Scarp Novembre
Se un tetto non basta: disperati a Ponticelli

Uno dei tristemente famosi Bipiani di Ponticelli alla periferia est di Napoli. Tanti gli occupanti nonostante le condizioni abitative più che proibitive

di Laura Guerra

Abbandono. È la sola parola che può raccontare e fotografare i Bipiani di Ponticelli, periferia est di Napoli. Agglomerato di prefabbricati in eternit a due piani costruiti per accogliere gli sfollati del sisma del 1980, oggi sono una favela che concentra e intreccia degrado urbano sociale, abitativo, umano. Trentacinque anni dopo il terremoto sono abbandonate le persone: oggi vi sopravvivono circa 400 tra ivoriani, albanesi, rumeni, famiglie di italiani occupanti abusivi, eredi di un disagio abitativo che si tramanda da generazioni. L’unico tetto, gelato d’inverno e rovente d’estate, che possono mettersi sulla testa è quello di questi alloggi fatiscenti. Le pareti diffondono la tossicità di pannelli di amianto completamente sventrati ed esposti al respiro di bambini, adulti, anziani. Gli impianti elettrici sono allacci volanti di grovigli di fili scoperti; basta un acquazzone appena più forte e tutto si allaga; non ci sono servizi, non ci sono associazioni che supportano i destini di queste 400 persone dimenticate da tutti.

Non solo disagio abitativo
Gli ultimi ad essersene occupati sono stati i volontari delle Caritas di tre parrocchie della zona, hanno operato per offrire diritti minimi di cittadinanzastilando un protocollo con il comune di Napoli. Per Massimo Clemente, urbanista e direttore di un gruppo di ricerca del Cnr, situazioni croniche come i Bipiani di Ponticelli, le Vele di Scampìa, gli scantinati del Rione Traiano andrebbero affrontati «mettendo al centro non solo il concetto di disagio abitativo ma il disagio dell’abitare. L’approccio – spiega il docente – non può essere solo quantitativo, rispondendo con la costruzione di nuovi alloggi in zone che diventano nuovi ghetti, ma di rigenerazione urbana, recuperando gli immobili che ci sono, attrezzando servizi, luoghi di incontro e di cultura, garantendo trasporti efficienti e regolari». Come dire un tetto, da solo, non basta. «Non è solo e sempre una questione di soldi che non ci sono – conclude Clemente – a volte le risorse economiche sono disponibili quello che mancaè un approccio urbanistico collaborativo, già sperimentato in tante città europee, che esprima una visionefrutto di una riflessione condivisa fra i vari attori sociali: istituzioni, associazioni,imprenditori e urbanisti».