Scarp Marzo
Il teatro che salva

Nonostante il calo di entrate al botteghino, il teatro continua ad essere uno dei protagonisti della scena culturale del nostro Paese, per la sua capacità di mettere al centro della scena le persone con i loro drammi e le loro peculiarità. In teatro non esistono filtri o effetti speciali: corpo, voce, espressione arrivano direttamente al pubblico e connette le persone. Una capacità, quest’ultima, utilizzata in diversi ambiti educativi e ribilitativi. Esistono teatri nati in carcere, in comunità protette, in centri antiviolenza, ma anche in quartieri disagiati se non direttamente in strada. Tutte esperienze pensate e realizzate con un unico obiettivo: dare occasione di visibilità e riscatto a persone in difficoltà o ai margini della società. Con risultati eccezionali. Viaggio di Scarp nei teatri ai margini per raccontare storie di rinascita.

di Marta Zanella

Il teatro è una delle modalità espressive preferite dall’uomo. Evolve e cambia, ma non passa mai di moda. Anche oggi il teatro affascina perché mette al centro la persona: il suo corpo, la sua voce, le emozioni. Perché mette di fronte le persone. Le riconnette fisicamente. Esistono in Italia moltissime esperienze che possono essere chiamate iniziative di teatro sociale. Realtà che vanno dagli spettacoli realizzati da persone con disabilità psichica o fisica, a gruppi di giovani che vivono in periferie disagiate, dalle performance multiculturali dove recitano insieme italiani e migranti fino alle espressioni delle donne vittime di violenza. Il filone più strutturato è forse quello del teatro in carcere, per cui esiste da qualche anno anche un Coordinamento nazionale che riunisce esperienze in 15 diverse regioni d’Italia con oltre 50 “palcoscenici rinchiusi”. C’è un interesse anche da parte di chi studia questo fenomeno, se anche le università stanno inaugurando Master in teatro sociale e di comunità: lo fa la Sapienza di Roma, lo fa l’Università di Torino e anche la Cattolica di Brescia. Una costellazione di esperienze che raccontano la voglia di mettersi in gioco, fisicamente, insieme ad altri. Anche quando gli altri sono diversi, anche se sono sconosciuti.


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Quando si accende un riflettore sul palco, a volte si vede luccicare la polvere nell’aria. La polvere ha coperto anche la vita degli anziani attori di Liberamente, progetto teatrale creato a Torino da Barbara Altissimo, regista e coreografa, anche se questa definizione non rende la complessità della sua formazione. Ha studiato fin da bambina danza classica, poi contemporanea e infine si è diplomata in musical a New York. «Poi affinato la parte terapeutica, metto insieme la bioenergetica, il pilates e tutto ciò che permette di raggiungere, attraverso il proprio corpo, gli spazi più emotivi». Nel 1998 fonda Liberamenteunico, un centro di formazione di teatrodanza, movimento e tecniche corporee. La sua prima svolta di significato, come la chiama lei, arriva nel 2011, quando Valter Malosti, direttore della Scuola del Teatro Stabile di Torino, le propone di fare un lavoro con gli ospiti del Cottolengo: l’istituto di carità torinese fondato all’inizio dell’800 che storicamente ha accolto disabili gravi, ma anche portatori di malattie che allora spaventavano, come epilettici, sordomuti o disabili psichici. La maggior parte proveniva da famiglie povere che non avevano gli strumenti per gestire un figlio con questi problemi, e preferivano affidarlo alla misericordia delle suore.


