Scarp Ottobre
La sfida di Besate e dei suoi rifugiati

Sono 25, sono tutti giovani e sono neri. Sono profughi, sono arrivati a Besate più di un anno fa e giocano a calcio. La cooperativa sociale La tua isola ha deciso di attuare con loro un progetto educativo attraverso la pratica sportiva.

di Generoso Simeone

Trenta chilometri da Milano, in direzione sud-ovest. Poco lontano dal fiume Ticino, non distante dall’abbazia di Morimondo. Per arrivarci, strade strette in mezzo ad abbondanti campagne. Una volta arrivati, villette a schiera intorno a un piccolo centro storico di edifici bassi, alcuni a corte, e una piazza su cui si affaccia la chiesa di San Michele, fra alberi e stemmi viscontei sui muri. A Besate, paese ai confini dell’area metropolitana milanese e che dieci anni fa risultava il comune più ricco d’Italia, vivono 2 mila abitanti nella quiete di una tradizione agricola che ti impone silenzio e pensieri. Il centro polisportivo di Besate disvela un importante punto di aggregazione per la comunità. Campi da calcio, tennis e pallacanestro sono ben tenuti e fanno da sfondo ai pensionati che giocano a carte ai tavolini del bar, alle mamme che tengono d’occhio i bambini su scivoli e altalene, agli adolescenti che provano a darsi un tono tra smartphone e smorfie. Un po’ più in là, due squadre miste di ragazze e ragazzi giocano a beach volley su un campo in sabbia.


Lavorare con i profughi

Alle cinque del pomeriggio arrivano loro. Il sole è ancora alto e fa caldo in questi giorni di inizio settembre. Sono 25, sono tutti giovani e sono neri. Sono profughi. L’allunaggio a Besate più di un anno fa. «Ciao Mohamed», è il sorprendente saluto di un bambino a uno di loro. «La cooperativa sociale che si occupa di questi profughi, La tua isola, sta lavorando molto bene. I ragazzi seguono corsi di italiano seri e di alto livello. Grazie alla collaborazione con il Comune, la cooperativa propone anche diverse attività di volontariato, tra cui la pulizia delle strade e l’accompagnamento a piedi dei bambini a scuola. È per questo che qui i piccoli conoscono e salutano i profughi». A parlare è un 28enne padovano chiamato dalla cooperativa sociale La tua isola ad attuare con i profughi un progetto educativo attraverso la pratica del calcio. Si chiama Michele Bianchi e dallo scorso febbraio trascorre tre ore al giorno, per quattro giorni alla settimana, con i ragazzi ospiti a Besate. «I nostri sono allenamenti veri e propri. Il riscaldamento lo lascio gestire a loro, poi facciamo esercizi e giochi con la palla».


Una scuola di vita

Prima della partitella finale c’è il momento educativo. Michele divide i ragazzi in gruppi e li fa discutere su un tema specifico. In questi mesi hanno affrontato tanti argomenti, dalle loro storie di vita alla loro attuale condizione di richiedenti asilo. Non sono mancate questioni più generali come l’educazione, la salute, il rapporto uomo-donna, le differenze culturali e la religione.L’ultimo giorno della settimana c’è il confronto fra gruppi nel quale i rappresentanti riferiscono a tutti gli altri. Oggi la discussione è sullo sport. In un buon italiano, ma comunque con la fatica di esprimersi in una lingua di cui non si è figlii profughi lasciano lì frasi come: «Non è facile stare sempre a mangiare e dormire. Con Michele possiamo fare attività, essere in forma e dimenticare i problemi». Oppure: «Lo sport fa bene al corpo e alla testa. Ci dà salute e non diventi velocemente vecchio». Si va anche fuori tema per interloquire con l’intruso giornalista. «Vogliamo ringraziare il popolo italiano per tutto quello che fa per noi. Ci ha dato l’ospitalità e ci ha dato Michele» Oppure: «Vorrei che tutti in Europa sappiano che non siamo persone cattive. Tanti pensano che siamo brutti. Ma non è vero. Tutti noi abbiamo un obiettivo. Vogliamo fare una professione o studiare. Vogliamo solo una possibilità».


Competenze per la vita

Michele chiama questo momento le life skill. Sono le “competenze per la vita”, vale a dire un insieme di capacità acquisite tramite insegnamento o esperienza diretta eusate per gestire le difficoltà quotidiane. Attraverso i momenti di confronto si sviluppa un’interazione delle abilità di ognuno e ciò produce importanti risultati comportamentali: si impara a risolvere problemi, a prendere decisioni, ad acquisire senso critico, a crescere in autoconsapevolezza, a migliorare le capacità relazionali. Il calcio è lo strumento scelto da Michele per coinvolgere e mobilitare i giovani. Perchè lui è anche uno che il calcio lo conosce. Ha militato in diverse squadre di serie D. Poi nel 2015 ha fondato The small now, un’associazione no profit che realizza progetti sociali legati al calcio. «Nel nostro gruppo non tutti amano il calcio – conclude Michele –, però partecipano alle attività e si sentono coinvolti. Uno di questi è Mohamed. Ci ha detto di non aver mai preso a calci un pallone. Ora è uno di quelli che giocano meglio. I bambini lo salutano anche perché luiha fatto il volontario nei centri estivi. Nel suo paese d’origine, il Mali, era un maestro elementare».