Scarp Marzo
Giornalista senza dimora per una settimana

In strada ho sofferto la mancanza di uno spazio curato e intimo. Ho sentito il senso di vuoto di una quotidianità senza riferimenti solidi e la mancanza della profondità nei rapporti. Credevo di riuscire a trovare più solidarietà tra le persone che vivono questa condizione ma, ho (non sempre) percepito distanza, disinteresse e diffidenza.

di Enrico Panero

Ho cercato di raccontare tutto. Chiaramente ho dovuto sintetizzare, ma credo che alla fine il mio racconto rispecchi fedelmente l’esperienza che ho vissuto». Un’espe rienza particolare quella di Alessandro Madron, giornalista, che ha trascorso una settimana a Torino fingendosi persona senza dimora e poi l’ha raccontato sulla rivista mensile FQ Millennium.


Ci puoi spiegare come sei entrato in contatto con il mondo dei senza dimora a Torino?

Arrivato alla stazione di Porta Nuova ho cercato di calarmi nel ruolo. Era già passato mezzogiorno, sapevo che in zona c’era una mensa, ho chiesto informazioni a un mendicante che mi ha aiutato ad arrivarci. Era già troppo tardi, ma mi hanno comunque dato del pane e un paio di mele. Quello è stato il mio pranzo. Poi sono andato nel giardino pubblico di fronte a Porta Nuova, lì ho bevuto alla fontanella. Poi sempre per passaparola sono arrivato
ad un centro diurno, dove sono stato indirizzato al dormitorio.


Perché hai scelto questa modalità di inchiesta sotto copertura anziché la forma più tradizionale di interviste ai vari protagonisti?

L’idea è stata del mio direttore, Peter Gomez. Non è la prima volta che mi misuro con questo tipo di lavoro, lo avevo fatto in passato calandomi nei panni di altre categorie (venditori di fiori, questuanti, lavoratori a giornata). Trovo che sia un modo per cogliere aspetti della realtà che non emergerebbero con un’intervista o un’inchiesta tradizionale. Vivere sulla propria pelle delle situazioni, subire il giudizio della gente, ricevere un aiuto, ti porta a capire meglio come si può sentire chi quei panni li veste realmente. Volevamo raccontare sensazioni reali. Di prima mano.


Quale aspetto della condizione di senza dimora non conoscevi o non immaginavi neppure?

Chiaramente parto dalla consapevolezza che, se pur totalizzante, la mia è stata un’esperienza moltoparziale. Fatta questa premessa, posso dire di aver trovato particolarmente pesante la sensazione di solitudine e di totale abbandono. Ho sofferto la mancanza di uno spazio curato e intimo. Ho sentito forte il peso del senso di vuoto di una quotidianità senza riferimenti solidi e la mancanza della profondità nei rapporti. Credevo di riuscire a trovare più solidarietà tra le persone che vivono questa condizione ma, al di là dei compromessi di circostanza dovuti alle regole della convivenza, ho (non sempre) percepito distanza, disinteresse e diffidenza.


Hai vissuto in quel modo per una settimana. Tra le persone senza dimora, nei migliori dei casi, quella vita dura almeno un anno, ma generalmente molto di più: cosa ti viene da dire a proposito?

Sebbene il tempo sia stato limitato sono comunque stato costretto ad affrontare molte delle difficoltà che affliggono quotidianamente migliaia di persone nel nostro Paese. Seppure in pillole, la mia è stata un’esperienza completa, totalizzante. La settimana da senza dimora è stata estrema, posso solo immaginare cosa significhi vivere in questa condizione senza avere la prospettiva di uscirne.


Perché sei venuto a Torino e che idea ti sei fatto dei servizi per persone senza dimora?

Quando ho dovuto scegliere dove trascorrere la mia settimana da senza dimora ho pensato di allontanarmi dalla mia città, Milano. La volontà era quella di stare in un posto diverso, che mi mettesse nelle condizioni di dover scoprire giorno per giorno i luoghi, le persone e i servizi. Una città che non mi offrisse la possibilità di una via di fuga facile dalla vita di strada. La scelta è caduta su Torino perché esiste un’ampia letteratura sul tema. Quindi ci sono più dati a disposizione e – in linea teorica – anche una gamma più ampia di servizi. Insomma, Torino era la città ideale dove condurre questo esperimento. Mi sono rivolto a servizi di primo livello, di carattere prettamente emergenziale. Sebbene mi sia chiaro lo scopo di questi servizi e riconoscendo l’estrema professionalità delle persone che ho incontrato, ho la sensazione che al sistema manchino delle leve efficaci per far emergere chi ha le risorse e le forze per farlo.


Cosa ti ha lasciato questa breve ma intensa esperienza?

Mi ha aiutato a comprendere che esiste un mondo invisibile agli occhi di chi non vuole vedere. Mi hanno impressionato i numeri che ho letto. Mi spaventa sapere che in città come Milano o Roma ci sono migliaia di persone che vivono la condizione di senza dimora. Mi è rimasta addosso la sensazione fastidiosa dell’indifferenza che ho incontrato negli occhi della gente quando ho provato a chiedere l’elemosina, quando mi sono riposato su una panchina. Ma anche la solitudine estrema e la lentezza di un tempo senza nessuno scopo apparente, se non quello della mera sopravvivenza. Mi piacerebbe continuare a raccontare mondi invisibili attraverso l’esperienza diretta.

 
 

 

Un commento a Scarp Marzo
Giornalista senza dimora per una settimana

  1. Renato Gramaglia scrive:

    Una settimana non dà neanche l’idea di ciò che significa senza dimora.
    Io sono per la strada da dieci anni e a volte mi chiedo come ho fatto ha sopravvivere in tutto questo tempo… speri sempre che un miracolo accada, l’unica cosa certa che la salute se ne stà andando….
    Bravo per averci comunque provato …..

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>