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In Italia sono triplicati i bambini poveri.

Le condizioni di partenza della famiglia di origine predeterminano anche i percorsi successivi, e questo certamente accade in Italia, dove la probabilità che un ragazzo si laurei è più alta per chi ha almeno un genitore laureato, rispetto a chi non ne ha.

di Marta Zanella

Un bambino ogni otto in Italia, oggi, è povero. Sono un milione e 260 mila i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di povertà assoluta, un numero triplicato dall’anno della crisi economica, passando dai 375 mila del 2008 (erano il 3,7% del totale), al 12,5% del 2018. È la realtà fotografata dal decimo Atlante dell’Infanzia a rischio, il rapporto di Save the Children che esamina la condizione dei minori negli ultimi dieci anni nel nostro Paese sulla base di dati Istat, e che ne sottolinea anche le differenze territoriali: se in Emilia Romagna e Liguria un bam- bino su 10 vive in famiglia con un livello di spesa molto inferiore alla media nazionale, nel Sud è una condizione che tocca a un bambino su tre. Ma la povertà minorile è un fenomeno complesso, che non si limita all’avere pochi soldi. «La povertà, in particolare quella minorile, è sempre multidimensionale – ci spiega Luca Pesenti – docente di sociologia all’Università Cattolica di Milano ed esperto di povertà e welfare –. C’è una povertà economica alla base, a cui si sommano altre carenze che aggravano la situazione. Le due più rilevanti sono quelle che chiamiamo povertà sanitaria e povertà educativa».


Povertà non solo economica

Sono circa 500 mila i bambini sotto i 15 anni che vivono in famiglie dove non si consuma abbastanza carne e pesce, e altrettanti dove a tavola non ci sono sufficienti frutta e verdura. Una mancanza di beni essenziali che si capisce anche leggendo dei 453 mila bambini che nel 2018 hanno mangiato grazie ai pacchi alimentari. Negli anni della crisi le famiglie con bambini hanno progressivamente ridotto la qualità e la quantità della spesa alimentare, e questo incide sulla salute. È anche per questo che si aggiunge il tema della povertà sanitaria: i bambini che appartengono a famiglie meno abbienti e meno istruite soffrono di tassi più elevati di obesità e nella vita possono andare incontro più facilmente a carie, diabete, malattie cardiovascolari. In Italia è sovrappeso un ragazzino su 4 (con grandi differenze geografiche, che vanno dal 14,2% del Trentino Alto Adige al 35,2% della Campania). Sono famiglie che, tra l’altro, spendono meno della media per i farmaci, che non accedono alle visite specialistiche fin quando non è proprio necessario, perché anche il ticket incide sul budget mensile, che rinunciano al dentista perché gli apparecchi costano troppo. In questo contesto, il fatto che lo Stato negli ultimi anni abbia diminuito la spesa per le scuole peggiora, le cose. Secondo l’Ocse, l’Italia spende per istruzione e università il 3,6% del Pil, un punto percentuale in meno del 2009, e a fronte di una media degli altri Paesi del 5%. Tra i servizi che pagano questa mancanza di risorse ci sono anche le mense scolastiche, che sarebbero uno strumento straordinario di promozione di un’alimentazione sana e di lotta all’obesità e alla malnutrizione. Eppure siamo lontani dal garantire a tutti l’accesso a questo servizio. «I sistemi di welfare sono quelli che dovrebbero consentire una mobilità sociale. Ma in Italia questa mobilità è bloccata da molto tempo – analizza Pesenti –. In un contesto dove il welfare è molto debole, il compito delle scuole di livellare le disuguaglianze non è sempre funzionante». Il mancato accesso a servizi importanti, d’altronde, parte da piccolissimi. Secondo un’indagine dell’Istituto Demopolis realizzata per Fondazione Con i Bambini, proprio sul tema della povertà educativa minorile, lo scorso anno meno di un quinto dei bambini ha frequentato l’asilo nido: «un servizio di primaria importanza per la compensazione delle disuguaglianze anagrafiche resta oggi un’esperienza minoritaria per i bambini italiani». Ma non solo. «La deprivazione sperimentata fin dalla tenera età può dispiegare i suoi effetti lungo tutto il corso della vita, producendo danni sulle condizioni di salute, sul percorso scolastico, sulla possibilità stessa di immaginare il futuro e di nutrire aspirazioni, sull’accesso al mercato del lavoro», rincara Save the Children.


