Scarp Novembre
Il freddo uccide solo d’inverno

L’aumento delle persone che vivono per strada dopo aver perso il lavoro a causa del lockdown, i protocolli Covid che hanno costretto enti e associazioni a tagliare i posti letto nei rifugi e nei dormitori, i cronici ritardi dei Comuni nel far fronte a un problema ricorrente, rischiano di lasciare soli e abbandonati a loro stessi tanti senza dimora. L’inverno è alle porte. La stagione più fredda dell’anno rischia di trasformare i disagi in cronache di morti annunciate.

di Francesco Chiavarini

Ramiro, 45 anni, è arrivato dal Perù l’anno scorso con un visto turistico. A Milano, a settembre, ha trovato un lavoro come lavapiatti in nero a Chinatown e un posto letto in una casa presa in affitto da un suo lontano parente al Corvetto. Tra quello che prendeva al ristorante (400 euro al mese) e quello che doveva pagare per l’alloggio (170 euro), facendo attenzione, ce n’era abbastanza per sopravvivere. Poi a febbraio è arrivato il lockdown e il fragile equilibrio è saltato. «Per i primi due mesi, mio cugino ha chiuso un occhio, poi però mi ha detto che dovevo trovare una soluzione perché senza i soldi che gli passavo ogni mese anche lui non sarebbe più riuscito a pagare il proprietario di casa». La soluzione che Ramiro ha trovato è stata una panchina nel parco del quartiere. Da giugno è quello il giaciglio dove la sera posa il capo. Ramiro è uno degli sfrattati dal Covid intercettati da Caritas Ambrosiana. «Da aprile ad agosto 2020, tra la fase uno e la fase due dell’emergenza sanitaria, sono state 314 le domande di alloggio giunte al nostro sportello – spiega Pedro di Iorio del Servizio accoglienza immigrati di via Galvani, a poche centinaia di metri dalla stazione Centrale –. A chiederci aiuto sono stati soprattutto stranieri, fuoriusciti dal sistema di accoglienza e in parte finiti in strada, perché a causa dell’emergenza sanitaria, perdendo il lavoro e quindi il reddito, non sono più stati in grado di sostenere i costi dei subaffitti che pagavano in nero, quasi sempre a loro connazionali». I 314 nuovi senza tetto, intercettati dalla Caritas a Milano, si aggiungo, naturalmente, agli homeless pre Covid che vivono in città. Ma quanti sono? Difficile poterlo dire con esattezza. I volontari, ingaggiati dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti e dall’Università Bocconi, ne contarono, in una notte del 2018, complessivamente 2.608, dei quali 2.021 ospiti in strutture di accoglienza e 587 all’addiaccio; ammesso e non concesso che non ne siano arrivati altri da allora, anche prima dell’emergenza sanitaria. Se a questi aggiungiamo gli sfrattati da Covid individuati dalla Caritas, che l’ondata di pandemia dei mesi scorsi ha generato, si possono stimare, solo nel capoluogo lombardo, almeno 3 mila persone che hanno bisogno di un ricovero per la notte. Finora i senza tetto hanno trovato ripari di fortuna: sotto i portici, nei parchi pubblici, nelle aree dismesse. Ma con l’inverno alle porte, il calo delle temperature e la nuova ondata di contagi che si profila nei prossimi mesi, queste sistemazioni non saranno più possibili e la situazione potrebbe diventare drammatica.


Ospitare ai tempi del Covid

Ospitare ai tempi del Covid Anche perché non potrà essere affrontata nel solito modo: aumentando i posti letto nei dormitori pubblici e privati. I quali hanno dovuto attenersi alle norme sanitarie e ridurre le loro capacità ricettive. Sebbene la Lombardia sia stata la regione più colpita dal virus, il problema di offrire accoglienza ai senza tetto quest’inverno non riguarda solo Milano. In tutte le grandi aree metropolitane la situazione si profila difficile. A Roma, ad esempio, dove i senza tetto superano le 7 mila unità e i posti letto nelle strutture arrivavano d’inverno al migliaio, già prima della chiusura delle attività economiche, un clochard su otto non aveva un posto dove andare. «Possiamo stimare che, da un lato, per l’aumento dei senza tetto dovuto a svariate ragioni, dall’altro, a causa della riduzione dei servizi, nei prossimi mesi avremo per strada, in tutto il Paese, il 20% dei senza dimora in più rispetto all’anno precedente», spiega Caterina Cortese di fio.PSD, la federazione italiana che riunisce gli organismi che si occupano di senza dimora. Nel mezzo di una grave emergenza sanitaria di cui non si intravvede ancora un termine, un numero significativo di persone dunque non saprà come mettere sé e gli altri al riparo dal contagio e come assolvere ad un’eventuale nuova edizione del primo comandamento dell’era Covid: “Io resto a casa”. I Comuni che generalmente predispongono i piani freddo per quella che continua ad essere concepita come un’emergenza, benché si ripeta tutti gli anni, sono in gravissimo ritardo. Da un’indagine condotta a settembre da fio.PSD e dedicata all’apertura dei servizi per le persone senza dimora nella fase due Covid–19, è emerso che il 40% delle 50 organizzazioni che hanno risposto non aveva ancora ricevuto indicazioni, il 30% attendeva di essere convocato dagli enti locali, il 13% prevedeva di agire come aveva sempre fatto. Solo il 15% stava predisponendo, ma in maniera autonoma, risposte innovative, facendo tesoro proprio dell’esperienza maturata nei mesi del lockdown. «Per non rischiare di arrivare impreparati e alzare il livello di rischio vita delle persone più fragili, facciamo appello a tutti i sindaci affinché in accordo con la rete di organizzazioni cittadine definiscano quanto prima luoghi per nuove accoglienze, diano indicazioni operative per lavorare in sicurezza e finalmente avviino una programmazione di lungo periodo che superi la retorica dell’emergenza», chiede Caterina Cortese. Secondo fio.PSD servirebbe un vero piano nazionale per gli homeless che poggi su due cardini. Primo: il superamento del dormitorio come unica risposta e lo sviluppo di un sistema di accoglienza diffuso fatta di appartamenti e micro comunità. Secondo: l’apertura di strutture che garantiscano continuità dell’accoglienza tra la notte e il giorno. «Occorrerà fantasia, coraggio e senso di responsabilità in vista già dei prossimi mesi quando con l’inverno la temperatura scenderà. Quest’anno la cosiddetta emergenza freddo non potrà essere affrontata aggiungendo posti in più nelle strutture. Bisognerà che le grandi città, che si sono fatte carico sino ad ora della parte maggiore dell’accoglienza, non siano lasciate sole. A Milano stiamo insistendo affinché si faccia un piano che coinvolga tutta l’area metropolitana», spiega Luciano Gualzetti il direttore della Caritas Ambrosiana, che proprio durante la pandemia ha aperto tre nuove strutture di accoglienza nell’hinterland di Milano.

 
 

 

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