Scarp Marzo
Frontiere

In un Mondo in cui le distanze si accorciano, dove un volo per la capitale di un altro stato è meno lungo di un viaggio su un treno locale, dove qualsiasi prodotto, ovunque sia, è a sole 24 ore di distanza da noi, le frontiere possono diventare barriere insormontabili se si ha il colore di passaporto sbagliato. Helen, Yohanha, Madina, Zhora non avevano quello con il colore giusto. Scarp racconta quali sono state le conseguenze.

di Francesco Chiavarini

Ahmed Ali Aldayeb fa il mediatore culturale a Casa Suraya, un ex convento alle porte di Milano, dove un gruppetto di suore tenaci, operatori sociali e volontari, accolgono migranti dallo scoppio della guerra in Siria. Oggi è soddisfatto del suo ruolo ma ottenerlo non è stato facile. Prima di essere assunto dalla cooperativa Farsi Prossimo e occuparsi di accoglienza, Ahmed si è dovuto reinventare mille volte. È stato manovale, corriere, imbianchino. Ricominciare da zero è stato uno shock per uno come lui, che in Somalia, aveva un impiego sicuro e invidiato. Lavorare come contabile, per un grande gruppo italiano, l’Italtel, cui ancora oggi si deve l’infrastruttura telefonica del Paese, dava un certo prestigio oltre che una non trascurabile sicurezza economica. Poi nel ’91 il regime di Siad Barre venne rovesciato, scoppiò la guerra civile e la Somalia sprofondò indietro di un secolo. Niente lavoro, niente elettricità, niente acqua corrente in casa nemmeno a Mogadiscio, la capitale. «Con le milizie che scorrazzavano in giro, muoversi per strada, specie per le donne, era sempre un rischio. La mattina ci si svegliava, uscivi per andare al mercato o al pozzo a prendere l’acqua e non sapevi se te o qualcuno dei tuoi familiari sarebbe stato aggredito, violentato o ucciso. Così decisi di andarmene. Era la fine del ‘91». Ahmed mi racconta la sua storia, l’anti-vigilia di Natale, il 23 dicembre, mentre in auto stiamo andando a prendere al centro di smistamento regionale allestito dalla Croce Rossa a Bresso hinterland milanese, i nuovi ospiti: 6 donne, di nazionalità eritrea, liberate dai centri di detenzione libici grazie a un’operazione umanitaria organizzata dal Ministero dell’Interno e dalla Conferenza episcopale italiana. Una missione delicata, inedita e per questa ragione tenuta strettamente riservata.


In volo fino a Roma

Per scappare dal suo incubo e sperare in una vita migliore ad Ahmed bastò compiere un gesto semplice: acquistare un biglietto aereo per sé e la propria famiglia. Su un normale volo di linea. Tratta Sana’a – Roma Fiumicino. All’epoca le frontiere con l’Italia erano aperte e il nostro governo riconosceva il diritto di asilo per ragioni umanitarie ai somali. Per arrivare nel nostro Paese quelle donne, che 25 anni dopo il suo arrivo in Italia, Ahmed stava andando ad accogliere, hanno dovuto spendere non solo molti più soldi, ma farsi carico di una dose enormemente maggiore di sofferenza e rischi. La cortina di ferro dentro la quale si è serrata l’Europa ha trasformato il loro viaggio in un’odissea nella quale non ti puoi fidare di nessuno. Dove ti può capitare di finire in centri di accoglienza recintati con filo spinato e sorvegliati da uomini armati. E dove puoi morire annegato in mezzo al mare o di stenti nel deserto. Il loro biglietto per la speranza è servito ad arricchire trafficanti senza scrupoli. E solo l’intervento umanitario sulle coste libiche ha potuto interrompere una catena infinita di sfruttamento, sopraffazione e violenza.


