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L’Italia produce un esercito di clandestini

Sempre più richiedenti asilo stanno ricevendo il rigetto della loro domanda di protezione sia dalle commissioni sia dai tribunali in cui hanno presentato ricorso. Per questo, molte persone che hanno realizzato percorsi di integrazione si ritrovano a vivere in clandestinità.

di Enrico Panero

«L’Italia sta creando un esercito di clandestini che potrebbero non esserlo». Non hanno dubbi gli operatori che a Torino hanno dato vita alla rete SenzaAsilo, un movimento “dal basso” di denuncia e proposta sul problema dell’asilo e sulla deficitaria gestione del fenomeno migratorio. SenzaAsilo nasce dalla questione dei cosiddetti “doppi diniegati”, cioè richiedenti asilo che hanno ricevuto il rigetto della loro domanda di protezione sia dalle commissioni territoriali sia dai tribunali a cui hanno presentato ricorso. Molte di queste persone hanno realizzato percorsi di reale integrazione sociale e occupazionale, perpoi ritrovarsi di fatto in clandestinità. «Tutto il procedimento fa sì che le persone restino nei centri di accoglienza uno-due anni, periodo in cui se si è fatto un buon percorso ci sono possibilità concrete di autonomia attraverso un contratto di lavoro», spiega Luca Bruno, operatore torinese di SenzaAsilo che, tra le varie iniziative, recentemente ha presentato alla prefettura di Torino i casi di 47 persone con doppio diniego e concrete possibilità lavorative. «Le storie sono emotivamente molto forti, legate a delle alchimie tra lavoratore e datore di lavoro – racconta Luca –. È davvero frustrante spiegare loro che non si può fare, che è finita. A parte lo spreco di soldi e risorse, non ha senso che una persona che non darebbe più alcun problema di impatto sociale sia messa in una condizione problematica perché in clandestinità». SenzaAsilo nasce dunque per creare forme di pressione «sia come operatori che affrontano queste contraddizioni sia come cittadini indignati verso una normativa che crea clandestinità e non riconosce i percorsi di integrazione». In poche settimane la campagna avviata a Torino si sta diffondendo sul territorio nazionale e sta collaborando con altre iniziative per i diritti dei migranti.


La casualità dell’asilo

In Italia il percorso dei richiedenti protezione dipende dalla casualità: c’è differenza tra finire nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), con percorsi più strutturati, o nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), che però accolgono ormai tre quarti delle persone; nell’ambito dei Cas esistono poi strutture dignitose e altre meno. Casualità che si ripercuote anche a livello giuridico per la grande discrezionalità delle commissioni e dei giudici. «C’è un’applicazione troppo rigida dei criteri – spiega Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi)–. La protezione umanitaria andrebbe elaborata maggiormente. Poi dovrebbe essere istituita una formula di regolarizzazione basata su elementi di integrazione da inserire stabilmente nel sistema giuridico». Basterebbe guardare alla Svezia: se un richiedente asilo durante la richiesta ottiene un lavoro con garanzie di stabilità esce dal sistema dell’asilo ed entra nell’altro sistema. La società però sta reagendo, segnala Trucco: «Artigiani e piccoli imprenditori che vogliono assumere, sindaci che vogliono andare davanti ai tribunali con la fascia tricolore, firme di intere comunità contro le espulsioni. Sale la richiesta di fare rete per dare forza a questa protesta civile».


Diritti sempre più a rischio

Nel 2016 sono state presentate in Italia 123.482 richieste d’asilo, quasi raddoppiate in due anni. I dinieghi sono stati il 61% delle 90.513 esaminate, ma in valori assoluti il numero di dinieghi è quasi quadruplicato tra il 2014 (14.217) e il 2016 (55.425). Essendo chiusa ogni possibilità di ingresso regolare in Italia il canale della protezione resta l’unico percorribile. Di fronte a un sistema intasato da tante domande di protezione il governo è intervenuto in febbraio con due provvedimenti molto criticati. Prima l’accordo con la Libia per tentare di limitare gli arrivi, poi un decreto che elimina il grado di appello per chi ha ricevuto il diniego alla domanda di protezione. «Un decreto orrendo – osserva Trucco – che peggiora ulteriormente la situazione e aumenterà la confusione. Si vuole dare un’immagine di rigore abbattendo i diritti delle persone. Secondo una recente sentenza del tribunale di Milano su una richiesta di protezione “un diritto universale per sua natura non è a numero chiuso”: o abbandoniamo la strada dei diritti fondamentali oppure li garantiamo, purtroppo le ultime indicazioni sembrano confermare la prima ipotesi».


info www.senzaasilo.org

 
 

 

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