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La casa popolare, rimane un miraggio

Quest’anno la richiesta di case pubbliche è cresciuta di un quarto rispetto al 2012, l’anno prossimo crescerà ancora di un terzo. Ma la disponibilità di abitazioni continua a essere limitata, a causa di cattiva gestione del patrimonio, assenza di politiche, clientelismi e illegalità. E nel frattempo gli sfratti lievitano…

di Alberto Rizzardi

Sfratti, occupazioni, patrimoni inutilizzati, cattiva gestione, clientelismi. E una domanda che quasi mai si allinea all’offerta. No, non è il riepilogo di un incubo. È la realtà di tutti giorni, per chi si occupa di case popolari (e, peggio, per chi ci vive, o aspirerebbe a farlo).
Edilizia residenziale pubblica: una tra le più controverse realtà del nostro paese. Questione annosa, che la crisi economica in atto, la quale esaspera la fame di alloggi a prezzi accessibili, ha semplicemente acuito. A monte della lunga lista di nodi che caratterizza il settore, c’è un approccio politico e amministrativo incapace di uno sguardo e di misure strutturali. Ai problemi emergenti si danno risposte isolate, che quasi mai risolvono le questioni, come certi rattoppi di catrame su strade ridotte a groviera. E così il confronto con il resto dell’Europa si fa impietoso.
L’Italia è infatti agli ultimi posti delle classifiche continentali per percentuale di alloggi sociali calcolata sul totale delle locazioni: come Spagna, Portogallo e Grecia, il nostro paese è sotto il 5%, mentre nel resto del continente la media si aggira attorno al 25%. E in giro per l’Europa non è raro trovare iniziative ben più ambiziose: come in Austria, dove agli imprenditori edili è imposto che il 30% del costruito sia destinato all’edilizia sociale.

L’ultimo è stato Fanfani…
Tornando all’Italia, secondo uno studio di Federcasa, oggi quasi due milioni di persone vivono in condizioni di bisogno economico e precarietà abitativa. La domanda di alloggi popolari è salita quest’anno del 25% rispetto al 2012 e per il 2014 si stima un rialzo del 30%. Una domanda di case che non trova risposte nell’offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica: le persone in attesa nelle graduatorie per l’assegnazione di un alloggio popolare sarebbero 650 mila, di cui solo una piccola parte riesce a varcare la soglia dell’agognato alloggio pubblico.
Secondo Guido Piran, segretario generale del Sicet, il sindacato della Cisl deputato alla questione casa, «la situazione attuale è frutto di anni di politiche sbagliate, anzi, di assenza di politiche, con un nefasto connubio tra potere, finanza e costruttori. Il welfare abitativo nel nostro paese – sottolinea Piran – è pari a zero. Negli ultimi anni ci sono stati solo sparuti stanziamenti di alcune regioni per il fondo sostegno affitti.
Invece bisogna fare welfare abitativo e finanziarlo, servono misure per abbassare gli affitti e misure per allargare l’offerta pubblica, intanto recuperando tutto il recuperabile dal patrimonio abitativo nazionale non assegnato; in pochi mesi si potrebbero rendere disponibili 25-30 mila alloggi. Poi si devono liberare le risorse ancora disponibili dei risparmi ex Gescal (il fondo destinato alla costruzione e all’assegnazione di case ai lavoratori e loro famiglie, istituito negli anni Sessanta e soppresso, solo nominalmente, alla fine degli anni Novanta) per il recupero edilizio e l’eventuale acquisto di immobili invenduti».
Intanto, in giro per l’Italia, si continua a essere sfrattati e la sofferenza abitativa cresce. Nelle grandi città, come nei piccoli centri. Perché se è vero, dando un’occhiata ai dati rilasciati dal ministero dell’interno, che Roma (7.743 sentenze di sfratto), Milano (4.924) e Torino (3.492) guidano nel 2012 la triste classifica in termini assoluti, è altrettanto significativo che siano, invece, Prato, Lodi e Novara le città con il maggior numero di sfratti in relazione al numero di abitanti con un canone di locazione. A Prato (780 sentenze di sfratto nel 2012) l’avviso raggiunge una famiglia ogni 25; a Lodi (536) una ogni 34; a Novara (802) una ogni 40. La media degli sfratti emessi nel 2012 parla di uno sfratto ogni 371 famiglie residenti (1 ogni 74 famiglie in affitto); nel 2001 c’era uno sfratto ogni 539 famiglie.
Di promesse, in proposito, in questi decenni i vari governi ne hanno fatte tante. Di concreto ben poco, se si pensa che l’ultimo vero piano strutturale per la casa in Italia risale al dopoguerra, grazie all’allora ministro del lavoro e della previdenza sociale, Amintore Fanfani.
Seguirono nel tempo la legge 167, i Piani di edilizia pubblica (i cosiddetti Peep) e i fondi Gescal, tutti a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Poco altro nei decenni a seguire, soprattutto nulla di risolutivo. Un’assenza di investimenti in politiche abitative da parte statale, con la patata bollente passata a regioni, province e comuni che, alla prese con bilanci sempre più risicati, hanno cercato di affrontare la questione. Anche bene, in alcuni casi, date le scarse risorse a disposizione.

A Torino un fondo “salvasfratti”
Un esempio su tutti, il comune di Torino, che assieme a Compagnia San Paolo e Fondazione Crt, ha lanciato da poco un fondo “salvasfratti”, finanziato con 1 milione 400 mila euro, destinato a famiglie che hanno smesso di pagare l’affitto ma che sono considerate troppo ricche per rientrare negli stretti criteri per l’assegnazione d’emergenza di un alloggio popolare.
In ottobre il ministro per le infrastrutture, Maurizio Lupi, ha presentato una serie di misure, tra cui l’estensione del concetto di “morosità incolpevole”, il rifinanziamento per il biennio 2014-2015 del Fondo affitti e del Fondo morosità incolpevole, con l’istituzione di voucher per l’affitto (in pratica buoni emessi dallo stato, che gli inquilini in comprovata situazione d’indigenza possono utilizzare per proseguire il contratto d’affitto), la riqualificazione di almeno 20-25 mila alloggi esistenti. Il problema principale è che queste misure, secondo stime prudenti, necessiterebbero di investimenti attorno ai 400 milioni di euro subito disponibili. E così nella quotidianità italiana si replicano i problemi di sempre.
Tra alloggi sfitti (almeno 30-40 mila), sfratti in aumento, occupazioni abusive (almeno 40 mila, secondo un’indagine condotta nel 2008) e un corposo patrimonio di strutture abbandonate, come ad esempio le caserme, che molti comitati degli inquilini chiedono possano divenire oggetto di riuso sociale e abitativo. Ovunque si viene sfrattati e ovunque si protesta. Si scende in strada a far le barricate per ritardare di qualche giorno gli sfratti, e si occupa.
Si organizzano mobilitazioni e cortei. Si potrebbe fare un Giro d’Italia tra le tante realtà che si scontrano ogni giorno con questi problemi: la maglia in questo caso non sarebbe rosa, ma nera, nerissima.