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Doug Seegers: da homeless a star del pop

Negli anni ho fatto del male a tantissima gente. Siccome non si può tornare indietro l’unica cosa da fare è non stare a compiangersi e provare a fare qualcosa di buono: nel mio caso, raccontarmi. Perché la mia vita dimostra che non è mai troppo tardi per cambiare.

di Andrea Pedrinelli

Passare da clochard musicante di strada a cantautore superstar in poco tempo: è capitato all’americano Doug Seegers, classe ’52 e ormai ribattezzato nel mondo Cinderella Man, ovvero Cenerentolo e attualmente in tour in numerosi Stati col suo rockcountry d’autore che sbarcherà nel 2020 anche in Italia. Perché ha proprio della fiaba, la sua storia: che partì male sin dall’infanzia quando suo padre abbandonò la famiglia lasciandolo in affido ai nonni (e agli LP di Hank Williams), e proseguì peggio quando fu lui ad abbandonare la sua di famiglia, moglie e due figli, per ridursi a vagabondare con la chitarra per Nashville. E il Doug Seegers homeless, alcolizzato e drogato, è durato vent’anni: sinché qualcosa è cambiato in lui, che prima è riuscito con l’aiuto della fede a vin-cere le dipendenze e poi ha avu-to la fortuna di venire ripreso, mentre cantava, dalla telecamera della star svedese Jill Johnsonche si trovava a Nashville per gi-rare un documentario sulla città, patria di tanta musica a stelle e strisce. E quando nel 2014 il filmato andò in onda in Svezia,quel Doug Seegers che vi cantava la propria Going Down to theRiver schizzò d’acchito al primoposto di iTunes, rimanendoviper settimane. Fu così che, cinque anniorsono, il clochard divenneuna superstar: e ad oggi Seegers ha inciso ben sei dischi, finiti tutti in vetta alle hit parade del nord Europa e ai primi posti di quelle Usa; ha scritto inoltre una vendutissima autobiografia; fa tournée senza posa tra una sponda e l’altra dell’Atlantico. L’ultimo disco di Doug, uscito da poco, non solo contiene perle d’autore per ispirazione musicale e contenuti poetici (tacendo del duetto con Jackson Browne); ha anche un titolo azzeccatissimo, A Story I Got to Tell. Perché Doug Seegers eccome se ce l’aveva, e ancora ce l’ha, una storia da raccontare.


Doug, come sintetizzeresti la tua vita sino a oggi?

Come la vita di uno che per anni ha ceduto a più dipendenze arrivando al punto di credere che sarebbe morto presto. Poi un giorno mi sono svegliato sentendo dentro di me una forza diversa e ho capito d’essere pronto a cambiare, con l’aiuto del Signore, stile di vita. Ho pregato tanto, Lui mi ha guarito. Adesso vivo una vita ben diversa da quella di anni fa, sono sobrio e pulito da sei anni.


Sei diventato una star della canzone: anche la musica ha contribuito al tuo cambiamento?

Credo sia stato Dio a salvarmi: ho fede in Lui ma ho anche un’estrema fiducia nelle potenzialità che la musica ha di aiutare l’anima perché credo sia davvero terapeutica; e oggi sento d’avere la grande responsabilità di scrivere canzoni che aiutino anche altri a guarire.


Ti riferisci a canzoni come Six Feet Under?

Esatto: è un testo che ritengo sia un tentativo di gospel per non credenti, parla del potere che il demonio può avere sulla vita delle persone, potere che io conosco bene, visto che per la maggior parte della mia vita mi ha tenuto prigioniero in un baratro.


Mentre con Angel from a Broken Home cosa volevi comunicare?

Volevo cantare dei padri che abbandonano i figli, portando a riflettere chi avesse la tentazione di farlo. Le conseguenze le ho provate sulla mia pelle: difatti nella canzone parlo di me, anche se mi sono ritratto al femminile con le sembianze di una bimba.


Give It Away come è nata?

Pensa che l’idea m’è venuta sei anni fa a un incontro degli Alcolisti anonimi. Si parlava di come solo la sobrietà può consentirci di aiutare altri a fare lo stesso; il testo dice che nella vita bisogna avere il coraggio di aprirsi, farsi aiutare dagli altri, ma anche che bisogna mostrare pietà nei confronti di coloro che hanno bisogno, perché è necessario andare incontro a chi si perde.


Tutto questo è molto di stante dagli eccessi tipici del rock’n’roll che tanto ami.

Difficile risponderti. Perché prima d’incontrare la fede io ho vissuto davvero al limite, e l’ho sperimentato bene il negativo dello slogan: rock, sesso e droga.


Nel tuo passato da homeless c’è stato un momento più duro degli altri?

Tante mattine mi svegliavo pensando che ne avevo abbastanza, però erano troppo forti le tentazioni e le dipendenze. Penso che tutti possano capirmi, credo che a tutti sia capitato di sentirsi soli e depressi, ed è lì, che le tentazioni s’insinuano nella testa.


Vivere per strada ti ha insegnato qualcosa?

I trucchi per riuscirci e basta: però tanti! Perché già a diciotto anni, al termine degli studi, mi ero ridotto a vivere in edifici abbandonati di New York drogandomi e bevendo. Sono un maestro nell’arte d’essere homeless.


Hai molti rimpianti?

Eccome. Negli anni ho fatto del male a tantissima gente. Però vedi, siccome non si può tornare indietro l’unica cosa da fare è non stare a compiangersi e provare a fare qualcosa di buono: nel mio caso, raccontarmi. Perché la mia vita dimostra che non è mai troppo tardi per cambiare, non conta quanto in basso sei caduto o quanti errori hai commesso. Quando si aprono il cuore e la mente, il miracolo di ricominciare una nuova vita può accadere a chiunque.

 
 

 

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