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Grafoplast torna italiana e non chiude

A fine 2017 è stato siglato il passaggio di proprietà e così la Grafoplast è tornata a casa. Salvi 38 dei 42 lavoratori, in mobilità da qualche mese: per quattro di essi si è aperto il processo di outplacement, ovvero la riqualificazione e l’assistenza nella ricerca di posti di lavoro, con la speranza di poterli far tornare un giorno.

di Alberto Rizzardi

Si potrebbero tirare in ballo complesse analisi micro e macroeconomiche, disquisire di globalizzazione e localismo, di etica e diritti nel mondo del lavoro e delle imprese, ma, forse, val bene una citazione di Antonello Venditti: “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Ecco, quella della Grafoplast e della famiglia Piana è la storia di un amore indivisibile, indissolubile e inseparabile, come quelli raccontati dal cantautore romano trent’anni fa. Siamo a Predosa, duemila abitanti nell’Ovadese, in provincia di Alessandria, quell’Orba selvosa citata dal Manzoni nell’ode Marzo 1821. La Grafoplast, azienda che produce segnafili elettrici, si sposta qui nel 1985: a fondarla, a Genova negli anni Sessanta, era stato Giovanni Piana, inventore del Trasp, un sistema manuale per identificare, con lo stesso procedimento e i medesimi elementi siglanti, ogni tipo di cavi, morsetti elettrici e apparecchiature elettriche. La storia prosegue senza grossi scossoni per quarant’anni, in cui la Grafoplast si ritaglia una ruolo importante nel settore: poi arriva il 2008 e, con esso, la crisi. All’azienda pedrosina, ora gestita da Silvano Piana, il figlio del fondatore, morto nel 1977, arriva un’offerta da una multinazionale americana, la 3M, difficile da rifiutare e così la Grafoplast diventa a stelle e strisce. Anche perché la Minnesota Mining and Manufacturing Company, non è un’Armata Brancaleone, ma un colosso, fondato a inizio Novecento, presente in quasi duecento stati nel mondo (in Italia dal 1959) e con un fatturato sopra i trenta miliardi di dollari, con più di centomila brevetti, oltre ventiduemila prodotti e una cinquantina di piattaforme tecnologiche, che vanno dagli adesivi alla ceramica ed alle nanotecnologie. Sì, perché la 3M ha un raggio d’azione molto ampio: ufficio e largo consumo (tra i suoi prodotti più conosciuti i Post-it e il nastro trasparente Scotch), display e grafica, elettronica e comunicazione, sicurezza e protezione, industria, trasporti e salute. Insomma, una realtà solida e con una lunga storia di successi alle spalle: impossibile dirle di no.


Sito non più strategico

Poi, però, l’anno scorso la multinazionale, con un fax di poche righe, annuncia di voler chiudere, a fine novembre, lo stabilimento alessandrino: un sito – attenzione – non in crisi, ma ritenuto non più strategico nella vasta galassia 3M. Il territorio, fin da subito, fa fronte comune per cercare di evitare la chiusura (l’ennesima) di una realtà produttiva locale, peraltro pure in salute: in campo scendono un po’ tutti, dal prefetto e dal sindaco di Alessandria ai parlamentari locali, dai sindacati alla Confindustria. Obiettivo: cercare di far cambiare idea alla proprietà, puntando sull’intermediazione dei vertici italiani della multinazionale, salvando il polo di Predosa e i suoi quarantadue dipendenti. La soluzione? È arrivata dall’Inghilterra e si chiama Giovanni Piana: sì, come il fondatore, solo che è il nipote trentenne, rientrato appositamente dal Regno Unito per riprendersi l’azienda di famiglia assieme alla sorella maggiore Valentina. Missione compiuta: a fine anno, in tempo per Natale, è stato siglato il passaggio di proprietà e così la Grafoplast è tornata a casa. Salvi trentotto dei quarantadue lavoratori, in mobilità da qualche mese: per quattro di essi si è aperto il processo di outplacement, ovvero la riqualificazione e l’accompagnamento alla ricerca di eventuali posti di lavoro, con la speranza di poterli far tornare un giorno. Ora inizia la fase più difficile e bella: provare a riportare l’azienda tra i numeri uno del settore. L’ultima tappa di questo bellissimo viaggio ci porta invece a Rimini, a quattrocento chilometri di distanza da Pedrosa: «Che c’entra?» vi chiederete. Ricordate il Trasp, quel sistema manuale per identificare cavi, morsetti ed apparecchiature elettriche inventato da Giovanni Piana senior? Bene, a Rimini tre atelieriste del Comune hanno scritto un racconto, Le avventure di Trasp, prendendo spunto da un’opera di Keith Haring: Trasp è un aquilone che, a differenza degli altri, tutti colorati, è trasparente, quasi invisibile. Resta per tutta l’estate attaccato a un filo con i compagni. Poi, un giorno, una folata di vento lo strappa via, portandolo in alto nel cielo. Trasp si sente smarrito, ha paura di cadere a terra e farsi male: in effetti cade, sulla testa di un folletto che, ascoltata la sua storia, gli propone di diventare colorato, così da essere visibile. Trasp accetta e nell’atelier di colori del folletto la magia si consuma: il vento lo riporta via con sé, ma, librandosi nel cielo, Trasp si accorge che ora la luce non passa e che si divertiva molto più quando a colorarlo erano tutte le sfumature del mondo; così si butta in acqua e torna trasparente. Tornare a volare, recuperare la propria identità, costruire il futuro ripartendo dal passato e da un presente: come la Grafoplast, perché, sì, davvero “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”.

 
 

 

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