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Alma Mater, le donne per le donne

Fin dall’inizio abbiamo stabilito di non “lavorare per” ma “lavorare con”, rifiutando l’ottica assistenziale e adottando un approccio discreto: rispettando cioè i tempi e le modalità di ogni donna nel rapportarsi con le attività e le iniziative del Centro, cercando di valorizzare le differenze.

di Enrico Panero e Sabrina Guarrera

Alma Mater è una casa, uno spazio per tutte le donne, indipendentemente dalle origini e provenienza, dove da oltre 20 anni si intrecciano progetti e desideri di tante donne che continuano a progettare assumendo e condividendo le responsabilità, sulla base dell’auto-mutuo-aiuto. Siamo nella zona nord-occidentale di Torino, tra i quartieri popolari e multietnici Regio Parco e Barriera di Milano, nei locali ottocenteschi di una ex scuola femminile che si chiamava appunto Alma Mater. Qui dal 1993 è attivo un Centro interculturale, tra i primi sorti a livello nazionale, nato dall’incontro tra un gruppo della Casa delle donne di Torino e alcune straniere immigrate. Il Centro è gestito dall’associazione Almaterra costituita ad hoc nel 1994 e, come spiegano alcune responsabili del Centro «si configura come un luogo di intermediazione tra le donne e la città, delle donne tra di loro e come laboratorio interculturale». E in effetti la definizione di “laboratorio” ben rappresenta questa realtà sociale torinese, dove il rapporto tra pari (peer to peer) e l’interazione tra culture si sperimentano da tanti anni, il tutto sulla base di un approccio di ricerca di autonomia per permettere alle donne di poter fare scelte libere e consapevoli nella loro vita quotidiana. «Fin dall’inizio – spiega Laura Mazzoli, membro storico dell’associazione – abbiamo stabilito di non “lavorare per” ma “lavorare con”, rifiutando l’ottica assistenziale e adottando un approccio discreto: rispettando cioè sempre i tempi e le modalità di ogni donna nel rapportarsi con le attività e le iniziative del Centro, cercando di valorizzare le differenze culturali. Così, da oltre 20 anni sperimentiamo attività molto utili per le donne che derivano, appunto, dal confronto e dallo scambio di esperienze e culture diverse».

Donne migranti, una risorsa
L’idea che ha sempre guidato Almaterra è stata quella di ribaltare lo stereotipo del migrante come persona bisognosa, evidenziandone invece le risorse, le capacità, i talenti individuali e di utilizzare queste competenze in progetti di partecipazione e di cooperazione anche nel campo economico, in particolare in progetti di autodeterminazione. Nacque così, nel 1993, la prima esperienza in Italia di mediazione interculturale, con diverse donne formate nel centro Alma Mater e inserite in alcuni servizi socio-sanitari cittadini, introducendo anche nel nostro Paese una nuova figura professionale legata alle migrazioni. «Figure di “interfaccia, ponte di allacciamento”, sostanzialmente figure di comunicazione tra le migranti e i servizi – sottolinea Sara Hanna, attuale presidente dell’associazione –. Le mediatrici culturali sono diventate un’anima del progetto Alma Mater, un momento forte di una prospettiva di interazione gestita dalle stesse donne straniere attraverso una loro nuova auto professionalizzazione». In seguito l’associazione ha avviato progetti volti all’integrazione professionale delle donne straniere, con inserimenti significativi, ad esempio nelle banche, in centri informatici oppure in grandi catene commerciali. Attraverso la promozione di iniziative produttrici di reddito e per sostenere l’immigrazione femminile nei suoi bisogni di salute e di relazione nacque al Centro anche il primo bagno turco in Italia, l’Hammam. Seguendo tutti i cambiamenti dell’immigrazione in Italia, Almaterra ha continuamente aggiornato e differenziato le sue attività, spesso anticipando i tempi e intervenendo sui fenomeni. Si sono così susseguiti progetti con ragazzi di seconda generazione, poi con le vittime di tratta e più recentemente con le rifugiate. «Neanche nei nostri sogni più folli è il titolo di una nostra pubblicazione di qualche anno fa che ben rappresenta la volontà di contrastare gli stereotipi cercando di costruire condizioni di pari opportunità – conclude Laura Mazzoli –. Perché per attivare percorsi di autonomia sono importanti il reddito, la casa, il lavoro, ma servono soprattutto strumenti per sapersi gestire». Per questo i sogni di Almaterra continuano a tradursi in realtà.