Scarp Novembre
Popolo di giocatori

L’azzardo è il settore economico che ha avuto la maggior espansione nel nostro Paese negli ultimi 20 anni. Lo scorso anno gli italiani hanno scommesso più di 96 miliardi di euro, una cifra 8 volte superiore a quella del 1998, anno in cui è iniziata la liberalizzazione, perdendone oltre 19. Una montagna di soldi a cui bisogna aggiungere i costi sociali. Il giocatore classico ha circa 40 anni. È padre di famiglia. Gioca di nascosto, erode i risparmi messi da parte per far studiare i figli. Poi inizia a rivolgersi agli strozzini e giù giù sempre più in basso. Viaggio di Scarp tra chi si gioca tutto, anche la vita.

di Francesco Chiavarini

L’azzardo è probabilmente il settore economico che in Italia ha avuto la maggiore espansione negli ultimi 20 anni. Ma è forse giunto il momento di chiedersi chi stia vincendo realmente la partita. Da tempo sociologi, economisti, consulenti delle organizzazioni no profit affermano che i vincitori non sono i cittadini. L’ultimo studio, presentato recentemente al Senato, grazie ad un’accurata analisi dei dati accumulati nel tempo, consente di fugare ogni dubbio se ne ce fosse ancora bisogno. Gli autori della ricerca Lose for life hanno calcolato che, lo scorso anno, gli italiani hanno scommesso tra video lotterie, gratta e vinci, lotto 96 miliardi di euro, una cifra quasi 8 volte maggiore a quella registrata nel 1998, anno che segnò l’inizio della progressiva liberalizzazione del comparto. Di questa colossale somma, quello che i giocatori hanno recuperato, vincendo, ammonta a 76,5 miliardi. La differenza tra le scommesse (quello che in termini tecnici si definisce la “raccolta”) e le vincite dà il valore della “spesa” cioè delle perdite: 19,5 miliardi. Una montagna di soldi che ripartita per il numero dei contribuenti, consente di calcolare una spesa pro-capite (che significa, lo ripetiamo, soldi persi) di 478 euro, che equivale a circa la metà di quanto mediamente gli italiani pagano per Imu e Tasi sulla seconda casa nelle città capoluogo. Un gruzzoletto, tutto sommato, modesto che possiamo permetterci pur di soddisfare il piacere di tentare la Fortuna? Lo sarebbe se, quel gruzzoletto, lo pagassimo tutti quanti in maniera uguale. Ma così non è «visto che – avvertono nel rapporto i ricercatori – sia le vincite che le perdite non sono distribuite in maniera omogenea fra i milioni di giocatori. L’azzardo premia una minoranza e fa pagare il conto a una stragrande maggioranza. I premi sono perlopiù di entità minima e sono pensati per alimentare la propensione all’azzardo: più si gioca e più aumenta la possibilità di perdere».


Nessuno perde come noi

Impietoso è anche il paragone con i cittadini degli altri Paesi sviluppati. Commisurata al Prodotto Interno Lordo, la spesa del nostro Paese, pari allo 0,85%, supera di poco quella degli Stati Uniti (0,78) e della Gran Bretagna (0,75). È il doppio di quella francese (0,41) e più del doppio di quella tedesca (0,31). Considerando l’Inghilterra già fuori dall’Unione, lo studio arriva alla conclusione che «non esiste nazione in Europa che perda in azzardo quanto l’Italia». Se, dunque, i cittadini non vincono, anzi se i giocatori italiani sono i più grandi losers, perditori, d’Europa, chi ci guadagna? Secondo la Consulta nazionale antiusura, dall’ammontare complessivo della spesa sostenuta dagli italiani per l’azzardo, lo Stato ricava poco meno della metà del totale: nel 2016, 9 miliardi di euro. Non male, si dirà, per un Paese fortemente indebitato che alla fine di ogni anno si arrampica sugli specchi per far quadrare il bilancio pubblico sperando di passare l’esame dei severi burocrati di Bruxelles. Ma anche in questo caso i conti bisogna farli bene. Innanzitutto, fanno osservare gli esperti, dagli introiti delle commissioni andrebbero sottratti i costi che lo Stato deve sostenere ad esempio per curare chi di azzardo si ammala, i ludopatici. Diverse voci autorevoli concordano nello stimare che tale esborso si aggiri intorno ai 5 miliardi l’anno. Il che, di per sé, dimezzerebbe il presunto guadagno erariale. Ma il calcolo non è ancora completo. Poiché, infatti, i soldi che gli italiani spendono per il gioco, li sottraggono al consumo di altri beni e servizi da cui il Ministero delle Finanze ricava l’Iva, bisognerebbe sottrarre quindi anche la cifra corrispondete a questo mancato incasso. Inoltre andrebbero considerati e stimati gli effetti depressivi complessivi per l’economia che questa colossale distrazione di denaro dal circuito produttivo comporta. Invece, da 20 anni a questa parte, governi di destra e di sinistra, pur consapevoli delle distorsioni che la crescita di questo settore produceva, non hanno fatto nulla per fermarla. Anzi l’hanno incentivata. Secondo Maurizio Fiasco, sociologo e consulente della Consulta nazionale delle Fondazioni Anti Usura, lo Stato si è comportato come un grande indebitato incapace di dire di no a soldi freschi anche se, per così dire, prestati a un tasso di interesse usuraio. «Ci siamo accontentati di incassarne pochi, maledetti e subito, anziché avere il coraggio di risanare le nostre finanze pubbliche», dice. Nella nostra immaginaria partita, attorno al tavolo da gioco non sono seduti solo i cittadini e lo Stato, ma naturalmente anche le aziende concessionarie. Se a perdere sono i primi due. Non sarà il terzo a vincere?


Vincono i concessionari

Sempre riferendoci ai dati sulle giocate del 2016, la torta che le imprese si sono spartite è stata pari a 11 miliardi di euro. Poco più di quello che ha incassato l’Erario, ma a differenza dello Stato ovviamente sugli imprenditori privati non gravano tutte le cosiddette “esternalità” negative, che un amministratore pubblico prima o poi deve sostenere: gli unici costi a carico degli operatori privati sono quelli relativi al personale, agli immobili e agli apparecchi. Secondo gli esperti il bilancio, non solo lo scorso anno, è stato positivo. Quindi se un vincitore c’è, bisogna individuarlo nei concessionari. Tuttavia c’è anche chi avverte che la situazione è meno rosea di quella che si immagina. Anche su questo fronte i guadagni non sono spartiti in parti uguali. E non è un mistero che vi siano imprese del gioco con i conti in rosso. Nel 2014, ad esempio, la Sisal ha dovuto rinunciare alla quotazione in Borsa perché troppo indebitata. Più di uno studioso ritiene infatti che questo settore economico sia stato fortemente drogato da un intreccio perverso di interessi. «Nel nostro Paese – conclude Fiasco – la politica e le lobby hanno fatto con il gioco quello che negli Stati Uniti le banche hanno fatto con i mutui subprime: hanno alimentato una grande bolla speculativa che prima o poi ci scoppierà nelle mani».

 
 

 

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