Scarp Marzo
Cooperanti: tutti i rischi di un lavoro utile

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di Paolo Riva ed Ettore Sutti

«In cooperazione non esistono puri e impuri». Sergio Marelli nel 1997 è stato il primo presidente dell’associazione Ong Italiane e oggi insegna in università cooperazione internazionale. Non è certo un interlocutore che non consideri quella del cooperante una professione vera e propria, quale è. Eppure, quando si parla di classificare gli interventi di aiuto, non traccia distinzioni nette tra grandi organizzazioni e realtà più piccole. «La cooperazione è fatta di persone che, con modalità e motivazioni diverse, offrono dei servizi: alcuni sono utili, altri inutili, altri ancora dannosi».

Il rischio è sempre presente
Nel dibattito scatenato dal rapimento e dalla liberazione delle volontarie Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, al di là dei pareri personali sulla storia delle due ventenni partite per la Siria con una piccola associazione, quella di Marelli è una voce da ascoltare. «Il rischio – riflette l’ex segretario della Focsiv – è un presupposto di tutti gli interventi umanitari in aree di crisi. Per questo, è necessario scegliere il personale da inviare secondo criteri precisi. Molta attenzione va data anche alla formazione. L’esperienza, poi, diventa un elemento imprescindibile in zone come la Siria». Nel Paese mediorientale, la guerra ha fatto oltre 200 mila vittime, milioni di profughi e sfollati. Secondo l’Onu, è la peggior crisi umanitaria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E tra le realtà impegnate a fronteggiarla c’è anche Caritas Italiana. «Al momento – spiega il responsabile dell’area internazionale Paolo Beccegato –non abbiamo espatriati in Siria: gli interventi sono portati avanti da locali in stretta collaborazione con noi. Capita spesso quando la sicurezza è a rischio e un cittadino occidentale può diventare un bersaglio». Non sempre, però: in Afghanistan, in Somalia e ad Haiti, per esempio, uomini e donne di Caritas Italiana hanno operato sul campo. «Solidarietà per noi significa anche avere persone disponibili a correre rischi. Detto ciò, la scelta viene fatta caso per caso, secondo precisi codici di sicurezza, consultando istituzioni e i contatti locali, fondamentali». Le variabili sono numerose e tutte da valutare con prudenza, ma, conclude Beccegato, «bisogna partire dal presupposto che le attività internazionali comportano rischi maggiori dello starsene a casa. Affrontarli, con coscienza, è fondamentale per portare aiuto, ma anche per costruire dal basso ponti e non muri». Il rischio, altrimenti, è quello di ripiegarci in noi stessi, come cittadini e come Paese. «La tentazione di rinfacciare a chi va all’estero il suo impegno dicendo “Ma non potevi fare volontariato in Italia?” esiste, soprattutto in tempi di crisi – conclude Marelli –. Per combatterla, bisogna far passare l’idea che la cooperazione è giusta ed utile al nostro benessere. In Italia sei milioni di persone fanno volontariato e 2-3 mila persone l’anno vanno all’estero. Fatti positivi che non vanno messi in contrapposizione».