Un viaggio disperato

Incontro Helen Ghebrihiwot e Yohanha Zergab, un mese dopo il loro arrivo a Casa Suraya, il giorno prima del loro colloquio con la commissione territoriale che dovrà decidere se accogliere la loro domanda di asilo. Helen, 20 anni, originaria del villaggio di Addi Adid, è scappata una notte all’inizio del 2016, approfittando di una licenza dal servizio militare, che il regime eritreo impone a tutti, uomini e donne, dal 17esimo anno di età e per un tempo indeterminato. È fuggita a piedi, mi racconta, attraversando le montagne lungo il confine con l’Etiopia. Lo ha fatto da sola ma con il sostegno di tutta la famiglia allargata ad amici e parenti che hanno deciso di tassarsi (e molto) per permettere a lei, la maggiore di tre sorelle, una vita migliore. Il numero di “amici”, “passatori”, “trafficanti” che dovrà pagare sono infiniti. I primi a chiederle soldi sono i suoi connazionali, 1.800 dollari, per portarla dall’Etiopia in Sudan e farla alloggiare presso altri eritrei espatriati a Khartum. Nella capitale ci passa un anno. Il tempo necessario per organizzare una delle parti più complicate del viaggio: la traversata del deserto. È il mese di aprile del 2017 quando sale sul cassone di un camion insieme ad altre 61 persone, in gran parte eritrei come lei. Questa tratta è gestita da trafficanti sudanesi. L’accordo prevede il pagamento di 3.900 dollari per un passaggio sino al confine meridionale della Libia. Gli spiegano che da lì in poi sarebbero stati trasbordati su pick-up più piccoli e che attraversata la frontiera la competenza sarebbe passata ai libici e, quindi, si sarebbero dovuti mettere d’accordo con loro. «Non ci stavamo tutti insieme sul camion, eravamo troppi, ad ogni sobbalzo qualcuno rischiava di cadere giù, e sapevi che se ti capitava nessuno avrebbe gridato per fermare l’autista, il quale, in ogni caso, non sarebbe mai tornato indietro a raccoglierti», racconta Helen. Ma l’inferno doveva ancora arrivare. Il suo nome è quello di un luogo che non troverete con google maps. Abraham, mediatore somalo, che mi aiuta a parlare con Helen, traducendo dal tigrino, annota sul mio taccuino: Rasha. Questo dovrebbe essere il nome della località. Un puntino in mezzo al deserto. «Ci hanno sbattuto dentro un magazzino, insieme ad altre 400 persone. Uomini e donne che non si conoscevano costretti a condividere lo stesso spazio, giorno e notte. Fuori c’erano il filo spinato e gli uomini armati. Non ti potevi allontanare. Il capo si chiamava Hussein e aveva potere di vita e di morte. Mi ha chiesto 5 mila dollari assicurandomi che con quella cifra mi avrebbe portata sulla costa e imbarcata non appena sarebbe stato possibile», ricorda Helen. È il mese di maggio quando Helen arriva in Libia. Un mese dopo vi giunge anche Yohanha, anche lei 20enne e militare disertore dell’esercito popolare eritreo. Imbarcatasi a Massawa per Port Sudan all’inizio del 2017 aveva trascorso 6 mesi in una casa in affitto da un connazionale a Khartum.


Assalto nel deserto

«Stava andando tutto abbastanza bene fino a quando in mezzo al deserto siamo stati intercettati da beduini libici: ci hanno fatto scendere dalla camionetta e ci hanno portato via a bordo dello loro jeep per consegnarci a un trafficante del Ciad che ci ha chiesto 5.500 dollari per riscattarci e portarci a Rasha dove avremmo potuto continuare il viaggio verso l’Europa». Nel sud della Libia Helen e Yohanha passano insieme 4 mesi. Durante l’estate qualcosa si muove. Partono dal lager di Rasha le prime “navette” per la costa. A settembre tocca anche a loro due. Vengono caricate su un fuoristrada e portare in un ex fabbrica dismessa di Sabrata sulla costa libica. Poi il 4 ottobre la liberazione. In seguito a un’operazione di controllo del territorio, le autorità libiche consegnano agli operatori dell’Unhcr i migranti bloccati sulla costa. Gli operatori li identificano e assegnano le destinazioni. A Helen e Yohanha tocca l’Italia. Non è il posto dove speravano di andare. Ma va bene così. Il 22 dicembre a Tripoli si imbarcano su un volo di Stato, messo a disposizione dal Ministero dell’Interno. E la mattina continuano il loro viaggio in pullman per Bresso (Milano). Giovedì 1 febbraio, mi arriva un messaggio whatsapp: “Commission says yes. Also for Yohanha. We are very happy! Thank you Italy” mi scrive Helen. “Good luck”. Le rispondo. E di fortuna ne avranno bisogno ancora moltissima. Perché, in realtà, il loro viaggio è appena cominciato.