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Corridoi umanitari

Ci sono tantissimi aspetti che diamo per scontato, e che, invece, per chi emigra da Paesi come l’Eritrea e, dopo aver soggiornato a lungo negli immensi campi profughi dell’Etiopia, sono di difficile comprensione. Per questo a noi interessa che intorno al progetto vero e proprio si formi un gruppo di volontari che aiutino le persone a inserirsi e a far parte di una comunità.

di Cristina Salviati

Anche la Caritas vicentina ha aderito al progetto Protetto, Rifugiato a casa mia, che la Cei con Caritas Italiana finanzia dal 2017 e frutto di un protocollo d’intesa tra Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese, Cei-Caritas e Governo italiano. Le associazioni inviano sul posto degli operatori, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei Paesi inseriti nel progetto, predispongono una lista di beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che, dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno, rilasciano i visti umanitari con validità territoriale limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati nel nostro Paese legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo. Nel Vicentino, nonostante le limitazioni imposte dall’emergenza coronavirus, i progetti stanno funzionando bene e uno degli operatori, Giacomo Peretto, racconta l’esperienza di questi mesi particolari. «Eravamo appena partiti con tre appartamenti a Quinto Vicentino, Vicenza e Malo quando è arrivato il lockdown che ha reso tutto più complicato, ma non impossibile». Lo stile adottato dalla Caritas berica è quello che già aveva sperimentato con l’ondata di sbarchi del 2015 . Piccoli gruppi in appartamento, una famiglia oppure tre o quattro giovani, per essere sicuri di poterli accompagnare adeguatamente. «Chiediamo alle parrocchie di collaborare – spiega Giacomo – mettendo a disposizione un appartamento. Noi ne abbiamo attivi quattro, di cui uno è stato messo a disposizione da un privato».


Serve un gruppo coeso

Ma l’alloggio è solo uno dei requisiti che l’équipe Caritas chiede alle parrocchie: «A noi interessa che intorno al progetto si formi un gruppo di volontari che aiutino le persone a inserirsi e integrarsi. Abbiamo circa una cinquantina di persone che si occupano di tutto ciò: lezioni di italiano, gestione contabile, conoscenza del territorio, pulizia e organizzazione della casa, inserimento a scuola dei bambini e il tempo libero. Ci sono tantissimi aspetti che diamo per scontato, e che, invece, per chi emigra da Paesi come l’Eritrea, e dopo aver soggiornato a lungo negli immensi campi profughi dell’Etiopia, sono di difficile comprensione». Spesso bisogna insegnare a cosa servono le lenzuola, come si accende il gas, come si tengono i conti delle spese, le bollette, come si separa la spazzatura. Ed è proprio per questo che nei mesi di chiusura per l’emergenza, uno dei primi pensieri è stato proprio rivolto al gruppo di volontari. «Normalmente facciamo un incontro al mese con tutti loro – continua l’operatore Caritas – dove si possono esprimere tutti i dubbi e le perplessità che nascono nel corso del servizio. Un sistema che funziona perché aiuta a risolvere quei piccoli conflitti che, inevitabilmente, nascono tra gli ospiti o tra i volontari». Durante la chiusura hanno funzionato in videoconferenza anche le lezioni di italiano.


Progetti in divenire

Gli stranieri che arrivano con il sistema dei corridoi umanitari italiani provengono tutti dall’Etiopia, ma in realtà sono originari di Paesi diversi. Gli operatori di Caritas Italiana si recano nelle immense tendopoli dei campi per rifugiati per capire quali siano le persone più fragili e con i bisogni più immediati. «Devono però essere anche in grado di poter affrontare il progetto qui in Italia – spiega ancora Giacomo –. L’accoglienza che riserviamo li entusiasma, poi arrivano le difficoltà con la lingua e con una società complessa a cui non sono abituati. Inoltre sentono molto la mancanza della loro comunità e soffrono la solitudine». Gli ospiti della Caritas vicentina sono di etnia Afar e provengono tutti dall’Eritrea. A parte i mesi di lockdown si è cercato di farli incontrare tutti insieme, ma il pericolo di contagio è ancora alto, quindi non si riesce a organizzare momenti che diano respiro e modo di stare assieme come prima. Il coronavirus ha fermato anche una seconda parte del progetto che doveva riguardare le baraccopoli per gli sfollati in Giordania e in Niger e in questi mesi è stata accolta solo una famiglia perché la mamma è molto malata. «I progetti con l’Etiopia sono partiti quasi un anno fa – , conclude l’operatore di Caritas Vicenza – e lo scorso dicembre siamo andati a prendere le 11 persone che oggi sono nostri ospiti. Speriamo che i tempi del progetto vengano prorogati, perché si è potuto fare poco, soprattutto per le pratiche di accoglienza che sono rimaste sospese in questi mesi».

 
 

 

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