Scarp Marzo
Il welfare della terra

Coltivare, prendersi cura della terra per curare se stessi. È questo il concetto di welfare che promuove l’agricoltura sociale, una ricetta tanto semplice quanto geniale: attraverso iniziative promosse da aziende agricole, così come da cooperative sociali, si favorisce il reinserimento di soggetti “svantaggiati” e allo stesso tempo si producono beni in maniera sostenibile. Il viaggio di Scarp de’ tenis nella “terra che cura”.

di di Alberto Rizzardi

Lo scrittore, poeta e alpinista Mauro Corona, dall’alto del suo eremo montanaro di Erto, paesino di 400 anime vicino a Longarone, lo va ripetendo da anni: «Il nostro futuro è nella terra perché a ogni cosa si può rinunciare tranne che a soddisfare la fame. L’idiozia è restare vittime della dittatura del superfluo». Insomma, una zappa ci salverà e torneremo a coltivare la terra con i calli sulle mani: «Una zappa per tutti e impareremo presto a essere imprenditori della terra, cioè di noi stessi, e capiremo che è una cosa bellissima». Qualcuno, limitandosi al suo aspetto a metà tra un navigatore solitario e un fricchettone anni Settanta, lo ha bollato come visionario e fuori dal mondo. E se, invece, Mauro Corona avesse sempre avuto ragione? Negli ultimi anni in Italia, dati alla mano, c’è stato un effettivo ritorno alla terra di giovani e meno giovani. Tra le motivazioni, la crisi economica e le difficoltà del mercato lavorativo, che hanno indotto molti a cambiare professione e a cercar fortuna in modi alternativi. Non senza mille difficoltà, in primis economiche. Ma c’è anche dell’altro. In Italia negli ultimi anni è cresciuta sensibilmente anche la cosiddetta agricoltura sociale, ovvero, da definizione, l’insieme delle varie pratiche messe in campo a beneficio di soggetti a bassa contrattualità (come persone con disabilità fisica e psichica, detenuti o alle prese con dipendenze) o indirizzate a fasce della popolazione, come bambini e anziani, per cui risulta carente l’offerta di servizi. In buona sostanza: si usano l’agricoltura e la zootecnia come occasioni di promozione concreta di azioni terapeutiche, educativo-ricreative, di inclusione sociale e lavorativa in risposta a problematiche ed esigenze locali. Diverse le declinazioni che ha assunto in Italia già dalla fine degli anni Settanta l’agricoltura sociale: si va dall’inserimento lavorativo di persone con difficoltà temporanee o permanenti in aziende o cooperative sociali agricole ad attività di co-terapia, in collaborazione con i servizi socio sanitari locali; da progetti di formazione (soprattutto con la formula della borsa lavoro), punto di partenza per futuri inserimenti lavorativi, alla realizzazione di servizi per la popolazione (agri-nidi e orti sociali, ma anche assistenza, fornitura di pasti e attività per il tempo libero). In tutti i casi, una delle caratteristiche principali che accomuna questi progetti di agricoltura sociale è la compartecipazione di più soggetti attivi (imprese, cooperative sociali, Asl, Comuni e terzo settore), suggellata spesso da accordi, protocolli d’intesa o piani di zona.Due i vantaggi principali: si riesce a rispondere con puntualità ed efficacia a esigenze specifiche, unendo competenze e professionalità diverse, e lo si fa a costi molto più bassi rispetto ai normali servizi socio sanitari. E con risultati davvero sorprendenti. Qualche numero: l’Italia, fanalino di coda in molte classifiche europee, sul fronte dell’agricoltura sociale è, di contro, ai primi posti con più di mille progetti attivi, anche se una quantificazione esatta e soprattutto aggiornata è difficile. Secondo un’indagine di Euricse condotta nel 2012 per Inea, l’istituto nazionale di economia agraria, nel nostro Paese sono 389 le cooperative agricole di tipo B, cioè quelle che prevedono tra i soci lavoratori persone a bassa contrattualità o con problematiche di diverso tipo; circa 4 mila i lavoratori impiegati.

Lombardia all’avanguardia
In Lombardia nel 2012 c’erano 70 realtà di agricoltura sociale (di cui 44 imprese agricole e 22 cooperative sociali), in Sicilia 77, in Lazio e Piemonte più di una trentina. Ma da allora sono passati quasi tre anni e i numeri sono verosimilmente cambiati, ritoccati verso l’alto sia in termini numerici che di qualità dei servizi offerti, come confermano molti operatori. Un contributo importante all’ulteriore crescita in di Stefania Marino Percorri il viale dove una volta si entrava nell’ex manicomio civile Santa Maria Maddalena ad Aversa e pensi che lì il tempo si è fermato. Le pareti scrostate degli edifici, assaliti oramai dalla vegetazione, la ruggine delle cancellate, il silenzio e l’abbandono. Sono i segni di un passato che non c’è più. Èfinito il tempo della malattia mentale imprigionata dietro le grate. Sembra che non ci sia più vita oltre quel cancello. Continuiamo a seguire la strada costeggiata da stabili oramai vuoti e disabilitati dove chissà quanta sofferenza umana ha albergato per anni ed anni. Dopo questa cartolina grigia, si apre un mondo nuovo, innovativo, gioioso, positivo, produttivo. Si chiama Fuori di Zucca ed è una fattoria sociale nata e sviluppatasi proprio rivitalizzando un vecchio fabbricato dell’area manicomiale. In Campania sono 8 le fattorie sociali censite. Questa realtà, nel casertano, nasce nel 2006 grazie alla Cooperativa Un fiore per la vita. Pasquale Gaudino, uno dei soci della cooperativa ci racconta i giorni dell’incipit. Quando si trovarono lì con i funzionari dell’Asl di Caserta, davanti a muri seppelliti dalle sterpaglie. La loro richiesta di fare di quel luogo una fattoria rivolta al recupero e all’inserimento di persone in difficoltà e forse dall’altro lato la naturale diffidenza Italia dell’agricoltura sociale potrebbe essere rappresentato dalla Legge in materia, approvata dalla Camera lo scorso luglio e (ancora) al vaglio del Senato. Si spera possa diventare realtà entro la prossima primavera. Cosa prevede? Fondamentalmente dà una definizione di agricoltura sociale, istituisce un osservatorio per la promozione e il monitoraggio delle varie attività sul territorio e, pur non prevedendo incentivi finanziari, individua una serie di interventi di sostegno per le imprese riconosciute, iscritte in un elenco ufficiale costituito a livello regionale. Positivo il giudizio del Forum agricoltura sociale e di Aiab, l’associazione italiana per l’agricoltura biologica, che da anni si battono per avere un quadro normativo di riferimento per il settore. Certo, il testo è migliorabile; ma sarebbe un primo passaggio per mettere a sistema le tante esperienze virtuose nate finora in Italia, mappando e monitorando il settore. Per fare di più e meglio.