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Tullia, un lavoro grazie alle Job station

Per chi convive con una malattia mentale il tasso di occupazione è stimato tra l’1,5 e il 10%, una percentuale che tra le persone con disabilità fisica sale a oltre il 20%. Obiettivo delle Job station è far lavorare le persone in un luogo in cui stanno bene. Poi, con chi è in grado, si cerca di accompagnarli a entrare in azienda.

di Marta Zanella

«Io non potrei vivere senza lavorare. Il mio lavoro mi piace, è importante, se dovessi perderlo davvero non saprei che fare». Tullia ha quasi 31 anni e da sei mesi è andata a vivere da sola, con la sua cagnolina. Ha iniziato a sognare una casa propria da quando ha questo lavoro, e quando il rinnovo del contratto le ha permesso di contare su uno stipendio stabile, ha cercato un affitto e ha preso il volo. È la storia di molti suoi coetanei, ma quello che rende il passo di Tullia così speciale è il fatto che lei soffre di disturbi psichiatrici, per cui le è stata riconosciuta un’invalidità al 60%. «Per fortuna è così bassa, perché se da una parte non mi dà diritto ad alcun sussidio, dall’altra mi permette di lavorare». Certo quello di Tullia è un lavoro speciale, “protetto” per così dire: lavora, insieme ad altre persone con un disagio psichico, in un ufficio attrezzato per lo smart working da Progetto Itaca, associazione che da vent’anni a Milano lavora con persone con una malattia mentale. «Da tempo osservavamo che tra le persone con una disabilità psichica la disoccupazione è più alta di quella di persone con altri tipi di disabilità – spiega Francesco Baglioni, direttore generale di Progetto Itaca Milano –. Circa il 20% delle persone con una disabilità fisica ha un lavoro, mentre per chi convive con una malattia mentale il tasso di occupazione è stimato tra l’1,5 e il 10%».


Difficoltà di relazione

Secondo Progetto Itaca, che da quasi vent’anni – oggi sono presenti in una decina di città italiane – lavora con queste persone e con le loro famiglie, offrendo accompagnamento, formazione, supporto e prevenzione, questo scarto tra chi vorrebbe e chi riesce effettivamente a lavorare è legato alle difficoltà di relazione. A relazionarsi con un ambiente di lavoro diverso dal proprio, con i colleghi e con i datori di lavoro, con i cambiamenti delle mansioni da una parte e, dall’altra, per l’azienda che assume una persona con disagio psichico, a capire, a spiegare la disabilità. «Noi abbiamo iniziato nel 2005 a occuparci anche di inserimento lavorativo, ma diverse persone non hanno retto e non sono riuscite a mantenere il lavoro – continua Baglioni –. Abbiamo così pensato che portare il lavoro fuori dalla dimensione dell’azienda e creare un ambiente su misura potesse essere una buona soluzione per aiutarli a esprimere tutto il potenziale individuale e professionale». Nell’ottobre del 2012, in alleanza con Fondazione italiana Accenture, partono quindi con un progetto pilota chiamato Job station, che permette alle prime sei persone selezionate, dopo un periodo di formazione, di ottenere un contratto di lavoro a tempo determinato con le prime tre aziende: si tratta della stessa Accenture, di Fondazione Humanitas e della società di consulenza Boston Consulting Group. «Una delle critiche che sono state mosse a questo progetto è che non favorisca l’inclusione sociale. Certo è un punto critico, però il nostro principale obiettivo, in questo caso è permettere allepersone di lavorare, e lavorare in un posto in cui stanno bene. Poi, con chi è in grado, il passaggio successivo è cercare di accompagnarli a entrare in azienda. Tre di loro, ad esempio, hanno avuto un contratto a tempo indeterminato all’interno della sede della società per cui lavorano». Oggi le postazioni di Job station, nella sede di Progetto Itaca, permettono due turni di lavoro part time, con 15 persone per turno. I trenta lavoratori sono uomini e donne, tra i 28 e i 50 anni, e soffrono di patologie molto diverse: disturbi psicotici, della personalità, oppure disturbi cronici dell’umore. Dodici sono le aziende coinvolte: oltre adalcune società di consulenza ci sono una fondazione, due società che lavorano in campo medico, una casa editrice, un’agenzia per il lavoro. Le mansioni richieste ai lavoratori in Job station sono di segreteria amministrativa e di gestione e controllo di database.


Sognando un tempo pieno

Non tutto viene fatto da remoto. In ogni stanzetta, piccola ma accogliente come uno studio casalingo, ci sono quattro o cinque scrivanie, alcune riservate ai tutor del gruppo. I tutor sono educatori professionali che hanno avuto esperienze nel settore profit e sono formati come consulenti aziendali specializzati nel collocamento mirato. Tullia ha la sua scrivania e il suo computer in una di queste stanze, dove ogni pomeriggio, dalle 13.30 alle 17.30, lavora in supporto all’amministrazione che si occupa della gestione dei permessi, delle pause pranzo, dei buoni pasto, «e poi una volta al mese ho il “giro posta”: invece che venire qui devo andare nelle tre sedi a ritirare la posta, consegnare e archiviarei documenti del mese nei faldoni che devo gestire in quelle sedi. Allora mi sposto e vado prima ad Assago, poi a Lampugnano, infine in via Quadrio. E giro tutta la città. Il mio sogno? Firmare un contratto a tempo indeterminato».

 
 

 

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