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Housing first

L’housing first è vantaggioso per tutti: benessere per le persone senza dimora tolte dalla strada, percentuale di successo dei percorsi al 90-95%, costi economici per la collettività sostenibili nell’immediato e inferiori rispetto ai servizi tradizionali nel medio-lungo periodo, costi sociali ridotti e opportunità per i privati che possono affittare gli alloggi.

di Enrico Panero

Cinquanta inserimenti in corso rispetto ai 5 di soli due anni fa, due gruppi di cooperative sociali coinvolte, i servizi della città in cabina di regia a cui si è aggiunta recentemente anche l’Asl, in una diffusa assunzione di responsabilità: l’housing first a Torino c’è e inizia ad assumere un ruolo nella gamma di servizi per le persone in disagio abitativo. Certo, rispetto a una popolazione stimata di oltre 1.500 persone senza dimora in città, si tratta di numeri residuali, ma intanto sono decuplicati in due anni grazie a un buon utilizzo dei fondi stanziati dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali degli ultimi due governi e che dovrebbero essere confermati da quello appena entrato in carica. Inoltre, si percepisce un inizio di cambiamento nell’approccio dei servizi, perché l’housing first mette al centro le persone con i loro bisogni, la casa innanzitutto ma anche un tipo di accompagnamento sociale meno invasivo e più rispettoso delle esigenze e dei tempi di chi ne usufruisce, capovolgendo così il metodo tradizionale. Diffonderlo significa quindi accettarne e condividerne i principi, cosa non da poco e che infatti si sta verificando in pochi territori italiani: Torino è tra questi. Ricordiamo che housing first significa letteralmente prima la casa, si tratta cioè di una pratica secondo cui ad alcune persone senza dimora viene dato un alloggio e su questa base si costruiscono i percorsi per migliorare il loro benessere e possibilmente la loro autonomia. La casa rappresenta così un punto di partenza e non di arrivo. Gli elementi innovativi e positivi, che ribaltano il tradizionale percorso “a scalini”, troppo rigido per rispondere efficacemente alla complessità della condizione senza dimora, sono essenzialmente: la comprensione dei bisogni della persona, il riconoscimento del diritto alla casa, l’accompagnamento e il supporto secondo tempi e modi concordati tra servizi e utenti, autodeterminazione nelle scelte e riduzione del danno. In Italia lo si sperimenta da pochi anni, ma i primi risultati confermano gli esiti positivi evidenziati dall’applicazione ventennale negli Usa e decennale in alcuni Paesi nordeuropei.


Una sfida difficile

Dopo la prima parte di sperimentazione, durata due anni e mezzo circa e avvenuta su iniziativa volontaria dei soggetti promotori, il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha accolto la sfida stanziando 50 milioni di euro per finanziare progetti di housing first a livello nazionale per un triennio. «Una grossa opportunità che però non tutti i territori sono stati in grado di raccogliere, per cui dove la sperimentazione era più avanzata il progetto si è rafforzato, mentre nella maggior parte dei territori sono stati fatti progetti molto piccoli (emblematici i 4 posti a Roma) finanziando con i fondi a disposizione servizi più tradizionali» spiega Cristina Avonto, presidente della Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e della cooperativa Progetto Tenda, parte attiva dell’housing first torinese. Il problema pare essere sia culturale che organizzativo, continua Avonto: «Non è semplice far passare la modalità dell’housing first che è di per sé una sfida, perché stravolge l’approccio tradizionale. Ma soprattutto ha inciso l’impreparazione dei territori nel contrasto alla povertà e alla homelessness: gli enti pubblici hanno faticato a implementare le gare per affidare i servizi e il terzo settore non è stato pronto ad attivarsi come partner. Noi però non ci arrendiamo: il ministero ha dato delle proroghe per l’uso dei fondi a cui si è aggiunto il Reddito di cittadinanza, così cerchiamo di migliorare l’implementazione dell’housing first».


Torino virtuosa

Torino è insieme a Bologna, una delle città italiane che sta facendo la migliore sperimentazione di housing first, sottolinea la presidente di fio.PSD: «Il Comune ha usato i fondi per finanziare i 50 percorsi gestiti da due gruppi di cooperative, Abi.To e Res.To, che si differenziano per tipologia di persone accompagnate: con prospettive di autonomia il primo, più compromesse e cronicizzate il secondo. Inoltre, è stata creata un’équipe che comprende gli operatori del Servizio adulti del Comune, gli operatori delle cooperative e personale medico-infermieristico dell’Asl, cioè un’assunzione di responsabilità ampia rispetto al problema della condizione senza dimora». Gli alloggi a Torino sono reperiti per metà dal patrimonio dell’Agenzia territoriale per la casa (Atc), non più utilizzabili nelle graduatorie per la metratura insufficiente, mentre l’altra metà è data in locazione da privati che «hanno colto l’opportunità: sgravi fiscali derivanti dal canone concordato e garanzie sui pagamenti date dalle cooperative responsabili dei progetti» osserva Avonto. «L’housing first è vantaggioso per tutti: benessere per le persone senza dimora tolte dalla strada, percentuale di successo dei percorsi al 90-95%, costi economici per la collettività sostenibili nell’immediato e decisamente inferiori ai servizi tradizionali nel medio-lungo periodo, costi sociali ridotti e opportunità per i privati che affittano gli alloggi».

 
 

 

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