Scarp Novembre
Curare i bambini con un naso rosso

I bambini ricoverati ogni anno nel nostro Paese in ospedale sono circa 1 milione 250 mila. Dottor Sorriso entra in 30 reparti pediatrici, da Torino a San Giovanni Rotondo, e in tre centri di riabilitazione in Lombardia, con circa 30 clown dottori – assunti e formati per questo lavoro – entrando in relazione con 30 mila minori ogni anno.

di Marta Zanella

A volte, bastano un naso rosso e un grappolo di palloncini colorati per trasformare un luogo carico di ansie e dolori in uno spazio di gioco e risate: succede quando nelle corsie dei reparti pediatrici arrivano i clown dottori. Che non sono dottori veri, di quelli che hanno studiato medicina, ma artisti professionisti, specializzati nell’arte della clownterapia e del circo sociale. A pensarci bene, però, un po’ dottori lo sono comunque, perché ridere fa bene e lo sappiamo tutti: ridere aiuta i bambini ad affrontare più serenamente la malattia, aiuta i genitori che vedono il loro bambino più tranquillo, aiuta i medici a operare in un contesto meno pesante. «Ci sono studi – sostiene Cristina Bianchi, la direttrice di Dottor Sorriso onlus, probabilmente la prima realtà ad aver portato in Italia i dottori dal naso rosso, nel 1995 – che dicono che la clownterapia aumenta le difese immunitarie, riduce i tempi di degenza dei bambini anche del 20% rispetto a quelli che non vengono coinvolti, aumenta il livello delle endorfine, agevolando il controllo del dolore, e quindi diminuisce il ricorso agli analgesici anche del 30%». I bambini ricoverati ogni anno nel nostro Paese in ospedale sono circa 1 milione 250 mila. Dottor Sorriso oggi entra in 30 reparti pediatrici, da Torino fino a San Giovanni Rotondo, e tre centri di riabilitazione in Lombardia, con circa 30 clown dottori – assunti e formati proprio per questo lavoro – entrando in relazione con 30 mila minori ogni anno. Li incontrano nelle loro stanze, li sostengono quando si avvicinano per la prima volta a una sala operatoria, quando affrontano un trapianto, quando devono fare per la prima volta una trasfusione.


Interventi mirati

Lia ha cinquant’anni e fa il clown dottore da venti. In realtà, fuori dagli ospedali, lei è attrice e regista di teatro. Nel suo percorso professionale aveva incontrato l’arte circense che l’aveva affascinata a tal punto che si era chiesta come avrebbe potuto mettere a frutto questa nuova passione in qualcosa di utile per gli altri. Il suo incontro con Dottor Sorriso le ha messo sotto gli occhi la risposta. Così ora, alcuni giorni a settimana, con un collega entra in ospedale. In una riunione con gli infermieri ricevono indicazioni sullo stato della corsia,«stanza per stanza, se ci sono casi particolari, dove bisogna prestare maggiore attenzione, dove c’è una malattia infettiva. E in base a tutto decidere quali strumenti usare con ciascun piccolo paziente. Quello che succede in ogni stanza è unico, a seconda del bambino presente, e dell’atmosfera che si respira quel giorno, in quel momento». Luca aveva voglia di raccontare, quel giorno in cui Lia entrò la prima volta nella sua stanza. Lui, dodicenne, stava vivendo un momento duro della sua lotta contro il tumore. Ai clown che erano entrati per giocare con lui aveva spiegato che era un cantante e un musicista. «Dal suo telefono ci ha mostrato un video su Youtube in cui lui, sano, con i capelli, suonava e cantava una canzone. Mi è venuta la pelle d’oca, sia per la sua bravura, sia per com’era in quel video e non era più in quella stanza d’ospedale». Luca si intristì e spense lo schermo, dicendo che non aveva più voglia di fare musica. «È su questi piccoli dettagli personali che costruiamo il nostro lavoro, e abbiamo improvvisato il gioco dei fan che imploravano la loro star per avere un nuovo concerto». La settimana successiva la madre di Luca fermò Lia raccontandole che il suo ragazzo aveva ripreso carta e penna e aveva scritto una nuova canzone. «I clown dottori sono preparati anche da un punto di vista psicologico e pedagogico, per affrontare situazioni complicate e a volte tragiche, per capire la modalità di intervento opportuna per ciascun bambino. È un lavoro impegnativo, e anche stressante», spiega ancora Cristina Bianchi.


Non solo in ospedale

I clown dottori non lavorano solo negli ospedali. Emanuela si fa chiamare Campanellino, e con l’associazione Stringhe Colorate, che opera nella provincia di Como, lavora, oltre che nei reparti pediatrici anche in una residenza per anziani e a Casa di Gabri, un centro diurno per bambini con disabilità anche gravi. «Per ogni struttura si lavora in modo diverso. In ospedale lavoriamo molto di ascolto e improvvisazione. Si entra in punta di piedi, si improvvisa in base a quello che il bambino ha con sé di prezioso o come reagisce un bambino – racconta Emanuela –. Con gli adolescenti è una sfida diversa, perché spesso sono prevenuti e tendono a rifiutare un’arte che li mette in gioco più di quanto vorrebbero. Gli anziani, invece, hanno tanta voglia di giocare. A volte pensiamo di indossare i panni e il ruolo del clown per portare qualcosa, ma ci portiamo a casa noi le lezioni più grandi».

 
 

 

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