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Figli prigionieri per le colpe delle madri

Gli Istituti a custodia attenuata per madri detenute (Icam), pensati per essere delle piccole comunità dove ricreare un ambiente a misura di casa in Italia sono 5: a Milano, Torino, Venezia, Cagliari e Lauro, in provincia di Avellino. Ma solo uno nasce esterno al carcere.

di Daniela Palumbo

Il nostro Paese ha le leggi più belle del mondo: basterebbe applicarle. Ma spesso non accade. La mancanza di copertura economica è una delle ragioni più frequenti. Solo due mesi fa si è consumata un’altra tragedia che ha alzato il coperchio su una realtà che in pochi conoscono. Perché è lontana dalla nostra quotidianità. Il carcere è quel luogo che non ci riguarda e dove finiscono solo i cattivi. Invece ci finiscono pure i bambini. Innocenti per definizione. Quello che è accaduto a Rebibbia, lo scorso settembre, con la morte di due bambini per mano della madre, è qualcosa che si poteva evitare. Lo ha detto con chiarezza anche il Garante per i detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, sottolineando come a distanza di pochi giorni dalla tragedia i bambini in carcere siano diminuiti, passando da 14 a 6. «Le leggi ci sono, serviva però più coraggio e determinazione, prima», ha affermato Anastasia all’audizione del Consiglio regionale del Lazio. Nel caso della giovane che ha ucciso i figli in un atto di follia c’è stato – è emerso dalla ricostruzione – anche un problema di lingua dovuto al fatto che la donna parlava solo tedesco, impedendo così la comunicazione con gli operatori. Il Garante ha ribadito come nelle nostre carceri «esista un ritardo di 30 anni sulla mediazione culturale». La legge e i legislatori italiani, coscienti che il carcere non è luogo per bambini, hanno previsto che i figli delle mamme detenute abbiano diritto a misure alternative di detenzione, differenti dalle tradizionali e soprattutto in ambienti protetti. Gli Istituti a custodia attenuata per madri detenute (Icam), sono stati pensati per essere delle piccole comunità dove creare un ambiente a misura di casa. Il primo di questi Istituti nasce a Milano nel 2007. Ad oggi in Italia sono 5: a Milano, appunto, e poi a Torino, Venezia, Cagliari e Lauro, in provincia di Avellino.


Solo uno fuori dal carcere

Ma solo quello di Milano nasce esterno al carcere di San Vittore, da cui amministrativamente dipende. Gli altri Icam infatti sono all’interno del penitenziario. «La legge 62 del 2011 ha protratto l’accoglienza in Icam di madri e figli fino al compimento dei 6 anni di età del minore – spiega Marinella Mastrosanti, insegnante all’Icam di Milano –. Non possono, invece, farne parte le detenute madri che abbiano in essere una sentenza definitiva con reati come strage, omicidio e altre condanne di pari gravità». Se il bambino supera i 6 anni e la madre non ha finito di scontare la pena il figlio potrà essere assegnato a una famiglia affidataria, con l’obbligo di consultare sempre la madre naturale. Nel 2011, la stessa legge, ha previsto l’introduzione delle case famiglia protette. La casa famiglia, diversamente dagli Icam, è una detenzione domiciliare destinata alle donne condannate per un periodo di reclusione non superiore ai 4 anni che hanno figli che non superino i 10 anni di età. Ma solo due di queste case famiglia sono a disposizione, a Roma e Milano. Motivo: manca la copertura finanziaria. La legge rimanda agli Enti locali: i Comuni sono i primi a essere in difficoltà e non poter far fronte alle urgenze sociali. E i bambini di madri detenute continuano a vivere in carcere.


A Milano il carcere è più lontano grazie alla custodia attenuata. Ma il problema resta il “fuori”

All’Istituto di custodia attenuata per detenute madri, di via Macedonio Melloni 53, a Milano, ci sono 4 madri detenute e quattro bambini di pochi anni di età. «Ma il numero cambia continuamente, ospitiamo fino a 10 madri – racconta Marinella Mastrosanti, una delle insegnanti del Cpia (centri provinciali per l’istruzione degli adulti) che insegna i fondamentali alle donne incarcerate –. L’Icam prevede un progetto di alfabetizzazione per le detenute. Il programma è a misura del loro livello di istruzione. Attualmente, ci sono solo donne rom. Dal ruolo di figlia sono passate precocemente a quello di moglie e madre, trascurando involontariamente la propria infanzia e giovinezza, non cogliendo il proprio valore. L’alfabetizzazione in una società complessa è requisito indispensabile per l’inserimento nella società civile, per il lavoro, per sostenere i figli nel loro percorso scolastico, per la propria autonomia». Le educatrici nell’Istituto a custodia attenuata milanese sono 7, poi ci sono gli agenti, quasi tutte donne e senza la divisa di ordinanza, e i volontari. Tutti quelli che vi lavorano tentano di restituire una socialità diversa al luogo di detenzione. «Restano le sbarre alle finestre, restano gli agenti di custodia, seppure in borghese, ma ai figli delle detenute si tenta di dare una vita normale». Le educatrici accompagnano i bambini nelle scuole del territorio, una volta a settimana nei parchi. O a prendere il gelato. Le mamme seguono regole precise nell’Istituto. «Si dividono i compiti per la cura degli ambienti comuni, dai bagni alle stanze, alla cucina e alla piccola Biblioteca, appena installata – racconta Vincenzo Samà, insegnante del Cpia, trenta anni a San Vittore e ora a Macedonio Melloni –. Insegno Tecnologia, ma con le mamme detenute facciamo un progetto di laboratori espressivi. Attraverso la lettura, la pittura e la scrittura, stimoliamo la consapevolezza di queste giovani che scoprono di avere risorse interiori a cui attingere, nelle difficoltà». Quando chiediamo se le donne detenute, una volta uscite, cambiano vita, un sorriso attraversa gli occhi di Vincenzo: «Dipende dal contesto che hanno fuori di qui. A volte, le aspetta l’indigenza, dinamiche di violenza. Per loro essere qui dentro è un rifugio, meglio dentro che fuori. Altre hanno vite più normali e capita che ti invitino a cena o a un capodanno, una volta tornate a casa. Mi è successo. E poi ci sono le persone che cambiano totalmente vita perché qui capiscono che possono dare un futuro diverso ai figli e a loro stesse. Donne che hanno lottato e rischiato per cambiare il proprio destino».

 
 

 

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