Scarp Novembre
Badanti in fuga? Nel lavoro nero…

Il loro numero appare in regresso. La crisi le costringe a ritornare in patria? Succede. Ma in pochi casi. La maggior parte invece…

di Francesco Chiavarini

Jolanda F. 30 anni, badante disoccupata a Milano, ha deciso di tornare a casa. A Lima, in Perù. Non c’erano più ragioni per continuare a rimanere in Italia. Da quando, due anni fa, la signora che l’aveva assunta era deceduta, non aveva più trovato un impiego fisso. Se l’era cavata con lavoretti a ore come colf. Ma nulla di stabile su cui poter contare.
Poi l’affitto era aumentato. E soprattutto c’era Gabriel, nato lo scorso anno, cui pensare, senza peraltro poter fare affidamento che sulle proprie forze, dal momento che il padre del figlio da qualche mese l’aveva lasciata. Niente lavoro, niente compagno, un bambino piccolo da sfamare.
Perché restare? Così ha chiesto al Sai, il servizio di accoglienza immigrati di Caritas Ambrosiana, i soldi per pagarsi il biglietto aereo di ritorno. Agli operatori ha detto che a Lima la madre le avrebbe dato una mano, almeno con il bambino, e che il governo, ora che l’economia lì comincia a girare bene, l’avrebbe aiutata anche ad aprire un salone da parrucchiera, il mestiere che aveva sempre voluto fare. E così, Adiós Italia.

Vulnerabili e integrate
Un caso isolato? O lo squillo di tromba della ritirata? Le badanti straniere stanno facendo fagotto, abbandonando il Belpaese e i suoi sempre più anziani abitanti al loro destino? In mancanza di dati ufficiali, è presto per trarre conclusioni tranchant. Tuttavia, le stime di diverse organizzazioni e di alcuni istituti di ricerca segnalano un’inversione di tendenza rispetto al recente passato. Anche se con diverse sfumature. Secondo Fondazione Migrantes, per esempio, in Italia negli ultimi tre anni sono mancate all’appello almeno centomila assistenti domiciliari. Poiché le cosiddette badanti sarebbero nel nostro paese 850 mila, vorrebbe dire che quasi una su otto avrebbe smesso di lavorare. Costoro starebbero anche pensando di rimpatriare?
«Non è detto – osserva Pedro Di Iorio, responsabile del Sai Caritas –. Prima di tutto i rimpatri in senso stretto riguardano in larghissima parte le donne latino-americane, in particolare coloro che provengono da Perù ed Ecuador, due paesi in forte crescita economica, che hanno bisogno di manodopera e aiutano chi vuole tornare in patria con crediti e sostegno alla formazione». Ma anche tra costoro quelle che effettivamente decidono di tornare a casa sono solo di due tipi. «Io le chiamo le “vulnerabili” e le “integrate” – spiega Di Iorio –.
Le vulnerabili sono immigrate con un permesso di soggiorno in scadenza, che non si sono integrate nel nostro paese e non hanno qui una rete di parenti e amici su cui fare affidamento. Hanno perso il lavoro e non ne trovano un altro, quindi a un certo punto decidono che è più conveniente tornare nel proprio paese e approfittare delle opportunità che lì si possono presentare.
Le integrate, invece, sono donne che hanno già parecchi anni di lavoro in Italia alle spalle; con le rimesse hanno potuto avviare nel paese di origine attività commerciali affidate momentaneamente a parenti, e decidono che è giunto il momento di prendere in mano le redini dell’attività gestita fino ad ora per procura». Al di fuori di questi casi, pare difficile parlare di rimpatri veri e propri. Per quanto riguarda, invece, l’altro gruppo leader nel settore, quello composto dalla donne dell’Est, l’Italia della crisi avrebbe solo rafforzato alcuni comportamenti già molto diffusi e radicati.
«L’immigrazione femminile dall’Europa dell’est non ha mai avuto un carattere di stabilità residenziale e continua a non averlo a maggior ragione ora – precisa Di Iorio –. Le badanti ucraine e moldave hanno progetti migratori più flessibili. Quando perdono il lavoro in Italia, se non riescono a trovarne un altro, dopo un po’, possono anche rientrare a casa, dove la vita costa meno. E poi, dopo qualche mese, sono di nuovo in Italia, alla ricerca di ulteriori opportunità». La crisi economica, in questo caso, avrebbe insomma solo l’effetto di aumentare il pendolarismo, tratto caratteristico di questi flussi migratori.

