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Cicli Drali: Peppino fa ancora le bici a mano

Io sono un sarto ma c’erano quelli più bravi di me, Ernesto Colnago e Ugo De Rosa, loro avevano i ciclisti professionisti, i grandi. Noi i dilettanti. Io mi sento bene, sono anche contento adesso: questi ragazzi hanno ridato vita a quello che abbiamo tirato su in più di 90 anni, io e mio padre. Certe volte mi fanno solo un po’ male le gambe. Allora mi lamento un po’.

di Daniela Palumbo

«Il Coppi? Magro come un grissino, ma era un gigante! Mai una parola di troppo, mai che alzava la voce. Quando entrava salutava tutti, poi non lo sentivi più. Eh, Bartali no, lui era tutto il contrario». Giuseppe Drali era innamorato del Fausto. «Pensi che io avevo anche la bicicletta di Coppi, me l’avevano regalata alla Bianchi. Poi a un certo punto, qualche anno fa, me la passavo un po’ male, l’ho venduta a un dentista bergamasco, per pochi soldi. Il dentista mi chiama ancora tutte le mattine per sapere come sto, e ringraziarmi. Io però mi sono un po’ pentito». Quell’amore per Fausto Coppi. Il Drali, come viene chiamato oggi in officina, ce l’ha dalla prima volta che lo vide, da quando era un giovane meccanico e telaista. Ha cominciato a riparare biciclette facendo esperienza dentro un’azienda di nome Bianchi, marchio indiscusso del ciclismo delle grandi vittorie. La storia del Drali, però, comincia con il padre, Carlo, che nel 1925 apre l’officina in via Chiesa Rossa 29, sui Navigli, a sud di Milano. In officina si riparano le biciclette, poi Carlo comincia anche a costruire i telai. Tre anni dopo nasce Giuseppe. E a 14 anni il padre lo manda a imparare il mestiere alla Bianchi, perché Carlo conosce un pezzo grosso dell’azienda dei campioni, essendo Drali un marchio concessionario della Bianchi. «Era il 1942, eravamo in piena Guerra Mondiale. Quando arrivava l’imbrunire andavamo tutti a Rozzano e Bruzzano, in campagna. Ci nascondevamo e aspettavamo che il suono delle bombe in città finisse. Poi, col buio tornavamo a vedere se c’era ancora la casa». Giuseppe impara il mestiere. A 18 anni sa fare tutto, riparare, costruire, inventare. Da via Chiesa Rossa si trasferiscono in via Agilulfo, sempre sul Naviglio. A 18 anni conosce Marisa. Lei ne ha 5 di meno, una ragazzina. La guerra era finita. «Non so spiegare la felicità di quei giorni – racconta –: eravamo poveri, soffrivamo la fame, ma eravamo felici. Volevamo solo vivere. Andavamo a ballare tutte le sere. E una sera ho conosciuto Marisa».


Le bici e la Marisa

Non si sono lasciati più. Fino a cinque anni fa, quando lei è mancata. Quasi settanta anni di vita insieme. «Io lavoravo e lei stava al bancone. Teneva i conti. Dalle otto del mattino alle otto di sera. Eh, che pazienza aveva. Il viaggio di nozze ci venne regalato da un parente, una settimana a Sanremo. All’epoca Sanremo era solo per i ricchi. Partiamo il lunedì. Si stava comodi in albergo. Io il giovedì mattina, però, le ho detto: dai Marisa, prepariamo i bagagli. Torniamo. Quell’uomo lì sta lavorando da solo». Quell’uomo lì era il padre, Carlo. Erano tempi così. Marisa preparò la valigia in silenzio e lo seguì. «Che pazienza, la mia Marisa. Senza lei io ero niente. E quando è morta, io non volevo più vivere. Poi un giorno è arrivato un ragazzo, Alessandro. Mi ha chiesto se poteva fare esperienza, voleva imparare il mestiere. Mi sembrava bravo, allora gli ho detto sì. Sa cosa mi ha combinato? Vedeva che facevo fatica a chiudere e tirare su la saracinesca dell’officina, così ha cominciato a venire prima che io aprissi il negozio, da Locate Triulzi. La tirava su lui, poi a pranzo la riabbassava, mi accompagnava a casa per mangiare, andava a casa a mangiare anche lui, e tornava per riaprirla alle 15.30. E poi la sera andava via dopo di me. Sa fare tutto, gli ho insegnato quello che sapevo. Io e Marisa non abbiamo avuto figli, Alessandro è un figlio per me». Peppino Drali è l’ultimo vero artigiano telaista rimasto dei tempi d’oro. «Io sono un sarto – dice lui – ma c’erano quelli più bravi di me, Ernesto Colnago e Ugo De Rosa, loro avevano i ciclisti professionisti, i grandi. Noi i dilettanti. E anche gli sponsor erano meno ricchi. Però la tradizione Drali è rimasta italiana». A un certo punto però il Drali dice basta e decide di chiudere la baracca. Basta. In quei giorni – settembre 2017 – lo vanno a trovare in via Agilulfo quattro persone, uno lo conosce bene, è un primario in pensione, amante della bicicletta. I quattro moschettieri (uno di questi, Andrea Camerana è il nipote di Armani) dicono al Drali che loro non vogliono far morire il marchio e vogliono rilevarlo. Rilanciarlo. Custodirlo.


La nuova vita di cicli Drali

Peppino è uomo concreto. E stanco. «Va bene, ma dovete prendere qui Alessandro, metterlo in regola e dargli un lavoro per sempre». E così è stato. Qui in via Palmieri, quartiere Gratosoglio, a passare a salutare il Drali nel nuovo bellissimo negozio dove il ciclista si sente a casa, sono tanti, tutti i giorni. Anziani, giovani. «Signora – mi dice fiero – anche i fiulet mi vengono a cercare. Io qui sto bene adesso». L’11 novembre sono 91. Lunga vita al Drali, fra un bicchierino e l’altro. Fra un salame, una salsiccia e le fette di pancetta. «Il medico mi ha detto che tre volte a settimana posso mangiare salsicce, salami, pancetta e tutte quelle cose che agli altri fanno male. Io posso perché a 91 anni non prendo una pasticca al mattino. Le analisi sono sempre perfette. Colesterolo? Mai avuto. Io mi sento bene, sono anche contento adesso, questi ragazzi hanno ridato vita aì quello che abbiamo tirato su in più di 90 anni, io e mio padre. Certe volte mi fanno solo un po’ male le gambe. Allora mi lamento un po’». Si rimette in piedi, è ora di tornare al lavoro. Si aggiusta il berretto da ciclista, le bretelle a tenere pantaloni troppi larghi per un corpo da grissino, pure lui, come Coppi. Ecco, sono arrivati i clienti con le bici da riparare. Il Drali adesso si fa serio. Si lavora. Ce l’ha un rimpianto? Chiedo. «Una cosa piccola, ma sa, ho preso tanti premi, mi hanno fatto anche Cavaliere del Lavoro! Però l’Ambrogino d’oro, la mia città non me l’ha concesso. Pazienza». Pazienza, fino a un certo punto. L’Ambrogino d’oro a uno come il Drali ci starebbe proprio bene, lasciatecelo dire.

 
 

 

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