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Plastica addio, ecco la pellicola biologica

Apepak è solo uno strumento per migliorare il nostro rapporto con la natura: il vero cambiamento è deciso dal potere d’acquisto delle comunità. Un potere che può essere dirompente se ben indirizzato. Se oggi diffondiamo nel nostro quotidiano un’abitudine sana, cambieremo il futuro del mondo.

di Alberto Rizzardi

Ricordate Barbie girl, successo mondiale nel 1997? Se gli Aqua avessero scritto la canzone vent’anni dopo, probabilmente il verso life in plastic is fantastic sarebbe stato diverso. Certo, là si parlava di un immaginario mondo plasmato sull’iconica bambola neo sessantenne, mentre reali sono i rischi per il nostro pianeta. Chiariamo: la plastica non è il male assoluto; lo sono, invece, l’abuso di imballaggi, che porta con sé problemi connessi a rifiuti e inquinamento, e la gestione del prodotto una volta esaurito il suo ciclo di vita. I numeri sono da tempo allarmanti e impongono una riflessione: cosa fare per cambiare? L’Europa, dopo un lungo negoziato, ha deciso lo stop per la plastica monouso, che costituisce almeno il 70% dei rifiuti marini: dal 2021 vietati prodotti come posate, piatti, cannucce e cotton fioc non biodegradabili (già banditi in Italia dallo scorso gennaio), ma anche scatole per hamburger e contenitori per frutta e verdura, dessert o gelati. L’Italia per una volta è in prima linea, con il tema che figura tra le priorità del ministro dell’Ambiente Sergio Costa: la bozza del ddl Salva mare prevede il divieto, già da inizio 2020, dell’immissione sul mercato dei prodotti di plastica monouso. Si muovono anche le amministrazioni locali, da Milano a Palermo, dal Veneto alle Isole Tremiti. Si sta, poi, diffondendo anche il riciclo incentivante, molto in voga all’estero: si buttano bottiglie di plastica in appositi eco-compattatori e, in cambio, si ricevono soldi o buoni sconto sulla spesa. Ricilia, GreenEvo e Green Money sono solo alcune delle società nate negli ultimi anni. Il cammino, insomma, è iniziato: ora, però serve un cambio di passo. Educazione ambientale, modifica di abitudini consolidate, sviluppo di sistemi e cultura del riuso sono gli ingredienti principali nella lotta all’inquinamento da plastica. Innovazione e creatività il tocco in più: si lavora da tempo sulle alternative alla plastica tradizionale, con le bioplastiche, prodotte con materie organiche, biodegradabili e compostabili una volta terminato il loro ciclo di vita, che hanno già vari esperimenti e usi industriali. Una bella esperienza sta prendendo piede sull’asse Usa–Italia: Apepak è un involucro naturale, fatto con cotone biologico, cera d’api, resina di pino e olio di jojoba, da usare in cucina al posto della plastica e dei contenitori usa e getta in carta e alluminio per sigillare gli avanzi, avvolgere frutta e verdura, far lievitare un impasto. L’idea è venuta a Massimo Massarotto, trentasettenne imprenditore in ambito design, originario di Castelfranco Veneto ma americano d’adozione, e alla fidanzata Molly: vivono a Truckee, vicino al lago Tahoe, sulle montagne della Sierra Nevada.


Un prodotto naturale

«Non abbiamo, in realtà, inventato nulla di nuovo – sottolinea Massimo –: qui prodotti analoghi esistono da anni. Circa un anno e mezzo fa abbiamo realizzato in casa le prime pezze, una cinquantina, con scarti di tessuto e alcuni ingredienti con l’idea di regalarle a Natale ai nostri familiari per introdurre una piccola nuova abitudine nella loro vita. La risposta è stata entusiasta e abbiamo pensato che fosse importante condividere questa nostra proposta con un pubblico più ampio». Un prodotto naturale e condiviso, Apepak: duecento famiglie in Italia si sono, infatti, offerte di fare da cavie per sperimentare il prodotto, restituendo agli ideatori sensazioni, esperienze d’utilizzo e consigli. «Siamo aperti al confronto e abbiamo fatto nostro l’approccio tipico delle aziende di San Francisco – spiega Massimo – costruendo il business tramite il feedback dei clienti. Ufficialmente abbiamo lanciato il prodotto lo scorso gennaio: siamo agli inizi e non abbiamo ancora una grande capacità produttiva, ma contiamo a breve di riuscire a organizzarci al meglio». Perché proprio la cera d’api? «È un prodotto eccezionale: antisettico, traspirante, malleabile e longevo. Noi lo garantiamo fino a cento usi, ma, in realtà, Apepak, con la dovuta cura, può durare molto di più. Basta lavarlo in acqua fredda, strofinandolo leggermente con spugna e sapone naturale, asciugarlo ed è pronto per un nuovo utilizzo. L’involucro è piacevole al tatto e si modella facilmente, sigillandosi sui bordi con una leggera pressione e il calore delle mani». C’è anche una sfumatura etica: la produzione è, infatti, affidata alla cooperativa sociale Sonda di Castelfranco Veneto


Il futuro del mondo

«Gestiamo servizi specialistici, educativi e sociosanitari – spiega la vicepresidente di Sonda, Francesca Amato – ma abbiamo anche una sezione dedicata al reinserimento lavorativo di persone svantaggiate. Facciamo lavorazioni conto terzi e Apepak è diventata una nuova linea di lavoro: abbiamo prima studiato il prodotto, con ricerche specifiche sugli ingredienti, per poi avviare la produzione vera e propria che oggi nel laboratorio di San Vito di Altivole coinvolge quattro persone con alle spalle storie di dipendenza da alcool e droghe. Con l’ausilio di tre operatori, seguiamo tutte le fasi della produzione: dal taglio del tessuto al trattamento con cera d’api fino al confezionamento». Insomma, un prodotto di grande valore, in tutti i sensi: «Non siamo dei geni – chiarisce Massimo – ma abbiamo l’ambizione di essere un catalizzatore di cambiamento. Apepak è solo uno strumento per migliorare il nostro rapporto con la natura: il vero cambiamento è deciso dal potere d’acquisto delle comunità. Se oggi diffondiamo nel nostro quotidiano un’abitudine sana, potremo cambiare il futuro del mondo».

 
 

 

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