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Aggrappati al nucleare, ma a quale prezzo?

In Giappone i 48 reattori nucleari sono fermi, ma il premier Abe non si sta accontentando di riaprire le zone contaminate. Il suo vero obiettivo è di riavviare nel più breve tempo possibile l’intero parco nucleare giapponese. La Francia appare ostinatamente attaccata all’atomo e tra Austria e Gran Bretagna scoppia la guerra in tribunale. Per gli austriaci gli aiuti concessi al settore nucleare – e in particolare al Regno Unito – sono “scandalosi”

di Andrea Barolini

Sono passati quattro anni e mezzo dall’11 marzo del 2011, quando uno tsunami devastò le coste del Giappone, provocando la più grave catastrofe nucleare dai tempi di Chernobyl.Fukushima, la centrale colpita, è da allora in emergenza continua: dapprima lo spegnimento degli incendi, quindi il tentativo di raffreddare i reattori, successivamente il problema dello stoccaggio delle centinaia di cisterne piene di acqua radioattiva. Un disastro ambientale che si è rapidamente trasformato in un dramma economico e sociale.

Sette miliardi di euro
Di recente la compagnia elettrica che gestisce il sito, la Tokyo Electric Power (Tepco) ha domandato al governo l’ennesimo aiuto economico. La richiesta è stata di 950 miliardi di yen, ovvero poco meno di 7 miliardi di euro, giustificata con la necessità di coprire nuovi indennizzi relativi ai danni morali causati ai privati e agli imprendi tori colpiti. È la nona volta che la Tepco batte cassa per la questione di Fukushima: l’ultima fu a marzo scorso, con una richiesta di 4,6 miliardi di euro. In totale, finora, l’azienda ha ricevuto, comprese le iniezioni dirette di liquidità effettuate dallo Stato, 6.886 miliardi di yen: circa 50 miliardi di euro al imprendicambio attuale. È il costo – gigantesco e non esaustivo – del disastro nucleare. I lavori nella centrale dureranno ancora anni e anni. Alla fine del 2014 è stato evacuato il combustibile presente nella piscina del reattore numero 4, il che ha scongiurato un’ulteriore catastrofe ambientale. Ma il processo di raffreddamento dei nuclei è ancora in corso, e la Tepco è obbligata a costruire nuove cisterne per stoccare l’acqua radioattiva (parliamo di qualcosa come 200 mila tonnellate solamente dall’inizio del 2015!). Il sistema di decontaminazione idrica risulta infatti bloccato ormai da mesi e, secondo quanto riferito dal quotidiano francese Sciences et Avenir, potrebbe rimanere fermo fino al 2016.

Il tragico conto dei morti
All’immensa mole di denaro stanziata fin qui occorre poi aggiungere i costi relativi alle operazioni di bonifica della regione colpita:un’opera che appare ancora oggi titanica e lontana dall’essere completata. Eppure il governo del conservatore Shinzo Abe sembra voler fingere che tutto vada bene, accelerando a tutti i costi i tempi per consentire ad alcune delle 160 mila persone evacuate dal 2011 di rientrare nelle proprie case. È il caso degli abitanti della città di Naraha, per la quale è stato annunciato il ritiro dell’ordine di evacuazione, nonché delle borgate di Tamura e di Kawauchi, già dichiarate abitabili. Tale politica ha scatenato la reazione dell’organizzazione ecologista Greenpeace, che a metà luglio ha lanciato un appello: «Il governo – ha spiegato la Ong in un comunicato – appare determinato a “normalizzare” gli effetti della catastrofe, facendo credere che la popolazione possa tornare sulle zone contaminate solo qualche anno dopo l’incidente». Secondo Greenpeace, infatti, i livelli di radioattività in loco sono ancora troppo alti per garantire la sicurezza della popolazione. La stessa parola “sicurezza”, d’altra parte, stride con la realtà. Basti pensare che, se la conta delle vittime nella centrale il giorno della catastrofe non superò le 17 unità, i morti ufficialmente attribuiti alla radioattività nella sola provincia di Fukushima sono stati finora 1.656 (dato aggiornato allo scorso mese di marzo). Tenendo conto del fatto che lo tsunami ne provocò “solo” 1.607, vuol dire che le conseguenze del disastro nucleare sono ormai più gravi rispetto a quelle del terremoto e delle inondazioni. Senza contare che nelle provincie limitrofe – Iwate e Migayi – i morti ammontano rispettivamente a 434 e 879.

