Scarp Marzo
Homeless: “Prima la casa”. Anche in Italia

Housing first: prime esperienze, da nord a sud. Si costituisce il Network nazionale: saranno coinvolte più di 40 città

Il presidente Fio.psd: via italiana all’Housing first? «Puro non so. Certo profetico»

Sì all’Housing first. Ma contestualizzato nel panorama italiano. Prevedendo forme di accompagnamento sociale prima dell’assegnazione dell’alloggio. E ripensando dal basso il modello d’intervento sociale. È il pensiero di Stefano Galliani, presidente della Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (Fio.psd), organismo promotore del Network Housing first Italia.

Presidente, che opinione hanno gli italiani delle persone senza dimora?
Registro un interesse sempre maggiore riguardo alla condizione degli homeless, favorito dalla situazione di crisi, che porta ogni persona a sentirsi molto più a rischio di prima. Ma la sensibilità generale è ancora legata allo stereotipo del clochard, mentre la realtà è molto più complessa e variegata. Anche perché, in Europa e in Italia, manca una ricerca che analizzi l’intera scala del disagio abitativo. Ci sono dati poveri, che esprimono solo in modo superficiale la reale complessità di condizioni e bisogni. Il Parlamento europeo sollecita la Commissione, che però non ritiene di dover essere soggetto promotore di una strategia europea comune sull’homelessness e il disagio abitativo, e sollecita a sua volta i singoli stati.

In Italia ci sono gli strumenti, operativi e culturali, per sostenere un nuovo approccio al tema della lotta all’homelessness?
Credo che Housing first sia uno slogan fondamentale per muovere politica e coscienze, per chiarire che non è più possibile considerare i senza dimora come persone che si possono accontentare di un piatto in mensa o un letto in dormitorio. Ma nella sua concezione più pura, non corrisponde alla cultura dei servizi sociali italiani, né alle nostre capacità tecniche di sostegno alla persona. In Italia non siamo preparati per un Housing first puro. Dobbiamo elaborare progetti che abbiano la casa come elemento determinante, ma prevedano forme di accesso e accompagnamento sociale articolate.

Cosa ci divide dagli altri contesti?
I nostri sistemi culturali e di welfare cercano di mettere in relazione la persona con la comunità circostante. Nei paesi anglosassoni, ci si concentra sull’individuo. Altro elemento culturale differente è che l’Housing first puro è basato sulla cosiddetta “riduzione del danno”, ovvero sulla teoria che una persona, se inserita in un alloggio, possa ridurre il rischio di devianza sociale o l’abuso di sostanze: ma tale modello non è prioritario in Italia. Infine, per un reale utilizzo dell’alloggio come diritto e luogo in cui esprimere le proprie capacità di essere cittadino attivo e in salute, sono necessari percorsi di accompagnamento prima dell’assegnazione della casa e durante la permanenza, sia con il singolo sia nella comunità in cui si trova l’alloggio.

Dunque da noi quell’approccio va cambiato?
Il periodo impone di riformare i servizi sociali, a causa della restrizione delle risorse finanziarie. In questo quadro, occorre capire se la risposta Housing first sia anche conveniente; dato non ancora certo, almeno nel nostro paese. Invece è certo che la riconversione globale del welfare apre spazi sempre più ampi alla contaminazione tra servizi formali e risposte informali, tra istituzioni e soggetti sociali. E ci impone di costruire comunità locali accoglienti, che sappiano rispondere anche in termini di reciprocità e mutualità alle fragilità. Il tema Housing first non è avulso da questo mutamento di quadro. Difficile da applicare, in Italia, ci esorta però a ripensare i servizi, per de-istituzionalizzare gli interventi e responsabilizzare i beneficiari. Sfida doppia. E profetica.