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Hockey su prato: «In campo? Tutti italiani»

Il presidente della Fih, Luca Di Mauro: «Abbiamo semplicemente risposto a una necessità: non vedere più ragazzini tristi, costretti a seguire dalla tribuna la partita dei compagni con cui si sono allenati per tutta la settimana».

di Stefano Ferrio

Tanti anni fa, così tanti da non saperne il conto, si praticava nella polvere, più che sul verde di un prato. Così come raffigurato nei geroglifici egizi che, nel complesso funerario di Beni Hassa, descrivono una partita svoltasi quattromila anni or sono, e non così diversa dalle attuali sfide fra squadre di undici giocatori, impegnati, in campi grandi come quelli da calcio, a usare i propri bastoni per fare gol nella porta avversaria. Una millenaria storia ci rivela dunque che l’attuale hockey su prato va considerato “sport di strada” per eccellenza. Nel XXI secolo praticato in ogni continente da milioni diuomini e donne. Con conseguenze estremamente positive, e sotto gli occhi di tutti. Al punto che, se siamo quia scrivere di hockey su prato, è solo per suscitare una pazza voglia, a seconda dell’età, di praticare o seguire uno sport libero, democratico e bisex come pochi. Non a caso la prima disciplina di squadra nella quale, sin da bambini, sono riconosciuti come “italiani” tutti i giocatori e le giocatrici nati nel nostro Paese. Compresi gli stranieri che, ancora privi di cittadinanza, possono qui giovarsi del cosiddetto Ius soli, diritto derivato dal luogo in cui si viene al mondo. Così ha stabilito nel 2013 la Fih, Federazione italiana hockey, su input del presidente Luca Di Mauro, di fronte alla necessità di «non vedere più ragazzini tristi, costretti a seguire dalla tribuna la partita dei compagni con cui si sono allenati per tutta la settimana».

Una vocazione global

“Parole sante” si sarebbe detto una volta, commentando questa spiegazione del presidente federale. Parole che trovano ragion d’essere in un’epopea fatta di palline che rotolano, e di bastoni che si incrociano per mandarle verso una “porta” o verso l’altra. Se infatti risulta facile immaginare che uno dei primi, spontanei giochi di gruppo sia consistito nel calciare una qualche palla di stracci, parodiando lo sport destinato a cambiare la vita di milioni di individui dalla fine dell’800 in poi, la ricostruzione della nascita dell’hockey è altrettanto immediata. Per simularla, basterà mettere un sasso e qualche ramo secco al posto di quel rudimentale pallone da calcio. In effetti, “tracce” di hockey si rinvengono, oltreche in Egitto, nelle tradizioni di popoli antichissimi e sparsi fra le più varie latitudini: dalla Grecia alla Persia, al Giappone. Una vocazione global confermata dalla storia che l’hockey su prato ci racconta in epoca moderna. Quando, alla codificazione delle sue regole, avvenuta in Inghilterra nel XIX secolo, è seguita una diffusione planetaria, grazie alla quale questo sport è tuttora amatissimo in Argentina come in Nuova Zelanda, in Pakistan come in Germania, in Olanda come nello Zimbabwe, In Usa, in India. Con una storia particolarmente gloriosa in India, la cui nazionale detiene il primato delle vittorie olimpiche, certificato da ben otto “ori”. Se passiamo a considerare l’Italia, il quadro offre due punti di vista. Di secondario interesse è sicuramente quello agonistico, vista la modestia delle patrie tradizioni, a cui rimandano albi d’oro internazionali dove i massimi risultati sono il settimo posto ottenuto dalle azzurre agli Europei del 2007, e il nono conquistato dagli azzurri agli Europei del 1987.