Scarp Ottobre
Diritto dı cura

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Questo è quanto sancisce la Costituzione. Un diritto inalienabile e sacrosanto che, però, rischia di essere disatteso. Soprattutto se sei un homeless senza residenza anagrafica, uno straniero con il permesso di soggiorno non in regola oppure, visto il costante aumento dei ticket sanitari e della sempre minore copertura delle spese da parte del servizio sanitario, se sei semplicemente povero. Le emergenze vengono comunque garantite dai pronto soccorso, sempre intasati, ma in caso di cronicità diventa difficile curarsi. Viaggio di Scarp tra alcune realtà del privato sociale che affermano con forza il diritto alla salute per tutti e gratuita.

di Francesco Chiavarini

Per la legge italiana, il cittadino straniero, anche se privo di permesso di soggiorno, deve poter aver accesso alle cure mediche. Il principio è stabilito da un articolo contenuto in un decreto legislativo risalente a 20 anni fa: il 35 del decreto numero 286, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 25 luglio 1998. Per un certo periodo di tempo, la norma era diventata prassi comune negli ospedali e nei pronto soccorso. Ora non è più così. Soprattutto se lo straniero è povero o, come spesso accade, non ha una dimora. Questa linea rossa, su cui come qualcuno giustamente ha scritto “si misura la civiltà e la capacità di accoglienza di un Paese”, è stata travalicata. Complice lo strisciante razzismo che subdolamente si fa spazio nel Paese spinto da propaganda feroce contro gli immigrati e che sta poco alla volta erodendo i più elementari principi di solidarietà su cui si basa la nostra società. A lanciare l’allarme sono i medici del Naga, benemerita associazione di volontariato laica e apartitica che si è costituita a Milano nel 1987 allo scopo di promuovere e di tutelare i diritti (in particolare quello alla salute) di tutti i cittadini stranieri, rom e sinti senza discriminazione di alcun genere. Le prime avvisaglie, spiegano, le avevano registrate una decina di anni fa. Una ricerca, condotta tra il novembre 2010 e marzo 2011 aveva messo in luce che su un campione di 560 pazienti che si erano rivolti all’ambulatorio dell’associazione, la stragrande maggioranza, 455 casi, era stata presa in carico dallo stesso medico volontario, 23 pazienti che si erano rivolti al pronto soccorso non avevano potuto proseguire le cure e altri 50 affetti da malattie croniche anche rilevanti, accompagnati presso le strutture ospedaliere dai volontari della stessa associazione, non avevano ottenuto il codice di Straniero Temporaneamente Presente sul territorio, senza il quale non si può avere accesso al sistema sanitario del nostro Paese. Da allora le cose sono andate sempre peggio. «La Regione continua a non applicare la legge, non dà indicazioni chiare agli ambulatori e il carico di lavoro ricade tutto sui pronto soccorso che operano secondo la sensibilità del medico che si trova di turno in quel momento: una situazione sconfortante, non dovuta a ragioni concrete ma solo ideologiche, che ha come conseguenza una grave esclusione dal godimento del diritto alla salute per moltissimi cittadini stranieri irregolari bisognosi di cure», denuncia Fabrizio Signorelli, medico membro dall’associazione. Tanto che questi cittadini finiscono, secondo il Naga, per essere vittime di una doppia malattia: quella organica e quella derivante dal mancato accesso alle cure.


Le cure negate

Diversi sono i casi emblematici di questa mancata assistenza. «L’altro giorno si è presentato al Naga Rashid, un trentenne di origine palestinese, con un soffio sistolico mitralico, dovuto ad una endocardite batterica. Una patologia cardiaca non grave ma da tenere sotto controllo. Il giovane mi dice di essere molto preoccupato – racconta Signorelli – per- ché da mesi non riesce a sottoporsi ai controlli». Già in precedenza il paziente era stato mandato da un altro collega di Signorelli, anche lui medico volontario, all’ospedale Fatebenefratelli e la richiesta del codice Stp (Straniero temporaneamente presente) gli era stata rifiutata in apparenza per problemi burocratico-amministrativi non meglio definiti. Era poi ritornato, accompagnato da un altro volontario del Naga, nel medesimo ospedale, e il risultato non era cambiato: il codice gli era stato rifiutato senza che fosse possibile ottenere una motivazione. Rashid era ritornato al Naga e di nuovo era stato inviato all’ospedale Policlinico, questa volta con richiesta esplicita, del riconoscimento del codice che gli era stata nuovamente rifiutata senza una precisa motivazione. «Decido allora di telefonare personalmente al Centro unico di prenotazione del Policlinico – spiega Signorelli –. Mi dicono che non sanno di preciso cosa sia successo, mi faccio dare il numero di telefono della Cardiologia senza ricevere risposta. Decido di fare un nuovo invio, provo stavolta con l’ospedale Niguarda. E solo qui finalmente Rashid riesce ad ottenere un appuntamento per il controllo». Ad altri è andata ancora peggio. A raccontare la vicenda è sempre Signorelli. «È rimasto memorabile il caso della signora Leyla, un filippina di sessantotto anni», ricorda il medico. La signora ottiene il ricongiungimento familiare con un figlio che vive in Veneto da molti anni. Ne ha diritto in quanto è ultra sessantacinquenne. Ha ottenuto il permesso di soggiorno, la residenza, e, pagando un’assicurazione di 380 euro, ha ottenuto anche la tessera sanitaria. Un brutto giorno, però, decide di trasferirsi a vivere in Lombardia presso un’altra figlia. Chiede e ottiene, in qualche mese, il trasferimento di residenza. Ma dopo qualche tempo le si gonfiano le gambe, si sente sempre più debole e stanca e viene, infine, ricoverata d’urgenza. Viene dimessa con diagnosi di “insufficienza renale cronica” ed una terapia del costo complessivo di circa 1.500 euro al mese. Tornata a casa scopre, però, che la sua tessera sanitaria è valida solo per il Veneto, in Lombardia non viene considerata. Questa regola ha una ragione: dal momento che i bilanci sanitari sono regionali, non è possibile ottenere la prescrizione di farmaci su ricettario regionale al di fuori della propria regione di residenza, né per gli italiani, né per gli stranieri. Ma se sei un immigrato la situazione diventa pa- radossale. «Infatti Leyla – prosegue Signorelli – si reca allora alla Asl di Milano, disposta a pagare una nuova “assicurazione” per ottenere una nuova tessera sanitaria lombarda. Ma le dicono che non è possibile perché il Ministero della Salute ha stabilito che le persone ultrassessantacinquenni giunte in Italia per ricongiungimento familiare hanno diritto all’assistenza sanitaria previo pagamento dell’iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale, ma i Ministeri Salute e Tesoro non hanno mai emanato il decreto attuativo di tale provvedimento. La Regione Veneto ha supplito di propria iniziativa alla carenza di indicazioni ministeriali, la Regione Lombardia no, è ferma. La paziente dunque, “per legge” è troppo vecchia per avere diritto ad una assistenza sanitaria piena».


Manca la volontà politica

Razzismo? Pressapochismo? Inefficienza nella regione che si vanta di essere un’eccellenza sanitaria nel Paese? «Non ci sono ragioni pratiche reali, perché non è vero che gli ambulatori sono presi d’assalto dagli stranieri, anzi la loro presenza è diminuita negli anni – sostiene Signorelli -. Crediamo che l’impossibilità per i cittadini irregolari di accedere alle cure mediche risieda principalmente in una precisa volontà politica».

 
 

 

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