E c’è chi insiste con l’atomo
Ma Abe non si accontenta di riaprire le zone contaminate. Il suo vero obiettivo (dichiarato) è di riavviare nel più breve tempo possibile il parco nucleare giapponese. Oggi i 48 reattori presenti nell’arcipelago sono infatti fermi; la prefettura giapponese di Kagoshima ha tuttavia annunciato il via libera alla riattivazione di due impianti, i Sendai 1 e 2, presenti sul territorio di propria competenza (entrambi giudicati «sicuri» dall’autorità di vigilanza). Altri due reattori – i Takahama 3 e 4 – hanno ricevuto un via libera dalle autorità, ma sono stati “congelati” dalla magistratura: secondo i giudici, infatti, non sono stati ancora equipaggiati con sufficienti sistemi antisismici. Dall’altra parte del mondo, anche la Francia appare ostinatamente attaccata all’atomo. Da anni la compagnia Areva costruisce quattro reattori: uno a Flamanville, in Normandia, uno in Finlandia e due in Cina. Mentre un altro impianto è previsto a Hinkley Point, nel Regno Unito. Lo scorso 7 aprile l’Autorità per la sicurezza nucleare francese (Asn) ha individuato alcune “anomalie” nel serbatoio del reattore Epr in cantiere a Flamanville. Una settimana dopo, il presidente dell’organismo di vigilanza, Pierre-Franck Chevet, ha spiegato al Senato di Parigi che «il problema individuato è serio. Molto serio. Coinvolge una delle componenti principali della struttura. Valuteremo ora gli impatti potenziali sulla sicurezza, ma per farlo ci vorranno mesi». Quanto basta per fare retromarcia? Neanche per sogno: il ministro dell’ecologia, Ségolène Royal ha minimizzato, dichiarando che «il reattore non è condannato, l’apertura sarà solo ritardata di un anno. Si tratta di lavori complessi: è normale che possano esserci aggiustamenti in corso d’opera. Effettueremo i test necessari e ripartiremo». A lievitare, assieme ai tempi, sono anche i costi: dalla stima iniziale di 3,3 miliardi di euro, si è passati ormai a 10,5 miliardi (secondo la cifra indicata ad inizio settembre dal numero uno di Edf, azienda che gestisce il sito nucleare di Flamanville). E per l’apertura occorrerà aspettare il 2018 (il cantiere è aperto dal 2007…). Stessa musica a Olkiluoto, in Finlandia, dove Areva costruisce un Epr dal 2005: qui l’azienda ha ormai dovuto prevedere perdite per 3,9 miliardi, ovvero più del prezzo di vendita del reattore, fissato a 3 miliardi. E i problemi non mancano neppure ai due Epr cinesi, installati a Taishan: il governo di Pechino, visti i problemi di Flamanville, ha sospeso la fase di caricamento del combustibile, in attesa dei risultati dei test in Francia.

L’Austria chiama la Gran Bretagna in tribunale
Nel Regno Unito, invece, la costruzione di due reattori è stata valutata ad un costo stratosferico, compreso tra 19 e 31 miliardi di euro. Ma una tegola giudiziaria è caduta sul progetto: l’Austria si è rivolta alla Corte di giustizia europea, denunciando gli aiuti – definiti «scandalosi » – concessi al settore nucleare. Vienna punta il dito in particolare contro la decisione del governo britannico di promettere un riacquisto dell’energia prodotta dalla centrale ad un prezzo maggiorato, per 35 anni. Al progetto è stata inoltre concessa una garanzia pubblica pari a 17 miliardi di sterline, nonché una clausola di indennizzo in caso di chiusura anticipata. Secondo il ministro dell’Ambiente austriaco Andrä Rupprechter, «tale imponente mole di denaro dovrebbe essere utilizzata in altro modo, tenuto conto del fatto che il nucleare è una fonte del secolo scorso, ormai superata perché non sostenibile, perché presenta rischi elevati e perché ha costi troppo elevati». «Le sovvenzioni esistono per sostenere tecnologie moderne – gli ha fatto eco il cancelliere Werner Faymann, secondo quanto riportato dall’agenzia AFP – che siano al servizio dell’interesse generale di tutti gli Stati membri dell’Ue. Ciò non può valere in alcuni casi per il nucleare». Problemi, ritardi, costi alle stelle che hanno condotto Areva (società controllata dallo Stato) in una complicata crisi, costringendo il governo di Parigi ad operare, alla fine di luglio, un salvataggio d’emergenza. La Edf è stata obbligata infatti a rilevare la Areva NP (divisione reattori dell’azienda) alla modica cifra di 2,7 miliardi di euro. Qualunque cosa pur di non abbandonare l’energia nucleare.