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Coworking, l’ufficio zero stress

Condividere gli spazi pur facendo lavori diversi: per risparmiare, certo, ma anche per continuare a coltivare contatti e relazioni

di Alberto Rizzardi

All’estero è una realtà consolidata già da tempo. In Italia sta pian piano prendendo piede, complice la crisi in atto che, da un lato, impone un’ottimizzazione dei costi per risparmiare il più possibile e, dall’altro, invita a riscoprire il contatto e le relazioni con gli altri per sentirsi meno soli e darsi una mano. Parliamo del coworking, ovvero della condivisione di un medesimo spazio lavorativo da parte di professionisti che mantengono in molti casi attività indipendenti e diverse tra loro. L’Italia è sempre più un Paese fondato sul telelavoro: sarà la crisi, saranno le aziende che ci marciano un po’ sopra, sta di fatto che negli ultimi anni si è allargata a macchia d’olio la famiglia di professionisti che ogni mattina si alzano, è allargata a macchia d’olio la famiglia difanno colazione e (non) escono di casa per andare al lavoro; perché il lavoro è a casa. Inizialmente la cosa riguardava i liberi professionisti; ora tocca anche a consulenti, impiegati d’azienda e imprenditori. «Bello» direte voi: niente seccature con i colleghi, niente ore perse in coda in auto o in interminabili viaggi in treno, niente panini trangugiati in tutta fretta. Già, ma c’è anche il rovescio della medaglia: il rischio di alienazione, di perdere quelle normali relazioni tipiche di un ambiente di lavoro. Chi lavora da casa lo fa anche per dieci, dodici ore al giorno e, magari, al termine della giornata non ha parlato con nessuno, se non tramite un’e-mail o una conversazione via Skype. Che non è proprio la stessa cosa.

Conciliare famiglia e lavoro
C’è sicuramente tutto questo dietro alla diffusione del coworking in Italia. Ma c’è anche dell’altro: la volontà di una diversa e migliore conciliazione tra vita e lavoro, dando il giusto peso alla sfera professionale, che di questi tempi è da benedire per il solo fatto di esserci, ma riscoprendo anche il piacere di dedicare del tempo a sé e agli altri. Secondo una ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, lo smart working, ovvero un approccio innovativo all’organizzazione del lavoro caratterizzato da flessibilità e autonomia di spazi, orari e strumenti, sta facendo lentamente breccia nel cuore di aziende e lavoratori: dai dati dell’indagine, condotta su 230 executive di 211 aziende medio-grandi, il 67% delle aziende ha già attivato iniziative in questa direzione, anche se soltanto l’8% adotta realmente un modello di smart working. Sul fronte lavoratori, la metà degli intervistati ha dichiarato di lavorare già in mobilità all’esterno dell’ufficio (anche se, in molti casi, per periodi limitati di tempo), con un 27% che lavora da casa. Iniziano a farsi strada altre modalità di lavoro in spazi di coworking (19%) e luoghi pubblici come bar e biblioteche (16%); ma appena 2 lavoratori su 10 sarebbero pronti a diventare veri smart worker. Le cause? Soprattutto timori per la scarsa prevedibilità e pianificabilità dell’attività e per il poco coinvolgimento nelle decisioni ai vertici. Insomma, di strada da fare ce n’è ancora parecchia, ma il percorso almeno è tracciato. In Italia, da nord a sud, gli spazi di coworking si stanno moltiplicando. Gli esempi sono tanti e con diverse sfumature: dalle grandi città, come Milano e Roma, alle realtà più piccole. Due le parole d’ordine: creatività e voglia di cambiare l’approccio al lavoro, facendo rete e unendo spesso pubblico e privato.

In provincia più creatività
E proprio nelle realtà più piccole la creatività incide molto di più. Nell’ambito dell’iniziativa “Progettare la parità 2014”, la Regione Lombardia ha stanziato contributi per il finanziamento di progetti legati alle pari opportunità e, nello specifico, riguardanti la conciliazione, le differenze di genere e le discriminazioni. Uno dei 29 progetti vincitori è a Pavia, dove nel luglio scorso ha preso il via “Women in Coworking”, che vede coinvolti dieci partner di cui è capofila la sezione pavese della Federazione Italiana Laureate e Diplomate negli istituti superiori. Obiettivi: la realizzazione di un percorso in favore dell’autoimprenditorialità al femminile e la valorizzazione delle competenze professionali di lavoratrici autonome con necessità e problematiche di conciliazione vita-lavoro, attraverso l’uso gratuito di postazioni di coworking e l’organizzazione di attività collaterali aperte a tutti. «Il progetto prevede tre azioni principali – spiega Giulia Carlini di Spazio Geco –: la prima riguarda l’attivazione di servizi di coworking all’interno di Spazio Geco e Labora Coworking, due diversi coworking nati da poco a Pavia che hanno deciso di non farsi concorrenza ma di collaborare, condividendo la stessa idea di un diverso modo di lavorare. La seconda fase è partita a settembre e andrà avanti fino a fine anno: un ciclo di incontri pomeridiani dove donne imprenditrici e lavoratrici in diversi settori portano la loro testimonianza di conciliazione tra carriera e vita familiare. Organizziamo poi aperitivi di networking, ovvero occasioni d’incontro tra professionisti dalle quali possono nascere future sinergie e collaborazioni». “Women in Coworking” è un progetto delle donne per le donne. Ma la conciliazione vita-lavoro è questione che interessa sempre più da vicino anche gli uomini. E il coworking, in questo senso, è una soluzione che pare migliorare la vita: facilita la comodità e la flessibilità lavorative, fa risparmiare qualche soldo, abbatte la paura di isolamento e alienazione dal mondo esterno di cui soffrono molti telelavoratori, favorendo nel contempo nuove forme di socialità. «La filosofia di base è che il coworking non sia uno spazio chiuso, dove uno trova solo un posto dove lavorare – spiega Alessandro Caliandro di Labora Coworking Sociale – ma un luogo dove si possono creare realmente dei progetti insieme ad altre persone, dentro o fuori lo spazio lavorativo ». Una delle 8 professioniste selezionate dal progetto “Women in coworking” è Manuela, 28 anni, di professione scrittrice e traduttrice, che racconta la sua esperienza: «Il mio lavoro è molto bello ma a volte tende a isolarti dal resto del mondo, soprattutto in questa fase storica in cui le redazioni dei giornali o le case editrici tendono a esternalizzare i lavoro dei propri collaboratori. Questo fa perdere il contatto con altri che fanno il tuo lavoro o mestieri affini. Mi sto trovando bene qui: sono di buonumore e ho ricominciato a distinguere tra giornata e giornata lavorativa, cosa che non è sempre facile da fare».