È calata la domanda
Se, dunque, il controesodo è un’immagine forzata, che non corrisponde alla realtà, è però fuori di dubbio che qualcosa sia cambiato. E che venire in Italia e cercare un impiego come badante è una prospettiva meno allettante, rispetto a qualche anno fa. «Il welfare domestico non è più settore attrattivo per gli stranieri», sottolinea Di Iorio. Per la prima volta, dagli inizi degli anni 2000, ai centri di ascolto delle Caritas si presentano bandati disoccupate: donne che, dopo la morte dell’anziano che assistevano, non sono più riuscite a trovare una nuova famiglia che avesse bisogno di loro. Difficilmente trovano un nuovo impiego persino coloro che nel frattempo si sono qualificate, frequentando i corsi in ambito sanitario e ottenendo i diplomi di Operatore socio sanitario (Oss) o Ausiliario socio assistenziale (Asa).
La ragione è semplice: è calata la domanda. A causa delle crisi, le datrici di lavoro, ovvero le donne italiane, si sono trovate costrette a rinunciare all’aiuto domestico per dedicarsi esse stesse alle persone anziane o disabili in famiglia. Inoltre su questo mercato, già ristretto per le minori disponibilità economiche delle famiglie, le badanti straniere hanno dovuto competere con le stesse disoccupate italiane: operaie e impiegate che, dopo avere perso il lavoro, si sono reinventate un mestiere in questo settore.
Nei primi mesi del 2013, rispetto allo scorso anno, a Milano si sono presentate ai centri di ascolto della Caritas il 4,5% in più di donne italiane disposte a qualsiasi lavoro, anche quello di assistenti sanitarie o colf, pur di far quadrare i bilanci familiari. Insomma le straniere hanno dovuto fare i conti con minore offerte e più concorrenza. La torta si è rimpicciolita e sono aumentati coloro che vogliono spartirsela.

Ma fuori dalle regole
Ma attenzione. La cose cambiano se si allarga lo sguardo oltre il mercato regolare. Nel mercato nero dei servizi di cura, infatti, la crisi non si è avvertita, anzi. Nell’Italia sferzata dalla crisi, il welfare domestico sommerso è andato rafforzandosi, ed è divenuto dilagante. Diminuendo la capacità di spesa delle famiglie italiane, è aumentata anche la tentazione di risparmiare un po’ di euro, non versando i contributi.
Secondo un’indagine condotta dall’Istituto per la ricerca sociale (Irs) in tre regioni italiane (Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna) il 26% delle badanti straniere non ha né il permesso di soggiorno né un contratto regolare, mentre il 36% è in regola con i permessi ma non ha un contratto. «Se prima le famiglie regolarizzavano almeno le badanti alle quali chiedevano di convivere con gli anziani, per ovvie ragioni di sicurezza e tutela, oggi anche le convivenze sono in nero», chiarisce Sergio Pasquinelli, responsabile di quel progetto di ricerca. Anche secondo il sindacato Acli Colf nel settore delle collaborazioni domestiche non c’è alcuna recessione: si continua ad assumere, ma fuori dalle regole.
A ben vedere, però, non poteva che andare così. In questo comparto il lavoro nero è sempre stato molto significativo. Anche perché una bandante in regola è sempre costata in media di più di un ricovero in una residenza per anziani. Anche grazie agli aiuti normalmente erogati da regioni e comuni a chi sceglieva la residenza, strutture spesso gestite da aziende private capaci di fare lobby e difendere i loro interessi.
Il boom delle assistenti sanitarie, invece, in mancanza di un verso sostegno pubblico, si è sempre retto su un tacito accordo: lavoro, retribuito quanto basta, ma niente contributi. La famiglia risparmiava, e la badante straniera otteneva il lavoro, rinunciando ai versamenti Inps, che forse non avrebbe mai potuto riscattare nel paese d’origine, dove intendeva tornare. L’anziano rimaneva a casa sua e i sensi di colpa dei figli venivano sopiti. La crisi ha solo consolidato questo sistema, esaltandone i vizi e deprimendone le virtù. Probabilmente le 100 mila badanti che mancano all’appello non ci hanno lasciato.
Vivono e lavorano ancora nelle nostre case. Soltanto che né loro né noi, per reciproca convenienza, lo andiamo a dire in giro. La fuga delle badanti c’è stata. Ma non verso i paesi di origine: dentro il lavoro nero.