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Angoli di mondo nelle vie di Milano

Sono piccoli pezzi di terra straniera piazzati in mezzo alla città: le aree vicino ai consolati accolgono colori e sapori di altri Paesi

di Alberto Rizzardi e Generoso Simeone

Capita a Milano che in qualche angolo di strada, ogni giorno, ci sia un assembramento di persone. Oppure un via vai continuo di gente. O, ancora, si notano curiosi venditori ambulanti. In comune, questi angoli di strada, hanno il fatto che sono frequentati da uomini, donne o intere famiglie di origine straniera. In qualche angolo di strada, a Milano, sembra di essere in un altro paese. Non quartieri ma soltanto angoli di strada. Se vi dovesse capitare di trovarvi in uno di questi luoghi piuttosto caratteristici, molto probabilmente vi siete imbattuti in un consolato. Se ne possono trovare sparsi qua e là in tutta la città, veri e propri punti di riferimento per le comunità straniere, dove tutto intorno si è generato un indotto di negozi, centri multiservizi, banche e anche di baracchini di street food, che forse aiutano a sentirsi meno lontani da casa. In una piccola traversa di viale Legioni Romane, proprio all’altezza della stazione della metropolitana di Primaticcio, c’è il consolato senegalese. È uno tra quelli che passano meno inosservati. Davanti a una piccola porta su una vetrina stazionano decine e decine di persone, che presto diventano qualche centinaio. Ogni giorno. Perché c’è un solo sportello per tutto il nord Italia. Anzi, qualcuno dice che molti preferiscono venire a Milano piuttosto che rivolgersi all’ambasciata senegalese di Roma. Vengono al mattino presto, anzi prestissimo, per essere i primi a entrare. Quando si va dentro a iniziare la pratica, poi bisogna aspettare fuori per concluderla perché all’interno non c’è spazio abbastanza per tutti. E così, tra chi aspetta il proprio turno e chi aspetta di ritirare i documenti richiesti, sono tutti fuori in strada ad attendere. Qualche problema con il vicinato c’è stato perché «noi senegalesi non parliamo a voce bassa», ci dicono. Verso mezzogiorno, a volte, spunta qualche venditore ambulante di riso già cucinato. Altre volte ecco sbucare qualcun altro che commercia fili di cotone bianco che servono a guarire il mal di schiena. «Rimedi di medicina tradizionale? No, un’africanata» – per l’amico senegalese che ce lo racconta. Poco distante, un piccolo negozio dove sono esposti un po’ di prodotti di artigianato africano. Ma dove, soprattutto, vi è un andirivieni di gente con fogli in mano mentre altri, anche qui, sono pazientemente in attesa. Dal retro si sente la fotocopiatrice continuamente in funzione. Proviamo a fare qualche domanda a colui che sembra coordinare il tutto, ma la sua risposta «È il mio primo giorno di lavoro, il titolare è in vacanza», non ammette repliche.

I sapori delle filippine
La comunità filippina, con 40.759 residenti a Milano al 31 dicembre 2013, è la più numerosa in città. Il consolato è in via Stromboli, tra via Foppa e via Washington. Qui non c’è un assembramento, ma un bel po’ di persone, in attesa sul marciapiede o nel parchetto poco distante. Diversi portano divise da lavoro, hanno approfittato di una pausa per sbrigare qualche pratica. Domingo Borja è il presidente dell’associazione Sodalis, che si occupa dell’integrazione di cittadini filippini sul territorio. «Molti di noi – spiega – sono diventati italiani, quindi non abbiamo più tanto bisogno del consolato. Resta invece un punto di riferimento cui ci rivolgiamo per chiedere collaborazione nell’organizzazione di eventi o per metterci in contatto con altre associazioni». Nelle strade circostanti solo negozi etnici. Ma la presenza più colorita è senza dubbio quella di un baracchino totalmente rosa, che offre solo cibo filippino e che attira anche la curiosità di qualche passante. A gestirlo alcune donne simpatiche e rumorose, tutto intorno tanta socialità.

La “serietà” egiziana
Un’altra storica comunità straniera di Milano, con poco più di 37 mila cittadini, è quella egiziana. Qui lo scenario apparentemente è simile a quello filippino, ma in realtà è profondamente diverso. Perché anche qui è presente un simpatico, e stranissimo, baracchino a forma di arancia (ndr: è visibile anche su google street view). Sul piano, soprattutto bibite e cartelli con scritte in arabo. L’atmosfera, però, è meno rilassata e scanzonata. Davanti al cancello staziona una jeep dell’Esercito italiano con la scritta “Operazione strade sicure” sulla fiancata. Di pattuglia due militari, di cui uno è una donna, che sorvegliano l’area. Siamo in via Timavo, strana strada stretta e alberata, a senso unico e un po’ nascosta e difficile da trovare, tra le fermate della metropolitana Sondrio e Zara. Anche qui il via vai è continuo, ma è silenzioso e quasi nervoso. Le donne sono tutte velate, hanno il passo veloce ed entrano nel cancello tenendo per mano bambini composti. L’edificio è una moderna palazzina in vetro di media altezza. Le finestre sono tutte oscurate. È una via residenziale, non ci sono negozi.

La rilassatezza marocchina
Invece è piena di esercizi commerciali, tutti di matrice marocchina, via Martignoni, dalle parti di piazza Carbonari, dove c’è il consolato del Regno del Marocco. Qui ci sono anche un paio di banche del paese nordafricano. L’atmosfera è ordinata e tranquilla. «A parte i periodi delle sanatorie – ci racconta un marocchino da tanti anni in Italia, – code non se ne sono mai viste. Molti vengono nei giorni festivi perché non sono lavorativi e il consolato rimane aperto per permettere il disbrigo delle pratiche. E poi noi siamo l’unico paese africano che gode di un rapporto privilegiato con l’Unione Europea, grazie al cosiddetto statuto avanzato, e quindi abbiamo bisogno di meno documenti. La patente marocchina, ad esempio, è simile a quella europea». Dove ti aspetteresti un po’ di colore e confusione, invece, non le trovi. Il consolato dell’Ecuador passa del tutto inosservato in un palazzone sotto i portici di via Vittor Pisani. La frenesia dell’attività degli uffici intorno alla stazione Centrale ha contagiato anche l’andirivieni, soprattutto di donne, che entrano ed escono dal portone senza dare nell’occhio. Stesso scenario a consolato peruviano (quarta comunità di Milano con 21.171 residenti) immerso in una serie di moderni palazzi alle spalle di piazzale Maciachini. Poche persone e solo una bandiera che spunta da una finestra a segnalare la presenza del consolato. Dove invece si ricordano grandi code e molta gente in attesa è in piazzale Lotto, davanti al consolato di Romania, Prima dell’ingresso del paese nell’Unione Europea (1 gennaio 2007), grandi assembramenti e confusione. Poi la situazione è andata migliorando anche grazie a un nuovo sistema di prenotazioni a numero chiuso. Di quegli anni rimane una grande sala d’aspetto, all’epoca mai capiente abbastanza e oggi deserta.