Problemi oggi curabili

«Molti sono entrati qui da ragazzi per malattie che oggi sono gestibilissime, e non sono più usciti. Tra i miei attori c’è Renato, per esempio, che a 7 anni rimase orfano di padre. Alla madre, troppo povera, tolsero i figli e li mandarono in orfanotrofio. I suoi fratelli sono riusciti a uscirne e farsi una vita, da grandi, mentre lui è rimasto intrappolato». L’esperimento è iniziato con la collaborazione dell’associazione Outsider Onlus – che opera all’interno del Cottolengo – e ha coinvolto una quindicina di partecipanti con handicap fisici e mentali di diversa entità. «Con loro abbiamo fatto un lungo percorso di formazione, accompagnamento e poi produzione teatrale. L’obiettivo era dare un’occasione di visibilità, la possibilità di mettersi al centro della scena – racconta Barbara –. Gli spettacoli ruotano intorno al concetto di polvere: la polvere depositata sulla vita che non hanno potuto avere, gli studi che non hanno potuto fare, la famiglia che non hanno potuto costruirsi». Del gruppo iniziale sono rimasti in quattro, dai 60 agli 80 anni. «Abbiamo vissuto tante cose insieme: morti, matrimoni, ormai sono la mia famiglia. Sono persone straordinarie, che hanno la capacità di accettare ciò che accade loro, una cosa che ho cercato di imparare con corsi e meditazione, e loro me l’hanno mostrato così bene. Hanno messo in scena i loro racconti e i loro drammi, senza mai mostrare dolore». Drammi come la vita di Remo, che a 19 anni ebbe il suo primo attacco epilettico. «Aveva una fidanzata e stava per sposarsi, ma quella malattia gli cambiò tutto. Allora si credeva che gli epilettici fossero posseduti, e la madre lo portò al Cottolengo. Lui racconta che la prima notte fu terribile, chiamò la mamma chiedendo di tornare a prenderlo, ma lei non tornò mai. Suo fratello gemello, nel frattempo, sposò la sua Renata e si prese la sua vita. Quando restò vedovo, qualche anno fa, gli chiese di tornare a casa con lui, ma Remo rifiutò». O Vito, nato senza arti per colpa del talidomide, un farmaco contro la nausea che veniva dato alle donne in gravidanza negli anni ‘50 e che produsse una generazione di bambini con gravi malformazioni. Recentemente hanno messo in scena Il giardino dei ciliegi. Ora invece stanno preparando uno spettacolo sulla Shoah, «perchè insieme agli ebrei furono perseguitati i disabili, e con loro tutti quelli considerati non perfetti».


Un teatro della diversità

Il tema della diversità è proprio quello che ha dato la seconda svolta a Liberamente. Il Cottolengo ha sede nel quartiere di Porta Palazzo, che è il quartiere più multietnico di Torino, con ricchezze e difficoltà annesse. «Da lì è nata l’idea di provare a mettere in un unico gruppo di teatro tutte le diversità possibili». Agli incontri hanno partecipato una quarantina di ragazzi tra i 14 e i 28 anni, oggi – che il gruppo è definito e sta preparando uno spettacolo – sono in quindici. «Abbiamo fatto un po’ di teatro e di danza, canto, esercizi, sono venuti cantanti e attori a tenere le lezioni. Si è creata una microsocietà con tutte le diversità possibili. Abbiamo avuto dei risultati di comunicazione straordinari». C’è una ragazzina down dall’esuberanza esplosiva che si è innamorata di un ragazzo autistico. «Lui, che all’inizio non diceva una parola, ora cammina con le spalle aperte e ho persino sentito la sua voce» – racconta Barbara. C’è Gorette, vent’anni, studentessa all’ultimo anno dell’istituto turistico. Tra lo studio per la maturità e un futuro ancora da scegliere, tra il desiderio di fare l’estetista e quello di studiare lingue, da un anno frequenta il gruppo di teatro. Ci sono giovani che arrivano dalla Colombia, dal Marocco, una nigeriana che ha alle spalle una storia di tratta, ragazzini con un disagio psichico, due cinesi «e ovviamente anche qualche italiano – sorride Barbara –. Giovani che faticano a comunicare. C’è una ragazza che viene da due anni e la prima volta che ha parlato è scoppiata a piangere. La vera magia è questa, la capacità di esaltare e valorizzare le differenze».

 
 

 

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