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Reddito di cittadinanza: tra luci e ombre

Dopo un anno di sperimentazione, il Reddito di cittadinanza continua a non convincere chi opera a stretto contatto con la fascia di popolazione a cui questa misura è dedicata. «L’Rdc è stato il più grande investimento di risorse contro la povertà finora introdotto in Italia – dice il professor Gori che, per Caritas, lo ha monitorato –. Cancellarlo vorrebbe dire deligittimare anni di lotta alla povertà». Servono però dei correttivi per le storture che non permettono ai più poveri di accedere alla misura, che non permettono il risparmio dei soldi stanziati e che non incentivano le persone a cercarsi un lavoro.

di Francesco Chiavarini

«Il mio primo acquisto? Appena ho ritirato la tessera magnetica all’ufficio postale, sono corso al supermercato e mi sono comprato una fettina di vitello. Non mi succedeva da anni di entrare in un negozio, fare la spesa e pagare con una carta di credito o qualcosa di simile e devo dire che è stato come intravvedere una luce in fondo al tunnel», racconta C.B., 57 anni, uno dei 2 milioni e 300 mila cittadini italiani che hanno potuto beneficiare del Reddito di cittadinanza. Ex titolare di un bar, dopo essere finito a dormire nelle stazioni di Milano e provincia, poco prima che arrivassero anche i soldi dello Stato, ha rimediato una stanza in una parrocchia dove ha un fornello a gas con il quale può finalmente cucinare quello che vuole, senza dover per forza andare alla mensa dei poveri. «È una situazione provvisoria – precisa scaramantico – ma è sempre meglio della strada». C.B. ha ricevuto l’assegno perché pur non avendo una dimora ha potuto indicare un domicilio grazie al Sam, il Servizio di accoglienza milanese della Caritas Ambrosiana che da anni, per conto del Comune, registra gli homeless. Non tutti i senza tetto in Italia hanno avuto la sua stessa fortuna. Su 8 mila Comuni, solo 200 concedono a chi vive per strada la residenza anagrafica presso un’associazione o gli stessi uffici municipali. Essere presenti in quell’elenco permette di fare domanda per una casa popolare, prenotare un visita medica e ora anche chiedere all’Inps il sostegno economico. Così per effetto di questa falla del sistema burocratico, ad essere tagliati fuori dallo strumento che doveva, nel- le intenzioni dei suoi ideatori cancellare la povertà, sono stati proprio i più poveri.


A Roma sistema inceppato

È successo in molti Comuni di provincia ancora inadempienti verso un obbligo di legge previsto sin dal 1954. Ma anche nella capitale. «Da quando la sindaco Virginia Raggi, nel 2017, ha deciso di avocare ai Municipi l’attribuzione delle residenze, per fare piazza pulita di alcune associazioni che in effetti avevano commesso degli abusi, la macchina si è inceppata. Gli assistenti sociali non riescono a rispondere a tutte le domande. E siccome senza un domicilio, non di può ricevere il Reddito, ci troviamo in una situazione paradossale: c’è chi ha bisogno di tutto e non riceve nulla», osserva Alberto Farneti, membro del consiglio direttivo della fio.PSD (la Federazione degli organismi per le persone senza dimora). In effetti, di paradossi, ne saltano fuori parecchi rileggendo alla luce dei fatti la storia del primo anno di vita di questo provvedimento. E spesso non c’entrano le tare che ci portia- mo appresso dal passato, ma alcune clamorose sviste commesse da chi ha concepito la norma. Per esempio, una delle contraddizioni più gravi, riguarda le famiglie numerose. «A causa del meccanismo di calcolo degli importi, i single ricevono un contributo di gran lunga superiore alla soglia di povertà, mentre chi ha più di tre figli è penalizzato», spiega Nunzia De Capite di Caritas Italiana. Un errore che ha conseguenze pesanti sulla vita delle persone. C.M., 64 anni, di Arluno in provincia di Milano, ha fatto richiesta in Comune lo scorso aprile. Il primo assegno è arrivato, un mese dopo: 500 euro. La cifra massima, non avendo diritto anche al contributo per l’affitto poiché vive in una casa in paese che gli ha concesso gratuitamente un caro conoscente. «È manna caduta dal cielo, finalmente mi sono liberato dall’umiliazione di dovere dipendere da mia figlia che si sta per sposare e ha bisogno di soldi». A pochi chilometri di distanza, nel Comune di Vignate, S.M., origini tunisine, invece, è un po’ meno felice (si fa per dire). Alla sua famiglia sono toccati 822 euro che devono dividersi in cinque. Lui, 50 anni ex marmista, che fatica a parlare e muoversi e quindi non può più lavorare. La moglie che fa le pulizie nelle case delle signore del paese quando non lo deve curare. E i tre figli di 15, 13 e 10 anni che vanno a scuola. «Non ci bastano e continuiamo ogni settimana ad andare in parrocchia per ritirare il pacco viveri. Meno male che prima di ammalarmi sono riuscito a pagare l’ultima rata del mutuo ed ora non dobbiamo preoccuparci anche della casa».


Troppo poveri per il Reddito

Ma forse il cortocircuito più grave, il Reddito di cittadinanza lo ha provocato proprio sugli immigrati. E.L, nigeriana, in Italia da 24 anni, vive a Caravaggio, con due bambini a carico. Per i servizi sociali del Comune è una persona indigente che ha bisogno di aiuto. Nonostante ciò, non ha potuto beneficiare dell’assistenza statale. La sua colpa? Guadagnare troppo poco. Avendo lavorato solo per brevi periodi lo scorso anno, E.L. è riuscita a dichiarare un reddito annuo di 1.400 euro, una cifra ben al di sotto dell’assegno sociale necessario per ottenere il permesso di soggiorno per lungo periodo, condizione senza la quale non si può godere dell’assistenza. Così la sua domanda è stata respinta dall’Inps. «Si tratta di un’evidente contraddizione. È come se lo Stato dichiarasse di voler aiutare i poveri ma al tempo stesso pretendesse che non lo fossero troppo», commenta Alberto Guariso di Avvocati per Niente che ha presentato ricorso al Tribunale di Bergamo, territorialmente competente. Il quale dovrà decidere se archiviare o rimettersi al giudizio della Corte Costituzionale. Cosa che probabilmente farà visto che lo stesso Tribunale ha chiesto l’intervento della Consulta per un caso analogo. Guariso, con l’Associazione Avvocati per Niente, non è nuovo a battaglie di questo tipo e spesso ne è uscito vincitore. Se i giudici costituzionali gli daranno ragione, la norma sarà dichiarata incostituzionale e il permesso di soggiorno per lungo periodo non potrà più essere richiesto come requisito per l’ottenimento del Reddito di cittadinanza. Il provvedimento, scritto male dal legislatore, sarebbe corretto dalla magistratura, come accaduto altre volte. Ma si risolverebbe solo un aspetto. A giudicare dalla serie di incongruenze, disparità ingiustificate di trattamento, vere e proprie discriminazioni, verrebbe piuttosto da chiedersi se non sia meglio rifare tutto daccapo. Cristiano Gori, professore di politiche sociali a Trento e incaricato da Caritas di monitorare la misura mette in guardia: «Attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca: il Reddito di cittadinanza è stato il più grande investimento di risorse contro la povertà fino ad oggi introdotto in Italia. Cancellarlo vorrebbe dire delegittimare anni di lotta. Certo ci sono alcuni evidenti nodi irrisolti. Vanno sciolti, uno ad uno con interventi chirurgici, aiutando così chi davvero ha più bisogno».

 
 

 

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