Scarp Marzo
Vicenza Calcio, una squadra che non molla

I ragazzi del Vicenza Calcio stanno dimostrando come passione, bandiera, gioco di squadra ovunque e sempre, in campo e fuori siano ancora importanti.

di Stefano Ferrio

Questa è una storia di ultimi così ultimi da volare all’improvviso fra i primi. non grazie ai loro gol, ma a valori ormai sconosciuti nel mondo del calcio: sacrificio, solidarietà, spirito d’avventura. Per raccontarla, partiamo da due date. Nel 1993 il Pallone d’oro, premio assegnato annualmente al giocatore che più si è distinto militando in una squadra di un qualsiasi campionato del mondo, viene assegnato a Roberto Baggio, vicentino di Caldogno, riccioluto fantasista di centrocampo con licenza di incantare platee di ogni dove. Gennaio 2018, il Vicenza Calcio, società di Serie C dove Baggio esordiva nel giugno 1983, fallisce. Conclusione inevitabile per un club i cui calciatori non vedono un euro di stipendio dalla fine dell’estate, abbandonati a loro stessi, spesso fischiati, costretti a lavorare in un ambiente dove mancano i soldi perfino per muovere i pullmini.


Due palloni d’oro

Due eventi che sembrano “chiamarsi”, il Pallone d’oro a Baggio e il default finanziario del Vicenza. Dipende sicuramente dalla maglia biancorossa, che è stata la prima indossata da Baggio durante la sua luminosa carriera, ma anche da una certa idea di calcio. Inizia a farlo capire il Tribunale civile di Vicenza, decretando sì il fallimento della società, ma non ancora della squadra. Che, essendo riconosciuta alla pari di un ultracentenario bene della comunità che rappresenta dal 1902, viene affidata a un curatore fallimentare, nella persona del commercialista di Mestre, Nerio De Bortoli. A questo gentleman sessantacinquenne, che ama comparire in pubblico avvolto da eleganti vestiti di tweed scozzese, la mission di reperire entro giugno, tramite asta, una nuova proprietà del sodalizio, totalmente svincolata dalle beghe giudiziarie relative ai 18 milioni di debiti accumulati da quella precedente, sigillata dal giudice. Non appare un caso che da quel giorno, per l’esattezza il 18 gennaio scorso, tutto stia cambiando in modo vertiginoso. E che un calcio d’altri tempi abbia ripreso a far sventolare le bandiere dei tifosi, tornati, per il derby perso con il Padova, a riempire in 12 mila le gloriose gradinate dello stadio Menti. Derby perso che però non nega alla squadra prospettive di salvezza, se non di play off promozione…
Tutto perché questo dottor De Bortoli è l’esatto contrario del curatore, grigio e silente, tramandato da letteratura e cronache. Solare ed entusiasta, nonché acceso da un ottimismo contagioso, il commercialista si blinda giorno e notte nella sede sociale, attiva una sottoscrizione popolare giunta a superare quota 40mila euro in un amen, va in curva con gli ultras nella vittoriosa trasferta di Teramo, convince quasi tutti i giocatori – liberi di cambiare casacca dopo il fallimento – a restare fino a fine stagione, pagandoli come e quando può. E, non da ultimo, intesse un mare di relazioni al fine di trovare una nuova proprietà. Quanto a Baggio, secondo il suo stile, segue da lontano, molto appartato e poco coinvolto, le traversie del club in cui esordì da pulcino. Anzi, nei pressi della squadra della sua città, l’ex trequartista di Fiorentina e Juventus latita, a differenza dell’altro Pallone d’oro biancorosso, il Paolo Rossi dei Mondiali di Spagna, incrociato in tribuna al Menti. Ma, ciò nonostante, è a lui, al divin “Codino”, come viene soprannominato, che torna in modo ricorrente una certa memoria del calcio provinciale più avventuroso e ruspante, evocata dalle vicissitudini del Vicenza. Semplicemente perché veniva al mondo, il Baggio delle punizioni avvelenate e dei portieri “seduti” con una finta d’anca, nella stessa coltura contadina dei palloni da non colpire di testa dove c’era la valvola, delle osterie pavesate di biancorosso, dei gol appena intravisti alla Domenica Sportiva, delle partite lunghe interi giorni nella polvere di un oratorio. Un “mondo” destinato, con i suoi “numeri” da Pallone d’oro, a scomparire per sempre. Forse inconsapevole di tutto ciò, il tribunale ha sentenziato qualcosa che va in meraviglioso controcorrente rispetto al calcio-business dei nostri giorni: mediaticamente incontenibile, condizionato da affari che generano battaglie giudiziarie come quelle sui diritti tv, assunto come valore politico condiviso da tutte le potenze mondiali, Usa e Cina comprese. Il mondo del pallone del XXI secolo, tristemente messo a nudo in libri da leggere come I veri padroni del calcio, di Marco Bellinazzo, edito da Feltrinelli, raccontano un sistema che nulla c’entra con la romantica immagine della Vicenza biancorossa alla fine riscattata dai suoi giocatori, convinti da una specie di buon papà come il dottor De Bortoli, a sfidare le avversità del destino. Saremo pagati? Quando, e da chi? Sono domande che continuano a frullare per le loro teste, ma in qualche modo sottomesse ad altre priorità, i cui nomi sono passione, tifosi, bandiera e , soprattutto, gioco di squadra ovunque e sempre, in campo e fuori. Spetta a loro, a questi ultimi diventati primi, ricordare che Vicenza è Provincia del Calcio, dove nascevano riccioluti Palloni d’oro all’ombra dei campanili.

 
 

 

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