Ascensore sociale bloccato

Ascensore sociale bloccato «Tutti gli studi di settore segnalano come le condizioni di partenza della famiglia di origine predeterminino i percorsi successivi, e questo certamente accade in Italia, dove la probabilità che un ragazzo si laurei è più alta per chi ha almeno un genitore laureato, rispetto a chi non ne ha – ci spiega Pesenti –. Di fatto, la povertà educativa è molto spesso il risultato di una povertà familiare che riversa sui minori una carenza di opportunità per il loro futuro». I dati mostrano che povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda, perché la carenza di mezzi culturali e reti sociali riduce anche le opportunità occupazionali e economiche; dall’altra parte, le ristrettezze economiche limitano l’accesso a opportunità culturali e formative per i bambini e ragazzi che vengono da famiglie svantaggiate. La ricerca di Save the Children ci dice che quasi la metà dei ragazzi non legge neanche un libro oltre ai testi scolastici, e che quella alla lettura è un’abitudine che si acquisisce se si vedono i genitori leggere. Che sette ragazzi su dieci nel tempo libero praticano meno di 4 attività culturali l’anno, considerando cinema, teatro, mostre, musei, concerti, visite a monumenti o eventi sportivi. E che persino lo sport, generalmente considerato importante anche dalle famiglie con meno risorse, è una possibilità solo per due ragazzi su tre. Così succede che ragazzi con meno risorse abbiano meno gratificazioni personali e più difficoltà nel percorso scolastico, tanto da indurne l’abbandono della scuola. Oggi il tasso di abbandono scolastico prima di aver conseguito un titolo superiore o almeno professionale è del 14,5%, ancora lontano dall’obiettivo del 10% massimo che l’Unione Europea si era prefissa per il 2020.


Crescono le differenze

«Il problema più serio è che è aumentata la distanza tra ricchi e poveri: chi ha, accede a molte opportunità, e chi non ha i soldi non riesce ad accedere a servizi fondamentali – continua Pesenti –. I sociologi lo chiamano “effetto Matteo”, rifacendosi al versetto del vangelo di Matteo che riporta “A chiunque ha sarà dato in abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. E questo diventa più grave nelle famiglie con più figli: dove ci sono più figli, c’è più povertà». Che fare, dunque? «Di casi funzionanti da cui prendere esempio purtroppo ce ne sono pochi – ragiona ancora il sociologo – però pensare che la povertà sia solo un problema di soldi può portare alla tentazione di intervenire solo dando un aiuto economico, senza prevedere altri accompagnamenti precisi (un po’ come prevede in Reddito di cittadinanza), ma questo è il modo migliore per fallire». Quello che serve, invece, è «un mix di meno soldi e più servizi. Cioè una presa in carico della famiglia da parte del sistema – per sistema intendo il pubblico e il privato attivo sul territorio che lavorano insieme in rete –che sia capace di intervenire su tutte le dimensioni della povertà che abbiamo visto». Certo, l’aiuto economico può essere utile per un intervento emergenziale ma non deve essere una grossa cifra e solo per un breve periodo. «Quello che serve davvero – conclude Pesenti – è sostenere con azioni che aiutino a trovare un lavoro, supportare l’eventuale problema sanitario, accompagnare con i servizi insomma. Quei servizi di sostegno alla persona che con il Reddito di cittadinanza, purtroppo, non sono ancora partiti».

 
 

 

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