati qui che vivono con i nostri figli, vanno a scuola e crescono con loro. È vero che l’inclusione nella cittadinanza non ci garantisce dai rischi della radicalizzazione, ma questa esclusione non aiuta a prevenirli, anzi può essere un terreno di coltura insidioso. Secondo argomento: è irragionevole formare ed educare nelle nostre scuole i figli degli immigrati affinché diventino i futuri cittadini italiani, se poi non riconosciamo loro la possibilità di esercitare i diritti di cittadinanza. Terzo: eviteremmo di costringere molte persone in cerca di lavoro a rimanere nel nostro Paese, in un momento non felice per la nostra economia. I ragazzi di seconda generazione chiedono la cittadinanza per potersi muovere, viaggiare in Europa, per cercare opportunità migliori, così come fanno i figli degli italiani. Per paradosso dico che chi è contro l’immigrazione, dovrebbe essere favorevole a politiche di liberalizzazione all’accesso della cittadinanza.

 
 

 

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