Scarp Novembre
Irregolari per legge

Dopo il via libera da parte del Presidente della Repubblica al cosidetto Decreto Salvini su sicurezza e immigrazione sono in molti a lanciare l’allarme. Gli esiti di questo provvedimento, infatti, rischiano di essere drammatici non solo per i richiedenti asilo che non potranno più usufruire di permessi di soggiorno per motivi umanitari, ma anche e soprattutto per il sistema Paese nel suo complesso, che si troverà ad affrontare i futuri flussi migratori con minori strumenti legali, operativi ed economici. Ma non è tutto. Il Decreto smantella lo Sprar , il Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, gestito dai Comuni, a vantaggio dei centri di grandi dimensioni. Si concentra poi sull’espulsione e rende difficile l’integrazione su cui, invece, si dovrebbe investire. Viaggio di Scarp tra le storie di richiedenti asilo che si stanno integrando, grazie alla loro buona volontà e a un sistema che funziona. Ora rischiano di dover mollare tutto.

di Francesco Chiavarini

Alla fine il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha preferito evitare lo scontro istituzionale con il governo e ha scelto di non respingere il decreto sicurezza approvato dal consiglio dei ministri. Tuttavia, pur firmando il provvedimento, all’inizio di ottobre il capo dello Stato ha voluto richiamare il premier Giuseppe Conte al rispetto della costituzione e degli obblighi internazionali, accogliendo in questo modo le preoccupazioni espresse da illustri giuristi ed esponenti della società civile. Per il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è stata una vittoria. E infatti il capo del Viminale e soprattutto della Lega non ha mancato di intestarsela. Tuttavia, il presunto successo rischia di essere una vittoria solo per la Lega che infatti continua a volare nei sondaggi. Gli esiti di questo provvedimento saranno drammatici, prima di tutto, per i richiedenti asilo e poi per il Paese nel suo complesso che si troverà ad affrontare i flussi migratori con minori strumenti legali, operativi ed economici. Non è un caso che tutte le principali organizzazioni da anni impegnate nell’assicurare accoglienza e promuovere l’integrazione dei migranti siano scese in campo. Una persona sempre molto cauta nei giudizi, come Mario Morcone 66 anni, che nella sua lunga carriera di servitore delle istituzioni ha lavorato al ministero dell’Interno ricoprendo, tra l’altro, il ruolo di capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, non ha utilizzato mezzi termini. «Il Decreto Salvini produrrà solo più migranti irregolari», ha dichiarato. Tra le altre misure a preoccupare l’ex prefetto, ora a capo del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), è in particolare l’abolizione della protezione umanitaria, un titolo previsto ad esempio in Francia e in Germania per i richiedenti asilo più virtuosi e che ha permesso nel 2017 in Italia di evitare che finissero nella clandestinità circa 30 mila ospiti dei centri di accoglienza, secondo le stime di Caritas Italiana. Secondo Morcone «togliere la possibilità di rilasciare un permesso umanitario a un richiedente asilo che ha compiuto un percorso di integrazione, trovando un lavoro e concorrendo positivamente al benessere generale, è una misura che va contro ogni buonsenso. Così si aumentano solo la marginalità e i conflitti, favorendo percorsi di radicalizzazione. Si trasforma una situazione oggi gestibile in emergenza».


Così si liquida lo Sprar

Il direttore del Cir giudica inoltre «un’idea perfida» smantellare lo Sprar, il Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, gestito dai Comuni, a vantaggio dei centri di grandi dimensioni, in nome di economie di scala, i cui esiti saranno tutti da dimostrare. Secondo l’ex prefetto quel sistema «era un’eccellenza italiana che andava ampliato, coinvolgendo sempre più sindaci, e non liquidato». Dello stesso avviso Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, che con 2.300 persone accolte tra rifugiati, richiedenti asilo e minori non accompagnati in appartamenti e piccole comunità nei territori della diocesi di Milano vanta un’esperienza con pochi eguali sul fronte migratorio. «Il decreto è esattamente all’opposto della filosofia perseguita da Caritas – sostiene Gualzetti – , perché va nella direzione della chiusura, si concentra sull’espulsione e riesce a rendere difficile l’integrazione, sulla quale si dovrebbe investire.Invece si fa di tutto per espellere e limitare al massimo le possibilità di riconoscimento, togliendo le condizioni minime per un percorso serio. Quello che ci spiazza di più è la volontà di ostacolare l’accoglienza diffusa sui territori, modello che prevede la presenza di poche persone con il coinvolgimento delle comunità sul quale avevamo puntato molto. Per noi è quello il sistema più adatto per lavorare seriamente, evitando concentrazioni di immigrati in grandi centri. Il decreto ha scelto la linea opposta: riserva lo Sprar solo a rifugiati e minori non accompagnati, mente destina tutti gli altri nei centri di accoglienza straordinaria, quindi in grandi strutture, dove non verranno date loro opportunità di integrazione. Così si mina alla radice il sistema di accoglienza diffusa che la Caritas aveva cercato di realizzare in collaborazione con le istituzioni. Questo rispecchia una mentalità che non ci appartiene. Noi non siamo per far entrare tutti, ma per trattare chi è entrato sul territorio nazionale con dignità». Secondo don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità, recentemente eletto dal Parlamento europeo Cittadino europeo 2018 per essere stato precursore nell’accoglienza, «Ancora una volta si è scelto di seguire una logica securitaria e di ordine pubblico, con il rischio di penalizzare la stessa condizione di immigrato».


Si aumentano gli irregolari

«L’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, avrebbe come prima conseguenza l’aumento del numero degli irregolari: molte persone – sostiene Colmegna – diventerebbero fantasmi senza diritti, con il possibile rischio che siano esposti a devianza, lavoro nero e delinquenza, aumentando, così, la diffidenza della popolazione, con il rischio di alimentare episodi di intolleranza come quelli registrati di recente». Don Colmegna stigmatizza, in particolare, la scelta di prolungare da 90 a 180 i giorni di trattenimento nei cosiddetti “centri di permanenza per il rimpatrio”, perché si priverebbero della libertà persone senza che abbiano commesso alcun reato. Secondo Filippo Miraglia responsabile nazionale politiche migratorie di Arci, altro ente impegnato sul fronte dell’integrazione, «un elenco di provvedimenti che cancella molte delle iniziative sostenibili che hanno visto protagonisti i sindaci e le comunità. Si preferisce puntare sui grandi centri e sulla gestione privata affidata alle gare d’appalto delle Prefetture e non dei Comuni, secondo modalità che già hanno dato risultati pessimi sul piano della trasparenza, dell’integrazione e del rispetto della dignità dei migranti accolti, oltre che sull’impatto sulle comunità e sui territori».

 
 

 

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