Scarp Novembre
Volontari che restano

Sono state migliaia le persone – tra studenti, lavoratori in cassa integrazione ma anche professionisti e commercianti con l’attività forzatamente chiusa – che in pieno lockdown hanno risposto all’appello lanciato dalla Caritas su tutto il territorio nazionale per riuscire a garantire i servizi a chi era in difficoltà. Terminata l’emergenza, sono tornati alle loro occupazioni ma in tanti hanno deciso di continuare a dare una mano. Perché dopo aver provato un’esperienza di volontariato, le persone non sono più le stesse di prima. Scarp vi racconta le storie di alcuni di loro.

di Ettore Sutti

Migliaia di persone, spesso alla loro prima esperienza di impegno, si sono fatte avanti durante il lockdown, rispondendo all’appello lanciato dalle Caritas di tutta Italia, per coprire i servizi che i volontari anziani, per via del blocco, non erano più in grado di garantire. Tra loro tanti gli studenti universitari ma anche persone più avanti con gli anni costrette a casa dalla cassa integrazione o dalla chiusura delle strutture in cui lavoravano – molti i cuochi che si sono fatti avanti per garantire i servizi mensa per i poveri – che, però, una volta finito il lockdown, sono tornati ad occuparsi delle loro attività. «In Diocesi di Milano – racconta la coordinatrice del servizio volontariato di Caritas Ambrosiana, Cristina Fumagalli –, la tendenza è stata in linea con l’andamento nazionale. Durante il lockdown molti servizi si sono chiusi al loro interno per proteggere ospiti ed operatori mentre altri di prossimità come mense, empori della solidarietà e servizi di consegna a domicilio si sono visti ridurre il numero di volontari. Su questi settori abbiamo indirizzato le forze che sono via via arrivate da tutta la Diocesi, riuscendo a sopperire alle necessità. Terminato il lockdown, buona parte di queste persone sono tornate alle loro attività ma alcuni di loro hanno manifestato la volontà di continuare, seppur con tempi e modalità diversi. Numeri piccoli, per carità, ma significativi di una volontà a continuare un’esperienza che per molti di loro è stata significativa». Un segnale di presenza che sembra arrivare anche dalle richieste di nuovi colloqui per poter iniziare a collaborare con i servizi di Caritas sul territorio. «Quello che abbiamo notato – spiega ancora Cristina – è che qualcosa si sta muovendo: sono in tanti a chiedere informazioni su come poter dare una mano agli altri – con un’età media attorno ai 38-40 anni –, segno che comunque l’esperienza della pandemia qualcosa sembra aver cambiato nella sensibilità delle persone. Poco importa se poi non tutti danno seguito alla prima richiesta di informazioni mettendosi poi a disposizione. La sensazione è proprio quella di un maggior interesse a tutti i livelli sia tra chi ha già sperimentato un progetto insieme a noi – come chi è stato all’estero con i Cantieri della solidarietà o i tanti ragazzi del servizio civile che dopo un momento di blocco sono ripartiti garantendo la loro presenza su tutta una serie di progetti – sia tra chi si avvicina a noi per la prima volta perché magari ha incrociato qualcuno dei nostri servizi durante il lockdown».


La sfida di Roberta

La chiameremo Roberta, nome di fantasia, ma lei esiste per davvero. Ha trent’anni, vive a Milano, fa uno di quei lavori da casa in cui si usa il computer, un po’ come moltissime persone di questi tempi, ma in più ha due caratteristiche che l’hanno resa perfetta. Ha una macchina e ha orari flessibili anche nello smart working. Ha cominciato per la prima volta a fare la volontaria durante il lockdown, quando c’era bisogno di confezionare borse solidali piene di cibo e portarle agli anziani soli in casa o agli ammalati, e da allora non ha più smesso. Oggi accompagna i nonnini a fare le visite, prende le ricette, compra le medicine. È una dei pochi giovani che, anche adesso che scuole e lavoro sono stati “riaperti”, sono rimasti per dare una mano al gruppo degli storici volontari. Siamo nel quartiere delle Case Bianche di via Salomone (i palazzi popolari nella periferia Est di Milano visitati anche dal Papa nella sua giornata a Milano di tre anni fa). Proprio lì esiste dal 2017 l’associazione Onos, con un obiettivo coraggioso: affrontare la sfida della solitudine che isola e aggredisce soprattutto le persone anziane e malate, aiutare la gente delle Case Bianche di via Salomone e del decanato Forlanini perché non siano abbandonate a loro stesse. Onos è nata per volontà delle parrocchie e di Caritas Ambrosiana, e accanto ad essa c’è il lavoro del centro di ascolto, sempre della Caritas. «Durante i mesi del lockdown, quindi da marzo a luglio, abbiamo avuto una bella presenza di giovani – racconta Giorgio Sarto, responsabile dei Servizi di Prossimità dell’associazione – una volta alla settimana, nel salone del centro di ascolto che si trova nella parrocchia di San Nicolao della Flue, abbiamo infatti avuto 12 giovani che a turno confezionavano le borse solidali. Hanno distribuito ogni settimana circa 45 borse, per un totale di 900 pacchi alimentari in cinque mesi. Di quei 12 giovani, due o tre sono rimasti e continuano a dare una mano». Una di loro è appunto Roberta.


Vicino a chi ha bisogno

Ma non ci sono stati soltanto gli aiuti alimentari. Il servizio dell’associazione Onos, grazie ai suoi volontari, ha organizzato nei mesi scorsi anche 80 accompagnamenti a visite mediche, 100 uscite per disbrigo pratiche, 270 commissioni per la spesa, andare in posta, in banca, in farmacia, per ritirare le ricette dal medico. E poi, ha consegnato qualcosa come 1.200 pasti nelle case. Un totale di 1.651 interventi, sempre nei cinque mesi del lockdown, sempre fatti dal gruppo di volontari rinforzato dalla presenza dei giovani. «Sono stati mesi difficili – continua Giorgio Sarto – noi anziani ci siamo dovuti fare da parte, e parlo anche di me: ho 75 anni, ho continuato a prestare servizio come volontario ma l’ho dovuto fare da casa. I giovani che sono arrivati a dare man forte sono stati per tutti un grosso beneficio: molti erano studenti, tra i venti e i trent’anni, e non appena le Università hanno riaperto ed è finito il blocco delle attività, sono tornati alla loro vita, a parte quei pochi che invece continuano a dare parte del loro tempo. Ma è vero: non dobbiamo perderli». E allora, come fare? «Noi abbiamo pensato a due cose – dice ancora Sarto – sensibilizzare le parrocchie perché parlino ai loro giovani, e cercare di proporre loro un volontariato che sia compatibile con la loro vita, con la loro attività». grande sorpresa – spiega il responsabile – ma c’è da dire che erano già motivati; si erano resi conto dell’emergenza. Mi ha colpito quanto fossero disponibili anche a fare delle piccole cose: portare la confezione d’acqua alla signora del palazzo, andare a prendere un chilo di pane dal panettiere». Già oggi, Onos lavora con un metodo preciso: la segreteria cerca di incrociare la richiesta di aiuto con l’offerta di tempo. Si mettono a confronto orari e si inviano mail di richiesta di servizio ai volontari per sapere se a quell’ora possono soddisfare l’esigenza richiesta. Non serve passare fisicamente dall’associazione oppure dal centro di ascolto: basta rispondere alla mail. Ma forse non basta, e forse serve un ingaggio emotivo diverso. «Occorre far capire loro che non basta dire che andrà tutto bene – dice ancora Giorgio Sarto – ma che andrà tutto bene se tutti quanti daremo una mano».

 
 

 

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