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Tutela e formazione, ci giochiamo il futuro

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DIRITTI MINORI?
Tutela e formazione, ci giochiamo il futuro

In Italia aumenta il numero di bambini in povertà e a disagio. Ma la crisi impone tagli che fanno regredire politiche e servizi

di Ettore Sutti

Il 20 novembre si celebra la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. La data ricorda il giorno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò, nel 1989, la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Sono oltre 190 i paesi nel mondo che hanno ratificato la Convenzione. In Italia, la ratifica è avvenuta nel 1991. Eppure, nonostante vi sia consenso sull’importanza dei diritti dei più piccoli, molti bambini e adolescenti sono vittime di violenze o abusi, discriminati ed emarginati, costretti in grave povertà.
In Italia, a causa della crisi economica, ma anche dell’assenza di politiche efficaci, i dati iniziano a essere drammatici. Secondo l’Istat 1 milione 822 mila minorenni (il 17,6% di tutti i bambini e adolescenti del nostro paese) vivono in situazione di povertà relativa e il 7% dei minorenni (723 mila) in condizione di povertà assoluta (molto più diffusa nelle regioni del sud). Il problema maggiore nel nostro paese è che i diritti dell’infanzia sono trattati nell’ambito di singoli interventi legislativi, spesso senza previsioni di risorse e in assenza di un coordinamento tra gli organismi a cui sono delegate le funzioni.
Ma non solo. Ancora non sono stati definiti i livelli essenziali delle prestazioni sociali (Liveas), che avrebbero dovuto garantire servizi omogenei in tutto il territorio nazionale, e si delega alle regioni la competenza per la pianificazione e la programmazione dei servizi, attingendo al Fondo nazionale politiche sociali (Fnps).
Questo significa che non esistono garanzie sulla parità di accesso ai diritti per i bambini e gli adolescenti che vivono nelle diverse regioni italiane. Quindi non contano tanto i bisogni del bambino, quanto dove questi bisogni vengono espressi, se al sud o al nord Italia. Se a ciò si aggiunge che la legge di stabilità propone di tagliare di quasi il 30% il Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza (da 40 a 28 milioni di euro) si può ben capire come la voce degli 11 milioni di bambini e adolescenti italiani (il 17% della popolazione) non riesca a farsi sentire.

Un welfare rischioso
Altro problema è la nuova visione di welfare che gli ultimi governi sembrano perseguire. L’impressione è che il welfare non venga più declinato nell’ottica universale dei diritti, ma sia rivolto solo a “soggetti autenticamente bisognosi”. Una china rischiosa, perché non solo disegna un sistema di tipo soltanto riparatorio, ma anche perché definisce le prestazioni in base a criteri in grado di misurare i bisogni. Ma il problema è la discrezionalità: chi misura i bisogni? E come? E ancora, dove si possono prendere i fondi per gli interventi se, ad esempio, la legge di stabilità 2014 non prevede fondi per la prima infanzia nel triennio 2013-2015? In definitiva ha ancora senso oggi, in Italia, parlare di diritti per l’infanzia, in prossimità del 20 novembre?
«È un problema – riconosce Matteo Zappa, responsabile dell’area minori di Caritas Ambrosiana –, perché esistono aree di bisogno presidiate solo marginalmente e, viceversa, situazioni che sulla carta possono godere tutele, protezione e accompagnamento, ma rischiano di essere messe in discussione. In Italia poco più dell’1% delle risorse nazionali vengono destinate alla protezione sociale di minori e famiglie, mentre la media europea è superiore al 2% (l’Irlanda arriva quasi al 4%). La forza delle politiche di settore, dunque, è già bassa, e – come detto – vi è il rischio che si affievolisca ulteriormente.
Le conseguenze sono misurabili già oggi: i servizi pubblici vengono ridotti e le domande di presa in carico vengono riversata sugli organismi di volontariato o direttamente sulle famiglie stesse.

Ci si illude di risparmiare
«L’affermazione dei diritti dei minori si esplica in tre ambiti importanti – continua Zappa –: la protezione dei minori (che riguarda il sostegno alle famiglie fragili o maltrattanti, quindi il tema dei minori fuori dalla famiglia), il successo formativo e il superamento delle difficoltà legate a percorsi migratori o situazioni di disabilità o handicap.
Nel primo ambito, gli interventi sui nuclei fragili assumono sempre più la natura della tutela, quasi esclusivamente in presenza di un pronunciamento del tribunale per i minorenni. I servizi sociali pubblici, pur avendo ben in mente l’utilità di intervenire, spesso non hanno risorse e strumenti. Molti servizi che lavorano prima dell’allontanamento del minore dalla famiglia vengono usati meno di quello che potrebbero, o sono diminuiti negli anni.
In altre parole, si sta abbandonando la prevenzione. Ma non intervenendo per tempo, o solo parzialmente all’inizio, ci si illude di risparmiare. Alla lunga, infatti, si finisce per protrarre gli interventi, e anche i costi rischiano di essere incrementati». Ma i problemi riguardano anche altri ambiti. Sembra assurdo, in Italia, nel 2013, parlare di diritto allo studio incompiuto.
Ma basta dare un’occhiata ai dati sulla dispersione scolastica per rendersi conto del problema. «Un giovane su 5, tra i 18 e i 25 anni, ha solo la licenzia media – continua Matteo Zappa –. In Italia abbiamo poi un numero di Neet, giovani tra i 15 e i 29 anni non occupati e non iscritti a un ciclo di studi, che sfiora i 2 milioni. I tagli che riguardano anche il comparto dell’istruzione non sono ovviamente estranei a questi dati preoccupanti».

Rischi di discriminazione
La formazione è questione complessa: bisogna operare su scuola, famiglia e territorio. «Caritas lavora molto sui doposcuola parrocchiali, che sempre più spesso, pur non avendo le competenze necessarie, sono chiamati a compensare un sistema che non offre adeguate garanzie. Ma non si può pensare di continuare a riversare nel circuito extra-scolastico problemi delicati e complessi, come quello dei disturbi specifici di apprendimento, o la necessità di un lavoro di compensazione formativa rispetto ai percorsi migratori. La formazione è fondamentale per i minori: vuol dire riuscire ad avere coscienza di sé e coscienza del mondo, e la capacità critica che permette poi di muoversi bene nel mondo da giovani e da adulti, senza rischiare di vivere passivamente».
Esistono poi situazioni che presentano rischi di discriminazione molto alta, che meriterebbero un’attenzione ancora maggiore. «Pensiamo quanti ostacoli devono affrontare i minori con disabilità rispetto all’apprendimento, al tempo libero e alla mobilità, spesso nell’indifferenza generale. Oppure il tema dei minori di precisi gruppi etnici (ad esempio i rom) o gli stranieri non accompagnati. Ambiti in cui si dovrebbe fare molto di più, ma che non riscuotono particolare attenzione». La situazione sembra lasciare ben pochi margini di manovra. «La percentuale di spesa pubblica – conclude Zappa – è un dato che oggi chiede una scelta di priorità di ampio respiro.
O si cambia in maniera importante il sistema di recupero delle risorse, o si assisterà sempre più a una gara tra minori, adulti e anziani per spartirsi le poche risorse rimaste»